giovedì 23 aprile 2015

Un mostro fuori controllo, di Alan Hart

Ritorno all'analisi - si spera precisa e puntale - della politica internazionale e subito dopo aver pubblicato un mio articolo sul caso Vanunu, diffondo un testo del grande giornalista Alan Hart sul nucleare israeliano. Il testo è tratto dal bel blog Civium Libertas, quindi riporto anche l'introduzione del redattore A.C. all'articolo, introduzione che trovo puntuale e condivisibile. Buona lettura.

S.Z.

Assistiamo quasi ogni giorno ad assalti paranoici ed isterici contro l’Iran ed il suo presidente, democraticamente eletto, Ahmadinejad. Il motivo di tanto accanimento sul quale pedissequamente si lasciano trascinare non pochi nostri politici, “amici” dichiarati di Israele ed aggregati perfino in associazioni parlamentari ad hoc, è l’intenzione attribuita all’Iran di volersi dotare di arma nucleare. Siamo del fermo parere che questi strumenti di distruzione globale di ogni forma di vita sulla terra debbano essere messi al bando e che nessun abbia il diritto di possederne. È quanto mai ipocrita la pretesa che alcuni abbiano diritto all’arma, anzi alla super arma, e ad altri questo stesso diritto debba essere negato. Propriamente, qui cessa ogni diritto ed incomincia il regno bruto della forza e della minaccia. È da chiedersi perché mai Israele, ossia la strana entità politico-statuale sorta nel 1948 e così comunemente denominata, si accanisca tanto contro una mera ipotesi, ossia l’eventualità che l’Iran venga a possedere un arsenale nucleare, quando Israele stesso possiede in modo del tutto illegale, al di fuori di ogni regola e di ogni controllo, questo stesso armamentario di morte e di distruzione. Ufficialmente non lo possiede e la diplomazia internazione finge penosamente ed ipocritamente che Israele non abbia l’atomica. Ben avrebbe meritato Mordecai Vanunu la cittadinanza onoraria di Roma, per essere stato rapito proprio a Roma dagli agenti del Mossad, che tranquillamente scorrazzano per il mondo rapendo chiunque e quando lo vogliano. Non esiste per loro altra sovranità che non sia quella di Israele stesso, che per gli affari suoi ha giurisdizione sul mondo intero. Vanunu, per chi non lo sapesse, è il tecnico israeliano che ha rivelato al mondo l’esistenza dell’atomica israeliana. La sua vicenda umana è commovente ed ognuno farebbe bene a documentarsi. Insomma, se uno ha un’arma, cosa se ne potrebbe mai fare, se esclude in linea di principio l’eventualità di poterla usare? Israele esclude forse una simile eventualità? È da credere che sia proprio Israele a voler usare quell’arma che attruisce all’Iran, che non la possiede. È Israele duenque che costituisce un pericolo per la pace mondiale. Considerata l’ideologia olocaustica di Israele, vi è il serio e fondato pericolo che faccia precipatare il mondo in un Olocausto Nucleare Globale e che già di fatto se ne serva come strumento di ricatto e di minaccia verso gli stati europei, troppo proni alla sua politica folle e genocida, come “Piombo Fuso” insegna. E qui ci fermiamo, certi che il Lettore saprà continuare da solo ovvie riflessioni. Il brano che segue di Alan Hart è il primo di una serie. Lo scopo è di far meglio conoscere in lingua italiana questo autore, per il quale ci auguriamo di poter presto leggere in italiano la sua opera in tre volumi sul sionismo.

A.C.


ALAN HART

Un mostro fuori controllo?

Fonte

27 Dicembre 2009

Nel commemorare il primo anniversario dell’attacco di Israele alla Striscia di Gaza – che a mio avviso è stata una dimostrazione del Terrorismo di Stato israeliano nella sua forma più brutale – non è sufficiente dire che i governi delle potenze occidentali (e altri) sono complici della punizione collettiva inflitta da Israele al milione e mezzo di palestinesi che vivono in Gaza.

Ciò che sta succedendo nella striscia di Gaza sotto assedio totale, e nei territori occupati della Cisgiordania, è la continuazione della pulizia etnica della Palestina da parte dei sionisti.

Il mio amico, il Prof. Ilàn Pappe - il maggiore storico “revisionista" di Israele e autore de La Pulizia Etnica della Palestina - la mette in questi termini : “Ciò a cui assistiamo è un genocidio in slow-motion.” Ed è di questo crimine, in realtà, che i governi delle potenze occidentali (ma anche altri) sono complici.

La domanda che mi tormenta è questa: perché, in effetti, le grandi potenze (e altri) consentono che ciò accada?

L'unica risposta sensata per me è questa.

Hanno concluso, ma non possono dirlo, che Israele, in ragione delle armi nucleari in suo possesso e dell'assistenza incondizionata che gode da parte della lobby sionista, è un mostro fuori controllo.

Secondo la mia analisi è possibile identificare il momento storico in cui le grandi potenze hanno abbandonato ogni speranza di riuscire a contenere le ambizioni coloniali sioniste.

Quel momento si è presentato nel periodo immediatamente successivo alla Guerra del 1967.

Contrariamente alla versione fornita dal sionismo, quella di Israele fu una guerra di aggressione, non di autodifesa. Come viene documentato in dettaglio nel mio libro Sionismo: Il vero nemico degli Ebrei, i leader politici e militari di Israele sapevano bene che gli arabi non avevano alcuna intenzione di attaccare.

Stando così le cose, le grandi potenze avrebbero dovuto all’epoca dichiarare il seguente a Israele (sia servendosi del linguaggio diplomatico nella forma di una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, sia dicendo esplicitamente a porte chiuse): “L’aggressione non può essere premiata. Gli aggressori non possono appropriarsi di terre invase per mezzo di azioni belliche. Vedete di sgombrare subito il campo, senza stabilire condizioni per il ritiro."

Per fare arrivare il messaggio forte e chiaro, avrebbero potuto e dovuto ricordare a Israele quanto detto dal presidente Eisenhower al popolo americano, quando chiese a Israele il ritiro incondizionato dal territorio egiziano nel ’56, invaso con l’appoggio di Francia e Gran Bretagna.

Eisenhower, il primo e ultimo Presidente americano a tener testa al sionismo, disse questo:
"Se permettiamo e accettiamo che un assalto armato si concluda a beneficio dell’aggressore e delle sue mire, allora temo che rimetteremo indietro l'orologio dell'ordine internazionale. Avremo tollerato l'uso della forza come mezzo per risolvere le divergenze internazionali e per ottenere vantaggi nazionali … Se l'ONU stabilirà un precedente che permetta l’uso della forza per una disputa internazionale, allora avremo distrutto le fondamenta stesse dell'Organizzazione e le nostre speranze per stabilire un vero ordine mondiale."
Ma nel 1967 le grandi potenze non hanno potuto esprimersi in questi termini nei confronti di Israele, perché l'amministrazione Johnson aveva colluso con Israele fino al punto di concedere il “via libera” per il massacro delle forze armate egiziane da parte di Israele, nella speranza che tale umiliante sconfitta avrebbe provocato il rovesciamento del presidente Nasser.

E’ anche vero che il presidente Johnson aveva chiesto e ottenuto la garanzia che Israele non avrebbe approfittato di quella guerra per impossessarsi di territori Giordani e Siriani.

Ma tra i più stretti collaboratori di Johnson c’era chi non si fidava della parola data da Israele (probabilmente il Segretario alla difesa McNamara e i Capi di Stato Maggiore), motivo per cui il governo USA mise in appostamento la nave spia Liberty al largo della costa di Israele/Gaza per intercettare gli ordini israeliani in merito alle manovre militari.

Infatti, proprio per evitare che gli americani si accorgessero dell’intenzione di appropriarsi di territori giordani e siriani (Cisgiordania e Alture del Golan), il Ministro alla Difesa israeliano Moshé Dayan ordinò l’attacco al Liberty.

(La storia completa di questo attentato e dell’insabbiamento da parte di Johnson è narrata nel mio libro, in un capitolo intitolato L’Affare Liberty, – "Puro Assassinio” in un "Grande Giorno").

Ma anche quella vicenda poteva rappresentare un’opportunità per l’ONU di obbligare Israele a rispettare le Leggi Internazionali. Infatti il Consiglio di Sicurezza dell’ONU emise la tanto discussa Risoluzione 242 (che fece la stessa fine di tante altre Risoluzioni emesse per contenere le mire coloniali israeliane). Le grandi potenze non fecero il necessario per fare rispettare tale Risoluzione, che intendeva fare ritirare le forze israeliane dai territori appena occupati mediante azione bellica.

Tale fallimento segnò il momento storico in cui le maggiori potenze di fatto si rassegnarono di fronte all’evidenza che lo Stato Sionista, assistito dalla potente lobby globale, fosse un mostro che sfuggiva al loro controllo.

La lezione che si impara dall'attentato a sangue freddo alla Liberty, è che lo stato sionista non si ferma di fronte a niente per raggiungere i propri fini, che non c’è niente che non farebbe ai nemici e nemmeno agli amici.

Nel mio libro spiego come durante una mia conversazione con Moshé Dayan mi divenne chiara la vera ragione per la decisione di Israele di acquisire un arsenale nucleare. Era per avere la capacità di dire ai propri amici "Non spingeteci oltre il limite che siamo disposti ad accettare, o faremo uso di quell’arsenale”.

Così, alla luce della verità storica in merito alla creazione e continuazione del “conflitto” in Palestina, chiamata Israele, non sorprende che le maggiori potenze (e altri) siano oggi complici, più per difetto che intento, nei crimini del sionismo.

Alan Hart
27 dicembre 2009

1 commento:

  1. Che gli stati arabi nel '67 non avessero intenzione di attaccare Israele come dice Hart mi sembra opinabile. E' vero che quello di Israele fu un attacco preventivo e come tale fu condannato dalle leggi internazionali, ma è altrettanto vero che gli arabi stavano per attaccare per primi se Israele non li avesse preceduti (e questo lo dico non certo per scusare l'entità sionista, che è sempre e comunque inscusabile).
    A parte ciò, devo dire che l'articolo mi ha aperto una prospettiva del tutto nuova: mai finora avevo interpretato il nucleare israeliano come un'arma volta a minacciare non solo i nemici ma anche gli amici dei sionisti.

    RispondiElimina