mercoledì 4 marzo 2015

Dividere per comandare, di Manuel Freytas



La cosiddetta "guerra di genere" tra uomo e donna è una strategia per dividere le società e deviare  l’attenzione dai problemi di ingiustizia sociale di cui  soffrono (e sono vittime) sia gli uomini che le donne. Nel mondo dei paesi arabi islamici e come parte complementare della strategia di invasione militare, gli Stati Uniti e le potenze capitaliste centrali, attraverso un’ operazione di infiltrazione della  CIA e  delle grandi catene mediatiche internazionali, alimentano la ribellione femminista delle donne islamiche  contro le strutture storiche, sociali e culturali dell’islam. L'obiettivo è dividere internamente quelle società e appropriarsi dei  loro mercati e delle risorse strategiche, in particolare energia e petrolio. Nella zona occidentale al di fuori delle zone di conflitto militare, dove si controlla e si domina con la strategia della “democrazia, la pace e i diritti umani”, di divide la società al fine di neutralizzare le resistenze socialmente organizzate. Come parte centrale di questa strategia, si spingono a una guerra manipolata, le donne contro gli uomini. Utilizzando le tesi femministe alienate della “violenza di genere” (promosse dalle ONG della CIA). Con le teorie manipolative (sviluppate da sociologi e psicologi di sistema) di "anti-violenza"  deviano la società dai problemi centrali di ingiustizia sociale, della povertà, della fame, e dello sfruttamento mediante la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. Questa strategia di divisione di uomini e donne con il femminismo e le dottrine della "violenza domestica" serve come una cortina di fumo per distogliere l'attenzione dal sistema di dominio su tutte le parti, compresa la testa umana. Nel frattempo, e mentre conducono la lotta "per la democrazia, contro la violenza", gli Stati Uniti e le potenze imperiali invadono paesi, massacrano massicciamente le popolazioni civili, assassinano con la fame e con le politiche di speculazione sugli alimenti, generano e fabbricano grande povertà con le loro economie di depredazione, sostenute solo dalla ricerca del libero scambio. Mentre fomentano la guerra e la divisione fra uomini e donne con lo scontro di genere, distruggono la comprensione della realtà del sistema di ingiustizia sociale in cui sono inseriti (e sono vittime) tanto gli uomini quanto le donne . Dividere e far scontrare l'uomo con la donna,  distruggere il cervello umano per regnare sulle ceneri dell'umanità sono le principali dinamiche strategiche e funzionali del sistema capitalistico su scala globale.

Traduzione dallo spagnolo di Costanza Lopez

Hamas Al Qassam Lions

Hamas Al Qassam Lions !

 https://www.youtube.com/watch?v=iP1pUeJ7F7E

Chavez: "le crisi in Siria e in Libia sono state pianificate e provocate dall'esterno!"


Fantastico discorso di pace del Presidente del Venezuela Hugo Chavez il giorno dopo la sua rielezione l'8 Ottobre 2012.

https://www.youtube.com/watch?v=nfRLODcaYdo

lunedì 2 marzo 2015

Libia, atto secondo, di Stefano Zecchinelli

La Nuova Crociata Occidentale contro la Libia ovvero la demolizione programmata di un ex Stato sovrano

La CIA è la nonna dell’ISIS ( Frei Betto )

La  Libia, conclusa l’esperienza dello “Stato delle masse” – così veniva definita la Jamahiriyya popolare – si è trasformata da nazione indipendente e sovrana a “Stato fallito”. La possibilità di un intervento occidentale nella polveriera libica e l’intervento già in corso dell’Egitto meritano delle riflessioni che, almeno in parte, chiariscano la questione.
Cercherò di essere quanto più possibile sintetico mettendo a fuoco la posta in gioco di una nuova, possibile, aggressione imperialista.

La natura sociale della Libia gheddafiana

Il quarantennale governo di Gheddafi ha avuto una genesi storica alquanto complessa; pensare che la Libia popolare dal ’69 al 2011 abbia presentato, sempre e comunque, le stesse caratteristiche, è errato. La natura sociale dei governi muta e con essa cambiano i rapporti fra le classi.
Quando Gheddafi andò al potere nel 1969 rovesciando la monarchia filo britannica di Re Idris ereditò uno Stato vassallo dell’occidente ed in particolare dell’imperialismo britannico. Gheddafi aveva quindi il problema di restituire alla Libia sovranità ed indipendenza nazionale, e per fare questo chiuse le basi militari inglesi e nazionalizzò i settori strategici industriali di quel paese ( sostanzialmente l’industria petrolifera ). Nonostante il giovane ufficiale nasseriano fosse ideologicamente anticomunista riposizionò quello che viene chiamato lo Stato delle masse – definizione data nel Libro Verde – fra gli Stati non allineati vicini all’Unione Sovietica.
Gheddafi non si limitò a rendere la Libia uno Stato nazionale forte ed indipendente ma abbracciò la causa di alcune importanti lotte antimperialiste: sostenne la lotta di liberazione nazionale del popolo palestinese, osteggiò Israele e l’imperialismo sionista, appoggiò in Europa il popolo basco e quello irlandese contro le potenze coloniali di Spagna e Inghilterra. Meriti indiscussi che non possono essere cancellati dal revisionismo della sinistra occidentale. Dall’altra parte è innegabile che l’antimperialismo di Gheddafi presentò evidenti contraddizioni: non ci fu mai – a differenza di Cuba ed Algeria – la socializzazione dell’economia, le forze comuniste erano messe al bando e anche rispetto alla stessa Resistenza antisionista islamica il leader libico aveva delle titubanze. Nel 1978, Musa Al Sadr fondatore del Movimento dei diseredati libanese, sparisce in Libia, e dietro la sua morte pare che ci sia stata la mano di Gheddafi; un fatto (criminoso) che il mondo sciita non gli ha mai perdonato.
Il governo di Gheddafi era indubbiamente popolare e, nel contesto nord-africano, era un baluardo dell’anti-razzismo. Dopo il 1991, caduta l’Urss, il leader libico abbandona il discorso antimperialista in nome dell’edificazione di un mondo multipolare, quindi la sua prassi politica si sposta decisamente – ed erroneamente – verso destra. L’ormai ex nasseriano si riconcilia con l’occidente ma non rinuncia a costruire l’Unione Africana, un  progetto importante che avrebbe emancipato il continente dagli aguzzini del Fondo Monetario Internazionale di cui Gheddafi fu – merito suo – fiero avversario. Il socialismo islamico esposto nel Libro Verde viene messo da parte e la Libia diventa un paese capitalistico sia pure con una forte presenza dello Stato nell’economia. I diritti sociali sono estesi ai lavoratori migranti che trovano nello Stato delle masse un rifugio sicuro dal razzismo colonialista dei governi centro africani. Possiamo allora definire la Libia come uno Stato borghese ma inclusivo, certamente individuato come punto di riferimento, in quanto a giustizia sociale, dai popoli africani.
L’ultimo Gheddafi non è più un antimperialista ma il suo governo mantiene caratteri progressisti, rifiuta il neoliberismo e garantisce alcuni effettivi spazi di democrazia dal basso. Utilizzando delle categorie interpretative a noi più vicine, potremmo dire che lo “Stato delle masse” era guidato da un governo di centro sinistra e interclassista pronto però a radicalizzarsi qualora l’imperialismo avesse ripreso a farsi sentire.
Alla fine è proprio questo che è avvenuto e il fondatore dello Stato delle masse ha saputo morire armi in pugno contro i predoni occidentali. Chi scrive, pur essendo culturalmente lontano dai vari nazionalismi anche radicali, glielo ha sempre riconosciuto e gliene rende merito.

Rivoluzione popolare o controrivoluzione colonialista ?

La guerra civile del 2011 fu tutt’altro che una mobilitazione popolare interna al così detto risveglio islamico ( mi riferisco principalmente alla Tunisia ed all’Egitto ), certo la Libia aveva una sua classe borghese e antiproletaria ma un processo rivoluzionario anticapitalistico presenta ben altre caratteristiche. Nel tentativo – purtroppo riuscito – di stroncare l’importante progetto dell’Unione Africana, gli imperialismi di Inghilterra e Francia spalleggiati da Usa ed Israele contrapposero la monarchica Cirenaica al governo progressista e laico di Tripoli.
La caduta di Gheddafi per mano di bande mercenarie provenienti principalmente dal Qatar, ha segnato la fine della Libia in quanto Stato sovrano. Si è trattato di un processo controrivoluzionario fatto in nome dell’imperialismo e con alta la bandiera della monarchia di Re Idris. E’ doveroso aggiungere che la sinistra occidentale non comprese la natura politica di questo processo dando prova di scarsa lungimiranza; simili errori difficilmente si perdonano.
La situazione attuale è figlia di questa controrivoluzione neoliberista. Chiarite queste due questioni cruciali – (1) la natura sociale del gheddafismo e (2) la natura sociale e politica della “rivolta” che l’ha rovesciato –  si può parlare del disastro recente facendo un piccolo, ma significativo, passo in avanti.

L’ultima carta dell’occidente: Khalifa Haftar

Nei paesi coloniali gli eserciti il più delle volte costituiscono un vero e proprio “partito unico delle classi dominanti”. Credo che tutti sappiano come, nei momenti più difficili, le potenze imperialiste, per stabilizzare paesi in rivolta, abbiano fatto ricorso a quei settori più felloni e mercenari interni al potere militare. Detto, fatto: la Libia è una polveriera e, nel 2014, Khalifa Haftar prende con la forza il potere. Un articolo comparso su L’Espresso – gruppo editoriale decisamente ambiguo – ci dà delle notizie che trovano riscontro anche altrove. Leggiamo:

“Ma chi è, esattamente, Khalifa Haftar? Nato nel 1943 nell’est della Libia, come militare prende parte al colpo di Stato che porta al potere Gheddafi nel 1969. È ottimo il rapporto con il Colonnello, che un giorno ha detto di lui: «Era un figlio per me. E io ero il suo padre spirituale». Gheddafi gli fa fare carriera e gli dà le chiavi della guerra con il Chad. Che però si rivela un disastro. Haftar viene fatto prigioniero in Chad nel 1987, e il rapporto con Gheddafi si tramuta in aperta inimicizia. Nel 1990 viene rilasciato grazie a un accordo con gli Stati Uniti, e così se ne vola in America, dove prende la cittadinanza e rimane quasi 20 anni, mentre in patria viene condannato a morte.
Gli Stati Uniti lo portano nei sobborghi del nord della Virginia, non lontano da Washington, ma soprattutto vicino a Langley e dunque alla sede della Cia, con cui infatti in tutti questi anni collabora.
Nel 2011 Haftar è di nuovo in Libia, per prendere parte alla rivolta anti-Gheddafi. Torna poi in Virginia «a godersi i nipotini», ma poi rieccolo appunto in patria nel 2014, perché i suoi amici, ha raccontato, continuavano a ripetergli di avere bisogno di «un salvatore». Nel parlamento libico intanto avviene una specie di ribaltone. Le forze filo-islamiche si impongono e vogliono un nuovo premier. Per Haftar arriva l’ora delle decisioni irrevocabili. Il 14 febbraio appare in un messaggio televisivo in cui dichiara unilateralmente dissolto il parlamento. Ma non è in grado di imporsi con la 
 forza, e infatti il primo ministro Ali Zeidan definisce «ridicolo» il suo tentativo’

http://espresso.repubblica.it/internazionale/2015/02/18/news/haftar-il-nuovo-gheddafi-amico-della-cia-1.200079

Insomma, se lo dicono loro che il signor Haftar è in odor di CIA possiamo dire che è un indizio non da poco… Del resto – e credo che questo sia difficilmente smentibile – le stesse cose vengono diffuse da vari siti di controinformazione. Nulla da eccepire, le prove sono moltissime: Haftar è un uomo degli USA, per molti aspetti molto simile al generale egiziano, il golpista El Sisi, di cui abbiamo già parlato in altri articoli.
Allo stato attuale la Libia si trova divisa in questo modo: il gruppo di Al Bayda  e Tobruk unisce le forze anti-islamiche ed il generale Haftar. La coalizione di Tripoli, invece, è legata alla Fratellanza Musulmana e prende il nome di Alba Libica. L’ISIS pare essersi inserita all’interno di questo conflitto tra forze chiaramente di destra ed antipopolari.
Che dire ? Uno scenario molto più che complesso e – come il lettore attento avrà capito – c’è un grande assente: il movimento popolare ed antimperialista libico.

L’Egitto interviene ma chi c’è dietro ?

In altri articoli ho spiegato l’orientamento filoisraeliano del governo illegittimo di El Sisi, un governo che fino ad ora è stato custode degli interessi della grande borghesia sionista, per questo, se dopo l’esecuzione di 21 copti egiziani, i militari di El Cairo si lanciano in un’operazione militare è bene farci la domanda: cui prodest ?
Alcune riviste di geopolitica – in realtà molto ambigue – come ad esempio “Socialismo Patriottico”, sostengono, sbagliando in modo clamoroso, il carattere progressista di questo intervento militare che – a loro dire – consolida il ruolo di potenza regionale dell’Egitto. Ma cosa rimuovono questi analisti? Semplice, non prendono in esame la natura di classe – borghese – del governo di El Sisi ripiegando su analisi superficiali. Facciamo un esempio: l’Argentina è sempre stata una potenza regionale sudamericana ma, se dal ’76 all’ ’83, avesse invaso un altro paese dell’area tutti ci saremo fatti la domanda “I generali agiscono con il consenso di Washington?”.
Nello stesso modo, oggi noi dobbiamo chiederci:”El Sisi ha avuto il lasciapassare di Tel Aviv e d Washington?”
Un analista esperto – e un po’ meno superficiale dei geopoliticisti nostrani – avrebbe subito notato che l’Egitto è uno degli sbocchi dell’industria bellica di Israele. La retorica dei militari israeliani a seguito dell’aggressione contro il popolo di Gaza – aggressione a cui hanno coraggiosamente resistito i combattenti di Hamas – mirava, fra le altre cose, proprio a dare vigore alle multinazionali sioniste che smerciano armi facendo entrare Israele nella ‘top ten’ dei produttori mondiali di materiale bellico.
Il marxista internazionalista Charles – Andrè Udry ha notato che:
“A suo modo, questa retorica, segue le tracce dei “successi militari” della cosiddetta operazione “Margine protettivo” della vantata “Cupola di ferro” (Iron dome: sistema d’arma mobile per la difesa antimissile, ndr) che ha neutralizzato la quasi totalità di missili di Hamas. Questo “Dome” è esportabile, per lo meno in parte, verso diversi paesi. Tra l’altro nel quadro della lotta del dittatore Abdel Fattah al-Sisi contro i Fratelli musulmani, gli omaggi che gli rende il governo Netanhyau non poggiano solamente sulla riconoscenza per la distruzione dei “tunnel” cosiddetti di Hamas sulla frontiera egiziana e per i suoi sforzi diplomatici che vengono presentati in opposizione a quelli di Kerry. La potenza economica dei militari egiziani costituisce uno sbocco in crescita per le armi israeliane. La camera di commercio Franco-israeliana (Ccfi) indicava, nel giugno 2014, che le consegne di materiale elettronico erano state stabilite dal 2010. Con Sisi possono riprendere”.
Di certo gli affari sono ripresi bene dato che negli ultimi cinque anni Israele ha esportato materiale di sicurezza verso il Pakistan, l’Egitto, l’Algeria, gli Emirati Arabi Uniti ed il Marocco. Il quotidiano Haaretz ci dice che il governo sionista ha chiesto nel 2010 il permesso di fornire all’Egitto e al Marocco dei sistemi di ‘guerra elettronici’.
Che cosa deduciamo da tutto ciò? Direi tre cose: (1) l’Egitto più che una potenza regionale è – dalla morte di Nasser in poi – uno Stato coloniale e dipendente, (2) il vincolo Egitto – Israele non è stato rotto da Morsi ed El Sisi lo ha ora intensificato, (3) la borghesia sionista è stata abile a creare una serie di Stati vassalli arabi.
Gli affari per le multinazionali israeliane andranno bene? Aspettiamo prima di dare una risposta ma è chiaro a tutti che il capitalismo occidentale ha bisogno di conflitti come questo per superare le sue crisi sistemiche. Israele non è forse parte integrante del blocco capitalista occidentale e della NATO ? Certo che sì, e l’ISIS si trova nel posto giusto al momento giusto.
Molti quando parlano di Israele sottovalutano la penetrazione dei capitali ebraici, eppure, in virtù di ciò, l’imperialismo sionista tiene sotto scacco molti paesi europei (come ad esempio la Francia e anche l’Italia) e ha consolidato un suo vecchio progetto: la penetrazione in Africa.
Scusate, ma la Libia popolare non era la chiave per l’emancipazione del continente africano? E con chi si scontrerebbe l’imperialismo israeliano in Africa? Ovvio, con la Cina, avversaria non solo  di Tel Aviv ma anche e soprattutto degli Usa, quella stessa Cina che in Africa, anche e soprattutto attraverso la collaborazione con Gheddafi, aveva iniziato una graduale penetrazione economica e commerciale.
Ecco che si spiegano molte cose. La confusione sotto il cielo è tanta ma la situazione – contraddicendo le celebri parole di Mao – non è eccellente ma disastrosa.

 http://www.linterferenza.info/esteri/libia-atto-secondo/

Imperialismo culturale statunitense, di James Petras


"Stile di vita" della classe media nordamericana imposto come forma di imperialismo culturale dagli USA nel mondo
L'imperialismo culturale nordamericano ha due obiettivi principali, uno di carattere economico ed un altro politico: imbrigliare i mercati per le sue merci culturali e catturare conformando la coscienza popolare. L'esportazione di merci culturali è una delle fonti più importanti di accumulazione del capitale e di profitti globali per il capitalismo nordamericano e ha modificato le esportazioni di beni manufatti.
Nella sfera politica, l'imperialismo culturale svolge un ruolo importantissimo nel processo di dissociazione della popolazione dalle sue radici culturali e dalle sue tradizioni di solidarietà, sostituendole con "necessità" create dai mezzi di comunicazione che cambiano con ogni campagna pubblicitaria. L'effetto politico consiste nell'alienare ai popoli i legami con le loro comunità e classi tradizionali, atomizzare e separare gli individui fra loro. L'imperialismo culturale acutizza la segmentazione della classe operaia ed incoraggia la popolazione lavoratrice a pensare sé stessa come parte di una gerarchia, enfatizzando le piccole differenze di stili di vita con coloro che stanno sotto di lei più che le grandi disuguaglianze che li separano da chi sta sopra.
L'imperialismo non può essere compreso semplicemente come un sistema economico-militare di controllo e sfruttamento. La dominazione culturale è una dimensione integrale per qualunque sistema basato sullo sfruttamento mondiale. L'imperialismo culturale si può definire come invasione e dominazione sistematica della vita culturale delle classi popolari da parte delle classi che governano l'Occidente, con l'obiettivo di ri-orientare le scale di valori, le condotte, le istituzioni e le identità dei paesi oppressi per farli coincidere con gli interessi delle classi imperialiste. L'imperialismo culturale ha forme "tradizionali" e moderne. Nei secoli scorsi la chiesa, il sistema educativo e le autorità pubbliche, svolgevano un ruolo fondamentale, inculcando ai popoli nativi idee di sottomissione e lealtà, in nome di principi divini o assolutisti.
Mentre stavano ancora funzionando quei meccanismi "tradizionali" dell'imperialismo, le nuove mediazioni moderne, radicate nelle istituzioni contemporanee, sono diventate sempre più centrali per la dominazione imperialista: i mezzi di comunicazione, la pubblicità, i presentatori ed i personaggi del mondo dello spettacolo e vecchi intellettuali svolgono oggi questo ruolo principale.
Nel mondo contemporaneo, Hollywood, CNN e Disneyland sono molti più influenti che il Vaticano, la Bibbia o la retorica delle relazioni pubbliche dei politici.
Nuove caratteristiche del colonialismo culturale
Il colonialismo culturale convenzionale (CCC) si distingue dalle pratiche del passato per vari motivi:
1. Mira a catturare un grande pubblico e non solo la conversione delle élites
2. I mezzi di comunicazione di massa, in particolare la televisione, invadono la casa e funzionano da "dentro" e "dal basso" tanto quanto da "fuori" e "dall'alto". Il messaggio è doppiamente alienante: proietta uno stile di vita imperialista e un'atomizzata serie borghese di problemi e situazioni.
3. Il CCC è globale per la sua portata e l'omogeneità del suo impatto: la pretesa di universalità serve per mistificare i simboli, gli obiettivi e interessi del potere imperialista.
4. I mezzi di comunicazione di massa, come strumenti dell'imperialismo culturale, sono oggi "privati" solo nel senso formale: l'assenza di vincoli formali con lo Stato offre una copertura che legittima i media privati proiettando gli interessi dello Stato imperialista come "notizie" o "spettacoli".
5. L'imperialismo culturale nell'era della "democrazia" deve falsificare la realtà nel paese imperialista per giustificare l'aggressione, trasformando le vittime in aggressori e gli aggressori in vittime. A Panama, per esempio, lo Stato imperialista nordamericano e i mezzi di comunicazione di massa proiettarono l'immagine di quel paese come una minaccia del narcotraffico per la gioventù degli Stati Uniti, mentre lanciavano bombe sulle comunità della classe lavoratrice panamense.
6. Il controllo culturale assoluto è la contropartita della separazione totale tra la brutalità del capitalismo reale esistente e le illusorie promesse del mercato libero.
7. Al fine di paralizzare le risposte collettive, il colonialismo culturale cerca di distruggere le identità nazionali. Per rompere la solidarietà promuove il culto della "modernità" come conformità ai simboli esterni.
Mentre le armi imperialiste disarticolano la società civile e le banche saccheggiano l'economia, i mezzi di comunicazione imperialisti modellano gli individui con varie fantasie per fuggire dalla miseria quotidiana.
Mezzi di comunicazione di massa: propaganda e accumulazione di capitale
I mezzi di comunicazione di massa costituiscono una delle principali fonti di salute e potere del capitale nordamericano. Oggi, praticamente uno ogni cinque tra i nordamericani più ricchi trae ricchezza dagli utili nei mezzi di comunicazione, a discapito di altri settori industriali.
I mezzi di comunicazione si sono trasformati in una parte integrante del sistema nordamericano di controllo politico e sociale e in una delle principali fonti di super profitti. Man mano che aumentano i livelli di sfruttamento, disuguaglianza e povertà, i mezzi di comunicazione controllati dagli Stati Uniti agiscono per trasformare un pubblico critico in una massa passiva. Le celebrità dei media e dello spettacolo di massa sono diventati importanti ingredienti nella deviazione di potenziali inquietudini politiche.
Esiste una relazione diretta tra l'incremento del numero di apparecchi televisivi in America Latina, la riduzione dei redditi e la diminuzione delle lotte popolari. Tra il 1980 e il 1990, il numero di televisori per abitante in America è cresciuto del 40%, mentre la media reale dei redditi è scesa del 40% e una moltitudine di candidati politici neoliberali molto dipendenti dall'immagine televisiva, hanno conquistato la presidenza. L'incremento dell'invasione dei mezzi di comunicazione di massa tra le classi più povere, i crescenti investimenti e profitti delle corporazioni nordamericane nei mezzi di comunicazione e l'onnipresente saturazione di messaggi che offrono alla popolazione esperienze di consumo individuale e di avventure rappresentative delle classi medio-alte, definiscono l'attuale fase del colonialismo culturale. Mediante le immagini televisive si stabilisce una falsa intimità ed un vincolo immaginario tra gli individui fortunati che appaiono nei mezzi di comunicazione e gli impoveriti spettatori dei quartieri periferici. Questa relazione offre un canale attraverso il quale diffondere il metodo delle soluzioni individuali ai problemi privati. Il messaggio è chiaro: s'incolpano le vittime della propria povertà, riconducendo il successo allo sforzo individuale.
Imperialismo e politica del linguaggio
La strategia dell'imperialismo culturale consiste nel rendere insensibile il pubblico, per far accettare la massiccia mattanza compiuta dagli stati occidentali come un'attività di routine giornaliera. Per esempio, proponendo i massicci bombardamenti sull'Iraq in forma di videogiochi.
Ponendo enfasi nella modernità delle nuove tecnologie belliche, i mezzi di comunicazione glorificano il potere raggiunto dall'elite: la tecno-guerra dell'occidente. L'imperialismo culturale promuove attualmente reportage "informativi" nei quali le armi di distruzione di massa vengono presentate con attributi umani ("bombe intelligenti") mentre le vittime del Terzo Mondo sono "aggressori-terroristi" senza volto.
La manipolazione culturale mondiale si sostenta nella corruzione del linguaggio della politica. Una delle maggiori "innovazioni" recenti dell'imperialismo culturale è l'appropriazione del linguaggio della sinistra e il suo uso per razionalizzare pratiche e politiche profondamente reazionarie. Questa è una politica di "disinformazione" che ruba alla sinistra il linguaggio e i concetti utilizzati per attaccare la dominazione della classe capitalista.
Terrorismo culturale: la tirannia del liberalismo
Il terrorismo culturale è responsabile della liquidazione fisica degli artisti e delle attività culturali locali. Proietta nuove immagini di "mobilità" e "libertà di espressione", distruggendo gli antichi vincoli comunitari. Gli attacchi contro le restrizioni e i vincoli tradizionali costituiscono un meccanismo per il quale il mercato e lo Stato capitalista si trasformano nel centro essenziale del potere esclusivo.
In nome della "auto-espressione", l'imperialismo culturale opprime le popolazioni del Terzo Mondo che temono di essere considerate come "tradizionali", seducendole e manipolandole mediante false immagini di "modernità" senza classi. I popoli del Terzo Mondo ricevono divertimento, coazioni e stimoli per essere "moderni": si arrendono davanti al moderno rifiutando i propri confortevoli e tradizionali capi d'abbigliamento larghi, per rimpiazzarli con jeans stretti e scomodi.
La nordamericanizzazione e il mito della "cultura internazionale"
E' diventato di moda evocare termini come "globalizzazione" e "internazionalizzazione" per giustificare gli attacchi contro qualsiasi forma di solidarietà, comunità e/o valori sociali. Sotto il travestimento dell'"internazionalismo", Europa e Stati Uniti si sono trasformati negli esportatori dominanti di forme culturali più efficaci di depoliticizzazione e banalizzazione dell'esistenza quotidiana. Le immagini di mobilità individuale, di self-made person, l'enfasi nella "esistenza autocentrata" (prodotta e distribuita massicciamente dall'industria nordamericana dei mezzi di comunicazione) si sono trasformati in importanti strumenti di dominazione del Terzo Mondo.
I nuovi modelli culturali - predominio del privato sul pubblico, dell'individuale sul sociale, del sensazionalismo e della violenza sulle lotte quotidiane e le realtà sociali - contribuiscono ad inculcare con precisione valori egocentrici e a minare l'azione collettiva. Questa cultura delle immagini, delle esperienze transitorie, della conquista sessuale, agiscono contro la riflessione, il compromesso e i sentimenti condivisi di affetto e solidarietà. La nordamericanizzazione della cultura significa focalizzare l'attenzione popolare sulle celebrità, sul personalismo e sui pettegolezzi privati e non sulle profondità sociali, le questioni economiche sostanziali, nella condizione umana.
La cultura che glorifica il "provvisorio" riflette lo sradicamento del capitalismo nordamericano. Il suo potere di contrattare e licenziare, di muovere capitali senza considerazione alcuna per le comunità. Il mito della "libertà di movimento" riflette l'incapacità della popolazione di stabilire e consolidare le proprie radici comunitarie prima dei cambiamenti che esige il capitale. La cultura nordamericana glorifica le relazioni fugaci e impersonali come "libertà", quando in realtà quelle condizioni riflettono l'anomia e la subordinazione burocratica di una massa di individui al potere del capitale transnazionale.
La nuova tirannia culturale è attecchita nell'onnipresente, ripetitivo e semplice discorso del mercato, di una cultura omogeneizzata del consumo, in un sistema elettorale degradato. La nuova tirannia mediatica si orienta in parallelo alla gerarchizzazione statale e delle istituzioni economiche. Il segreto del successo dell'aggressione culturale nordamericana è la sua capacità di modellare fantasie per fuggire dalla miseria. Gli ingredienti essenziali del nuovo imperialismo culturale sono la fusione della commercialità-sessualità-conservatorismo, ognuno di questi presentati come espressioni idealizzate delle necessità private, un'autorealizzazione individuale.
Impatto dell'imperialismo culturale
La violenza statale negli anni '70 e inizio '80 produsse un danno psicologico e di sfiducia su larga scala e, rispetto alle iniziative radicali, un sentimento di impotenza davanti all'autorità stabilita, anche se questa stessa autorità era odiata. Il terrore portò la gente "verso il dentro", verso l'ambito privato. Il "terrorismo economico" susseguente la chiusura delle fabbriche, l'abolizione della protezione legale del lavoratore, l'incremento del lavoro temporaneo, la moltiplicazione delle imprese individuali molto mal pagate, aumentarono la frammentazione della classe lavoratrice e delle comunità urbane. In questo contesto di frammentazione, diffidenza e privatizzazione, il messaggio culturale dell'imperialismo trova terreno fertile per esplorare sensibilità di popolazioni vulnerabili, incoraggiando ed approfondendo sempre l'alienazione personale, le attività autocentrate e la competizione individuale per risorse sempre scarse.
L'imperialismo culturale e i valori che promuove hanno svolto un ruolo fondamentale nel prevenire la risposta collettiva degli individui sfruttati al peggioramento delle loro condizioni. La maggiore vittoria dell'imperialismo non è solo l'aver ottenuto profitti, bensì la conquista dello spazio interno della coscienza attraverso i mezzi di comunicazione di massa. La dove sia possibile un risorgimento della politica rivoluzionaria, questa dovrà cominciare con l'aprire un fronte di lotta non solo contro le condizioni di sfruttamento, ma anche contro la cultura che sottomette le sue vittime.
Limiti dell'imperialismo culturale
Contro le pressioni onniscienti del colonialismo culturale vi è un principio di realtà: l'esperienza personale della miseria e dello sfruttamento, realtà quotidiane che non potranno mai essere cambiate dagli evasivi mezzi di comunicazione. Nella coscienza delle popolazioni esiste una lotta costante tra il demonio dell'evasione individuale (coltivata dai media imperialisti) e la conoscenza intuitiva che l'azione collettiva e la responsabilità è l'unica risposta pratica.
La Coca Cola si trasforma in un cocktail esplosivo, la promessa di opulenza si trasforma in un affronto per quelli che perpetuamente rimangono relegati. L'impoverimento prolungato e l'estesa decadenza erodono l'incantesimo e l'attrattiva delle fantasie dei mass media.
Le false promesse dell'imperialismo culturale si trasformano in amare beffe.
In secondo luogo, le risorse dell'imperialismo culturale sono limitate dal perdurare di vincoli di collettivi. Lì dove perdurino i vincoli di classe, etnia, di sesso e dove sono forti le pratiche di azione collettiva, l'influenza dei mezzi di comunicazione di massa è limitata o respinta.
In terzo luogo, dal momento in cui esistono tradizioni e culture preesistenti, queste formano un "circolo chiuso" che integra pratiche sociali e culturali orientate verso il dentro e verso il basso, non verso l'alto e verso il fuori. Lì dove il lavoro, la comunità e la classe convergono con le tradizioni e le pratiche culturali collettive, l'imperialismo culturale retrocede e fa irruzione l'imperialismo militarizzato.
La lotta culturale è radicata nei valori di autonomia, comunità e solidarietà, necessari per creare una coscienza favorevole alle trasformazioni sociali.
Ma soprattutto, la nuova visione deve ispirare la popolazione affinché desideri non solo di essere libera dalla dominazione, ma essere libera di creare una vita personale piena di senso, costituita da relazioni affettive non strumentali, che trascendano il lavoro quotidiano anche quando ispirino la gente a continuare a lottare. L'imperialismo culturale si alimenta delle novità, delle manipolazioni personali e transitorie, ma mai di una visione di autentici e profondi vincoli, basati sull'onestà personale, l'uguaglianza tra i sessi e la solidarietà sociale.

Nessun mondo multipolare se i media sono unipolari, di Roberto Quaglia

Una narrazione non allineata. Alla ricerca di un mondo unipolare dentro un sistema mediatico tutto unipolare. L’egemonia USA sui media vera super-arma.


Il grande interrogativo della geopolitica globale di oggi è se il mondo andrà verso un mondo unipolare a tempo indeterminato dominato dagli Stati Uniti (ciò che con orgoglio - o con arroganza − gli americani chiamano Full Spectrum Dominance, "dominio sull’intero spettro") o se invece si muoverà verso un mondo multipolare in cui coesistono diversi centri di potere.
Dal punto di vista economico il mondo è già multipolare, essendo la quota statunitense del prodotto mondiale lordo di appena circa il 18 per cento (dati 2013) e in costante diminuzione. Allora come mai gli USA sono ancora così dominanti a livello globale? La ragione non è il suo gigantesco budget militare, dal momento che non si può realisticamente bombardare tutto il mondo.
Il primo strumento magico che gli Stati Uniti usano per dominare il mondo è il loro dollaro. La parola "magico" è qui licenza non poetica: il dollaro è effettivamente una creatura magica, in quanto la Federal Reserve può crearlo in quantità illimitate dentro i computer, e tuttavia il mondo lo considera come qualcosa di prezioso, pensando comunque ai petrodollari. Il che rende un compito facile per gli Stati Uniti finanziare con miliardi di dollari le "rivoluzioni colorate" e altre sovversioni in tutto il globo, praticamente a costo zero. Questo è un problema grave che ogni mondo che cerca la multipolarità dovrebbe affrontare. L’altra super-arma degli Stati Uniti è il loro dominio folle dei mezzi d’informazione, qualcosa di molto vicino all’egemonia assoluta, la cui dimensione è fuori dall’immaginazione della maggior parte degli analisti. Hollywood è la più straordinaria macchina della propaganda mai vista in questo mondo. Hollywood trasmette in miliardi di cervelli di tutto il mondo i canoni hollywoodiani per la comprensione della realtà, che includono − ma non solo − il modo di pensare, di comportarsi, di vestirsi, cosa mangiare e bere, fino a come esprimere il dissenso. Sì, Hollywood è perfino in grado di istruirci su come esattamente esprimere il nostro dissenso verso lo stile di vita americano. Solo per citare un esempio (ma ce ne sono molti), i dissidenti occidentali spesso citano il film "Matrix" [1999] per riferirsi a un’invisibile rete di controllo sulle nostre vite, ma anche Matrix fa parte della stessa matrice, se posso metterla in chiave umoristica. Ecco la confezione hollywoodiana del processo di comprensione che viviamo in un mondo ingannevole: utilizzando allegorie, simboli e metafore prodotti negli Stati Uniti, facciamo comunque pienamente parte del loro sistema e quindi contribuiamo a rendere questo reale.
Gli Stati Uniti hanno anche il controllo dell’informazione mainstream a livello mondiale, essendo la CIA infiltrata nella maggior parte dei più importanti network. Il giornalista tedesco Udo Ulfkotte, che ha lavorato per la Frankfurter Allgemeine Zeitung, uno dei principali quotidiani tedeschi, nel suo libro bestseller Gekaufte Journalisten ["Giornalisti venduti"] ha recentemente confessato di essere stato pagato per anni dalla CIA per manipolare le notizie, e che questo è del tutto normale nei media tedeschi. Possiamo tranquillamente ritenere che ciò sia molto comune anche in altri paesi. Questo controllo globale sui mezzi d’informazione permette agli Stati Uniti di dominare la guerra della percezione in tale misura da rendergli possibile trasformare facilmente il bianco in nero agli occhi del pubblico. È incredibile come i media europei sotto il controllo americano abbiano potuto distorcere i fatti durante le recenti crisi in Ucraina: la giunta filonazista di Kiev, salita al potere con un colpo di Stato, è stata capace di bombardare e uccidere i propri cittadini per mesi, mentre i media occidentali la raffigurano sempre come la parte buona e Putin è descritto come il nuovo Hitler senza nessun motivo realmente fondato.
Per capire fino a che punto il dominio delle informazioni è di per sé sufficiente a plasmare una realtà effettiva, ricordiamo questa citazione del 2004 attribuita a Karl Rove, all’epoca consulente senior di George W. Bush:
«Noi siamo un impero e quando agiamo creiamo la nostra realtà; così, mentre voi studiate quella realtà - con tutto l’equilibrio di cui siete capaci - noi agiamo di nuovo, creando altre nuove realtà che voi potete anche studiare, ed è così che le cose si gestiscono: noi siamo i protagonisti della storia... e a voi, a tutti voi, sarà solamente consentito di studiare ciò che noi facciamo.»
E se tutto questo non bastasse, la maggior parte delle informazioni che circolano oggi nel mondo è elaborata da computer con sistemi operativi americani (Microsoft e Apple), mentre le persone − compresi coloro che si oppongono agli Stati Uniti − comunicano fra loro attraverso Facebook, Gmail e altri canali controllati dalla CIA. È proprio questo pressoché totale monopolio dell’informazione che fa la vera differenza. Così, anche se l’importanza economica americana ha subìto un netto declino negli ultimi decenni, la sua influenza sul piano dell’informazione è paradossalmente cresciuta. Perciò i paesi che oggi guardano a un vero e proprio mondo multipolare dovrebbero rivedere le loro priorità e iniziare a competere seriamente sul campo dell’informazione, piuttosto che concentrarsi solo su questioni economiche.
Oggi il potere è solo una questione di percezione, e gli Stati Uniti sono ancora gli impareggiabili maestri di questo gioco. Non avremo nessun mondo veramente multipolare fino a quando altri giocatori con competenze analoghe non entreranno in gioco.
Ci sono già alcuni casi di servizi di news non allineati con gli Stati Uniti di qualità eccellente e con l’ambizione di un’audience globale, fra i quali i più notevoli sono Russia Today e l’iraniana Press TV, ma questo è ancora poco o niente in confronto al costante tsunami di informazioni audiovisive filoamericane che dilaga in tutto il mondo 24 ore su 24. Russia Today sta progettando di allestire anche canali in francese e tedesco: questo è un passo in avanti, ma ancora lontano dall’essere sufficiente. Gli USA non sono davvero preoccupati dai paesi che li sorpassano nei propri interessi, però cominciano a innervosirsi se questi paesi utilizzano valute diverse dal dollaro per i loro commerci e letteralmente impazziscono quando sullo scacchiere dell’informazione appaiono importanti network non allineati. Il che suona abbastanza strano, dato che la libertà di stampa è un punto centrale della moderna mitologia americana, ma ogni fonte di informazione non allineata con gli Stati Uniti mette appunto in pericolo il loro monopolio della realtà. Questo è il motivo per cui hanno bisogno di demonizzare i concorrenti e di etichettarli come antiamericani o peggio. Tuttavia, spesso i giornalisti o gli editori non allineati sono semplicemente una realtà non americana, non necessariamente antiamericana; ma agli occhi degli egemonisti americani tutte le informazioni non-americane sono per definizione antiamericane, dal momento che la compattezza del loro impero si fonda soprattutto sul loro monopolio della realtà percepita. Ricordate la citazione di Karl Rove.
Così, i paesi non allineati con gli USA che veramente aspirano a un mondo multipolare non hanno altra scelta se non quella di imparare dal loro avversario e agire di conseguenza. Al di là della creazione di un proprio news network all’avanguardia, essi dovrebbero anche cominciare a fornire un sostegno concreto all’informazione indipendente nei paesi in cui le notizie sono attualmente controllate dagli Stati Uniti. Giornalisti indipendenti, scrittori e ricercatori dei paesi occidentali oggi stanno facendo il loro lavoro solo per passione civile, spesso non pagati e al costo di pubbliche derisioni, emarginazione sociale e sacrifici economici. Diffamati nelle loro patrie e senza nessun aiuto da parte dei paesi che presumibilmente mirano a sottrarsi al giogo statunitense: questo non è un buon inizio per la fine della Full Spectrum Dominance degli Stati Uniti. Non c’è e non ci sarà mai un mondo realmente multipolare senza una gamma veramente multipolare di punti di vista sulla scena. Un impero postmoderno è più che altro una condizione mentale: se questa condizione rimarrà unipolare, il mondo resterà tale.
Traduzione
Emilio M. Piano
Fonte
Megachip (Italia)

 http://www.voltairenet.org/article186807.html

martedì 24 febbraio 2015

Esiste la lobby ebraica, di Mauro Manno


Solo pochi anni fa, chi osava porre questa domanda veniva subito tacciato di «antisemitismo». E non solo da sionisti o ebrei, ma soprattutto da personaggi di ‘sinistra’.
Fa meraviglia che oggi la cosiddetta ‘sinistra’, e non solo quella non-alternativa, sia scivolata nel pantano ripugnante dei sostenitori del sionismo, delle colonie, di Israele, e dei suoi innumerevoli e sempre nuovi crimini? No nessuna meraviglia. É la logica conseguenza di scelte sciagurate di tanti anni fa. Quando si definisce il sionismo ‘lotta di liberazione degli ebrei’, di tutti gli ebrei, anche dei non-sionisti o dei non israeliani, allora è logico  dire che chi si oppone a Israele, cioè al frutto della ‘lotta di liberazione’ è solo un «antisemita», non vuole che gli ebrei siano liberati, li vuole semplicemente sopprimere. Ma se il sionismo è la ‘lotta di liberazione degli ebrei’, perché tanti ebrei, comunisti, socialisti, semplicemente democratici, si sono opposti al sionismo? erano contro la loro liberazione? Perché oggi questo genere di persone continua ad esistere nella comunità ebraica mondiale?
Una lotta di liberazione è tale perché libera un territorio da una potenza coloniale, non dai suoi abitanti. Il sionismo invece ha patteggiato con l’impero britannico il possesso della Palestina e infine l’ha ‘liberata’ dei suoi abitanti palestinesi, per costruire uno Stato che oggi costituisce la punta di diamante dell’imperialismo occidentale, quello americano in testa.
Prima ancora che lo dicessero i sionisti o Israele, la ‘sinistra’ italiana, confondendo sionismo e ebraismo, lanciava a destra e a manca facili accuse di «antisemitismo». Oggi che la destra storica è filo-israeliana perché è filo-imperialista e filo-americana, la sinistra si trova spiazzata. Gli antisemiti storici sono diventati filo-semiti, Fini e la stessa Mussolini sono buoni amici di Israele, anzi accusano la ‘sinistra’ di tradire Israele e di essere inconsapevolmente a fianco dei ‘terroristi’. Gli unici «antisemiti» oggi sono gli anti-imperialisti, gli «anti-americani», coloro che combattono il sionismo e Israele.
 
Fassino si dichiara apertamente e senza vergogna ‘sionista’, Bertinotti sostiene che “è difficile criticare Israele”, la maggior parte dei sostenitori di Israele però preferisce tacere, il che, davanti ai crimini di guerra e quelli contro l’umanità che Israele commette tutti i giorni (oggi a Gaza e in Libano), equivale a un chiaro sostegno. Chi tace acconsente. I  più ‘coraggiosi’ si spingono tanto in avanti da sussurrare a labbra strette che le risposte di Israele “sono sproporzionate”. Sproporzionate? Distruggere un paese, uccidere centinaia di civili, creare un disastro umanitario dislocando 700 000 persone per ottenere il rilascio di due soldati rapiti è solo una risposta ‘sproporzionata’?
Si dice poi che quella di Israele è ‘una risposta’ al rapimento dei soldati e quindi in qualche modo la si giustifica. Una risposta? Chi ha cominciato a rapire militanti palestinesi, o a ucciderli, in retate e assalti ai territori palestinesi. Sono circa 8 000 i palestinesi rapiti, in carcere senza processo e accuse, come a Guantànamo, ci sono anche donne e ragazzi,. Ci sono ancora resistenti libanesi nelle prigioni israeliane anche se la resistenza all’occupazione del Libano meridionale ha cacciato gli Israeliani nel 2000. Di questi i nostri ‘sinistri’ o ‘sionistri’ non dicono niente?
Ma «Israele ha il diritto di difendersi» dice Bush su suggerimento di Olmert. «Israele ha il  diritto di difendersi» grida la sionistra in coro, compreso Bertinotti. Certo è naturale, chi è attaccato ha diritto di difendersi. Non lo si può certo negare. Ma le cose non stanno così. Gli attaccati, dal 1948, sono i palestinesi, l’intero mondo arabo. Si toglie loro la Palestina la si dà ai sionisti, si impedisce la nascita di uno Stato palestinese, si conquistano e non si rendono territori arabi, si sommergono i paesi vicini di profughi palestinesi, si invadono e si distruggono con mille pretesti i paesi vicini, e tutto questo non è attaccare? Per chi accetta l’esistenza dello Stato sionista, nato da un sopruso imperialista e non da una ‘lotta di liberazione’, è logico dire che esso è attaccato, soprattutto perché è alleato dell’Occidente. E poi è uno Stato «democratico» e chi lo attacca è «terrorista». Per chi non accetta lo stato sionista, proprio perché è nato da un sopruso imperialista (anche se camuffato con il travestimento della ‘Legalità Internazionale’), è logico schierarsi con gli oppressi, con i palestinesi, con i senza Stato, i profughi, i «terroristi». Noi proponiamo che in Palestina si giunga al più presto alla costituzione di un solo Stato Democratico per palestinesi ed ebrei (un uomo, un voto). Come è successo in Sud Africa. Ma questo comporta lo scioglimento dello Stato sionista per soli ebrei, uno Stato di apartheid. Come era il Sud Africa prima della liberazione.
Perché questa posizione ragionevole e democratica, che permetterebbe, tra l’altro, agli ebrei di liberarsi veramente della loro mentalità da ghetto (Israele è uno Stato-Ghetto per soli ebrei), non si afferma nel mondo tra i democratici, nella sinistra, anche se essa si richiama a valori umanitari, di uguaglianza, di tolleranza, ai princìpi di democrazia e di libertà?
Qualcuno dirà: perché la sinistra ha tradito i suoi stessi principi e valori fondanti. Certo. Ma questa risposta non ci soddisfa.
 
Torniamo alla domanda iniziale: Esiste la lobby ebraica?
 
Leggendo le parole di Jeff Blankfort, un ebreo anti-sionista coerente e coraggioso,[1] possiamo capire come gli Stati Uniti d’America, avendo venduto le loro istituzioni parlamentari alla lobby ebraica, si presentino in Medio Oriente operando contro quei principi di libertà e uguaglianza che tanto spesso proclamano essere i valori fondanti della loro democrazia Certo gli Stati Uniti sono imperialisti, ma cosa ci guadagnano dall’essere complici e responsabili della mancata nascita di uno Stato palestinese, seppur piccolo e striminzito? Cosa perdono invece, con la loro incondizionata politica pro-israeliana, in termini di influenza presso i paesi arabi? Non sono poi Israele e la lobby ebraica che spingono gli Stati Uniti contro i popoli arabi? Cosa ci guadagnano oggi gli Stati Uniti acconsentendo alla distruzione del Libano? La lezione dell’11 settembre non sono stati capaci di capirla bene. Forse perché la lobby ebraica americana ha impedito che si sviluppasse un dibattito serio sui frutti di una politica estera totalmente pro-israeliana. L’imperialismo americano, pur restando imperialista, avrebbe tutto da guadagnare da un atteggiamento più equidistante. Anzi riuscirebbe forse a perseguire meglio i suoi obiettivi almeno in relazione ai regimi arabi filo-occidentali che hanno sempre più difficoltà a gestire le masse arabe solidali con i palestinesi e fortemente anti-israeliane e sempre più anche anti-occidentali. Jeff Blankfort è un ebreo coraggioso perchè denuncia da tempo, inflessibilmente l’operato e il potere della lobby ebraica. Oggi, dopo la guerra in Iraq, le cose stanno cambiando anche in America. I sionisti continuano ad accusare di «antisemitismo» che denuncia la lobby ebraica, ma la loro arma appare ormai spuntata. Due studiosi americani Mearsheimer e Walt hanno pubblicato uno studio dettagliato sulla lobby. Il dibattito è stato aperto, non lo si può più fermare. Assistiamo al crollo di un tabù, era ora! C’è voluta la bravata sionista di far invadere l’Iraq per conto di Israele all’esercito americano. C’è voluto questa guerra disastrosa per l’America e ci sono voluti circa 3 000 suoi GIs morti per Israele.
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In Italia, esiste la lobby ebraica? Non solo esiste ma è forte e, fatto grave, non ha oppositori o persone che ne denunciano la pericolosità. Il partito Radicale di Pannella-Bonino-Capezzone prende soldi e ordini da Tel Aviv. Il governo (con le nostre tasse) gli paga, stupidamente, la gestione faziosa e sionista di Radio Radicale. Perché sono tanto interessati a piazzare loro accoliti in ministeri come gli Esteri, la Difesa, le Relazioni col Parlamento europeo? Perché non la Sanità, la Pubblica Istruzione, per esempio? A parte le considerazioni sulla loro forza elettorale, è chiaro che a loro interessano quei ministeri che hanno a che fare con gli Stati Uniti e Israele. Perché si muovono da destra a sinistra a seconda delle possibilità di vittoria dell’uno o l’altro polo? Per entrare comunque al governo, qualsiasi esso sia, per fare gli interessi d’Israele.
E veniamo al Giornale-Partito-Sionista-Italiano “La Repubblica” dell’ebreo sionista De Benedetti. Schierato con la sionistra esercita una grande influenza sul gruppo dirigente DS e in mille modi ne condiziona la politica e la cultura. É riuscito a sostituire ‘L’Unità’ come giornale del partito di maggior peso nell’Unione. Esercita anche una nefasta influenza culturale nella società. I DS, non più un partito di militanti ma un movimento elettorale e d’opinione, non era più in grado di mantenere in vita il giornale del partito con le sottoscrizioni e i festival, per cui hanno accettato l’offerta di sionizzarsi con De Benedetti. Il glorioso ‘L’Unità’ di un tempo è stato dato in gestione ad un altro ebreo sionista, Furio Colombo, ex-uomo Fiat e amico di Kissinger, che lo mantiene in vita con i denari (ancora) di De Benedetti. Responsabile di questa resa incondizionata è soprattutto Fassino. La lobby ebraica italiana, come il Partito Radicale, lavora a destra e a sinistra, sui due tavoli del potere. Così è riuscita a piazzare Feltri al giornale ‘Libero’ di Berlusconi, e in più vari suoi uomini in altri giornali e alla televisione. Mieli alla direzione del ‘Corriere’, l’infuocata Fiamma Nierenstein alla ‘Stampa’, Clemente Mimoun, al TG1, il suo amico Enrico Mentana a Canale 5. Ci limitiamo ai posti dirigenti, non accenniamo nemmeno ai semplici giornalisti. La comunità ebraica italiana conta circa 40 000 membri. C’è una città italiana con una popolazione di queste dimensioni da cui provengono tanti direttori di giornali e telegiornali così  importanti? Immaginate tanti direttori di Media provenienti da Merano (Meran) e tutti osannanti alla politica austriaca o tedesca. C’è evidentemente una strategia di attenzione ai Media italiani da parte della lobby ebraica italiana (e internazionale). La stessa strategia risultata vincente in America. Oggi poi dobbiamo aggiungere Sky (in America: Fox) del famigerato Rupert Murdoch, australiano di nascita, ma da madre ebrea e quindi vero ebreo. Questo amico di Sharon ha avuto un ruolo mondiale importante nell’orientare l’opinione pubblica a favore della guerra in Iraq e a favore di Israele. É uno strumento importante nella cosiddetta «guerra al terrore» di USA e Israele, o meglio di USrael. Tutti se la prendono con gli sciocchi vanitosi uomini bandiera Ferrara e Fede, nessuno nota le vere forze vive del sionismo in Italia.

 http://www.israelshamir.net/Italian/Mauro1.htm