sabato 14 aprile 2018

Gilad Atzmon on Syria, Palestine and the Current Dystopia

Fonte: http://www.gilad.co.uk/writings/2018/4/13/gilad-atzmon-on-syria-palestine-and-the-current-dystopia

I had an incredible time yesterday talking to Jason Liosatos. We spoke about the current Dystopia, tyranny of correctness, ID nonsense, the Ziocon war mongers and their service providers in Britain, USA and France. Truth doesn't need a movement it needs to be explored! 

If they want to burn it, you want to read it!

giovedì 12 aprile 2018

NESSUNA GUERRA – COMUNICATO COMITATO NO NATO



Appello della lista “Comitato No Nato” comitatononato@googlegroups.com nel momento in cui gli USA, i neo-colonialisti britannici e francesi, lo Stato razzista Israele, la monarchia wahabbita saudita e le petromonarchie del Golfo Persico si preparano ad attaccare lo stato laico, democratico e indipendente siriano, riconosciuto membro dell’ONU, non potendo accettare la sua vittoria sul terrorismo che lo ha devastato per oltre 7 anni. Terrorismo creato, sostenuto e usato dagli interessi geopolitici che orientano la politica estera degli Stati occidentali sul campo dello scontro economico, politico e militare con gli emergenti poli antagonisti euro-asiatici, Russia e Cina. Strategia destabilizzante e terrorista già messa in atto in Europa orientale – Jugoslavia, Ukraina, Baltico, Caucaso – , in Africa – Libia, Sudan, Niger – e in Asia e Medio oriente – Afghanistan, Iraq, Yemen. La tremenda oppressione della teocrazia sionista contro il popolo palestinese e le sue minacce all’Iran sono un tassello di questa strategia devastante. L’azione, il ruolo della Turchia, membro NATO, nella regione fa parte di questo disegno. I cedimenti e compromessi del popolo curdo e delle altre etnie deboli della regione, palestinesi compresi, sono conseguenze e non cause di questo scontro mondiale.
I partiti politici italiani su questi temi latitano o si inchinano al padrone USA-NATO. I mass media mentono perché compromessi e complementari.
La politica internazionale italiana ed europea deve prendere un’altra strada: quella del confronto diplomatico, dello scambio e collaborazione pacifica, della demilitarizzazione dei rapporti internazionali.
Chi intende aderire all’appello può inviare una mail a comitatononato@gmail.com.

Giorgio ‘Jure’ Ellero

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COMUNICATO COMITATO NO NATO
Gli Usa, il Regno Unito, la Francia, Israele, con la Nato al seguito, dopo averlo minacciato, preparano un attacco alla Siria, Stato arabo laico, democratico e socialista  ancora in piedi dopo 7 anni di aggressione e massacri, attacco che inevitabilmente coinvolgerà i suoi alleati, russi, iraniani e Hezbollah e non potrà non provocare reazioni e  culminare in una catastrofe planetaria, addirittura nucleare.

Coloro che promettono di attaccare sulla base di un’evidente macchinazione provocatoria, come quella dell’ennesimo presunto uso di armi chimiche a Ghouta da parte di Assad, proprio nel momento di una sua decisiva vittoria sul mercenariato jihadista, sono gli stessi che hanno trascinato il mondo in guerra dopo guerra sulla base di bugie, falsità, inganni, come le armi di distruzione di massa di Saddam, la responsabilità per l’11 settembre dell’Afghanistan, i bombardamenti sul proprio popolo di Gheddafi e Assad. Procedono alla distruzione e sottomissione di qualsiasi elemento statuale non allineato, causando milioni di morti innocenti e inenarrabili devastazioni. Ognuna di queste operazioni costituisce un crimine contro l’umanità.

Oltre al martirizzato popolo siriano, oggi è a rischio l’intera umanità per il fanatismo bellico e la frenesia di potere e ricchezza dei dirigenti di una minoranza che pretende di definirsi “comunità internazionale”, rappresentandone non più del 17%. Di fronte a questa corsa verso il suicidio planetario siamo finora rimasti attoniti e passivi. Se non è ora il momento per sollevarsi in massa, senza distinzione di ideologie e posizioni geopolitiche, riprendendo il filo di una lotta contro gli sterminatori, i profittatori di guerre e genocidi, gli schiavisti di un’economia che per affermarsi travolge popoli, nazioni, pezzi di mondo, domani non lo è più di certo.
Muoviamoci, organizziamoci, ribelliamoci, denunciamogli assassini e i loro complici.
Assediamoli! Fermiamoli! Ne va della vita.
Lista Comitato No Nato
comitatononato@googlegroups.com
comitatononato@gmail.com

http://www.iskrae.eu/nessuna-guerra-comunicato-comitato-no-nato/

mercoledì 11 aprile 2018

Lo spauracchio del rossobrunismo, di Moreno Pasquinelli

[ 9 dicembre ]

Il quotidiano LA STAMPA, tra i diversi organi di regime, è quello che picchia più duro contro il Movimento 5 Stelle — le spocchiose élite torinesi non hanno ancora digerito l'espugnazione della loro roccaforte.

Un siluro è sparato anche nell'edizione del 6 dicembre, sia cartacea che elettronica. Il titolo è roboante: "Così Grillo spinge i 5 Stelle a destra". Citando presunte gole profonde si insinua che Beppe Grillo starebbe pensando ad un governo M5S-Lega-Forza Italia (embé?). In verità tutto dipana una deduzione: Grillo avrebbe scoperto che i nuovi poveri prodotti dalla crisi votano per le destre, vedi Brexit e Trump; dunque giusto allearsi con le destre. Al netto della fuffa scandalistica, siamo alle prese con la solita litania anti-populista. Tuttavia LA STAMPA è andata giù più pesante.

Prendendo spunto dal comizio conclusivo della campagna referendaria svolto da Beppe Grillo a Torino la sera del 2 dicembre, su LA STAMPA del 4 dicembre [Beppe Grillo e la mistica della sconfitta], tal Massimiliano Panarari, snocciola erudite quanto capziose considerazioni teoriche per poi sferrare il fendente: grillismo come rossobrunismo.

Il pretesto dal quale Panarari prende le mosse è che Beppe Grillo a Torino, dando per scontata la vittoria del Sì al referendum, ha tra le altre cose affermato: "dobbiamo abituarci a essere perdenti contro il mondo". Da questa frasetta —che, detto en passant dimostra quanto anche Grillo fosse andato anch'egli nel panico, cadendo vittima degli incantesimi renziani, quindi quanto fosse lontano dal comune sentire popolare—Panarari deduce che nel Movimento 5 Stelle c'è:
«... l'epica evocazione della sconfitta. La mistica della battaglia perduta affonda le proprie radici in una vasta tradizione politica antidemocratica, ed è una tipica issue simbolica di confine tra il radicalismo di destra e un certo radicalismo di sinistra, che da qualche tempo si vedono miscelati nel fenomeno del "rossobrunismo". Si pensi alla ricerca della "bella morte" dei repubblichini di Salò, all'esaltazione del suicidio rituale di una certa cultura di destra giapponese (che aveva tra i suoi portabandiera lo scrittore Yukio Mishima), ma anche alla mitologia nazionalista di Slobodan Milosevic».
Il Panarari —prima di concludere con un patetico inno alla "base illuministica, empirica e incrementale (sic!) del liberalismo"— è addirittura più preciso, sostiene con sicumera che nel Movimento confluiscono di certo diversi filoni ma quello principale sarebbe
«... l'irrazionalismo delle destre radicali novecentesche... lo sconfittismo eroico, l'idea della lotta solitaria e intrepida (intrisa di superomismo) contro nemici potentissimi e soverchianti (tra cui i famigerati, e non ben precisati "poteri forti" e la finanza); il sovranismo; e l'avversione per la tecnica... un apocalittismo proprio della destra reazionaria».
Troppa grazia Sant'Antonio, verrebbe da dire.
Non sappiamo se Grillo abbia letto questo giudizio ontologico, se lo ha fatto di sicuro avrà risposto con una fragorosa pernacchia, più precisamente con il consueto belin, vaffanculo!
infami vignette sinistrate...

Ma ammettiamo pure che le cose stiano come sostiene Panarari: dove starebbe, entro il contesto concettuale da lui artatamente tracciato, la parte di codice genetico ascrivibile ad una sinistra radicale? Prendendo per buoni il suo metodo analitico, i segni distintivi che ascrive al M5S, si dovrebbe concludere che quest'ultimo sarebbe la reincarnazione postmoderna pura e semplice di certo fascismo mistico ed esoterico. Il rosso infatti è semplicemente assente, oltre l'aria fritta resta solo un nero profondo. Panarari parrebbe in perfetta sintonia con le farneticazioni di certe sette comuniste per cui il grillismo è solo una riedizione del fascismo —vedi: PCL: Movimento 5 Stelle e fascismo.

Il fatto che vorrei segnalare non è tanto che questa descrizione del complesso fenomeno del "grillismo" è fasulla, miserabile. Ciò che vorrei rimarcare è che con il ricorso al topos del rossobrunismo siamo in presenza di un vero e proprio salto di qualità nella maniera con cui le élite sistemiche rappresentano i loro avversari.

Fino ad oggi queste élite "politicamente corrette" hanno lanciato, contro tutti i nuovi movimenti antioligarchici, l'anatema del "populismo." Dimostratisi inefficaci la scomunica ed i relativi esorcismi, i pennivendoli borghesi rincarano la dose, radicalizzano l'accusa: dal "populismo" siamo già passati al "rossobrunismo". Potremmo dirla in questo modo: dalla satanizzazione del nemico alla sua hitlerizzazione.

Il salto è evidente, non fosse per il bersaglio grosso (Beppe Grillo ed il suo movimento) contro cui l'accusa di rossobrunismo è lanciata. Fino a ieri, infatti, essa è stata utilizzata come un marchio d'infamia con cui le élite bollavano alcuni gruppi, sia della sinistra antimperialista che della destra nazionalista che in comune nulla avevano se non considerare l'Impero americano come nemico principale. Eri contro l'ideologia americanista? Difendevi la resistenza dei popoli e delle diverse civiltà contro l'occidentalizzazione? Tanto bastava per beccarti l'accusa di essere rossobruno.

Qui non si tratta soltanto che un cattedratico, al netto dell'ostentata erudizione, si palesa come un falsario, un professionista dell'intossicazione politica. Qui siamo davanti all'avvisaglia di quello che sarà lo spartito che suonerà l'orchestra di regime d'ora in avanti. Segno del panico che serpeggia tra le élite, del timore di essere spazzate via. Più questo momento si avvicina più essi daranno fondo a tutto il repertorio di scomuniche, di ingiurie e calunnie —senza escludere che le armi della critica possano precedere la critica delle armi.

Ma cos'è, al di là delle piroette speculative di Panarari, il rossobrunismo? Il Nostro non lo spiega, stabilendo una sbrigativa equipollenza col fascismo. Non è così.

Tagliando con l'accetta si potrebbe dire che esso è il segno distintivo di quelle correnti ideologiche che teorizzano l'alleanza, il fronte comune, tra i comunisti e una peculiare destra nazionalista contro il comune nemico del capitalismo globale finanziarizzato che vede negli USA il gendarme supremo. Su quali principi, secondo i rossobruni, questa alleanza dovrebbe costituirsi? Sul trinomio: anticapitalismo, nazionalismo e socialismo. Alleanza dove la corrente rossobruna si porrebbe come la cerniera politica tra i due poli del fronte immaginario—nulla a che vedere, quindi, con il fascismo mistico ed esoterico di cui parla a vanvera il Panarari.

Il discorso sulla genesi storica del "rossobrunismo" si farebbe lungo, e questa non è la sede per ricostruirla nei dettagli. Ma qualche riga va spesa e la metto in nota. [1]
nazional-bolscevichi russi

Qui basti dire, per stare alla cronaca recente, che i rossobrunismo,  oltre ad essere una insidiosa volgarizzazione politica, si è rivelato uno spauracchio costruito ad arte da ben identificati settori dell'intellighentia italiana (in combutta con l'intelligence nostrana), ripresi quindi dalla stampa di regime, anzitutto per isolare quei movimenti rivoluzionari di sinistra che essi ritenevano pericolosi. 

Non c'è stata traccia in nessun paese d'Europa, tantomeno in Italia, di un'alleanza tra formazioni comuniste e neofasciste. Per la precisione: non c'è mai stata nemmeno alcuna convergenza, per quanto tattica,  tra gruppi della sinistra comunista e antimperialista ed i rossobruni (nazional-comunisti, eurasisti, ecc). Il fatto è che lo spaventapasseri delrossobrunismo, prima è stato agitato dalle grandi testate giornalistiche neoliberiste, poi è stato raccolto dalla gran parte dei passeri di sinistra, quelli "antagonisti" compresi, per colpire e isolare, non senza bassezza morale, la sinistra antimperialista.

Questo sodalizio tra élite neoliberiste e sinistra "antagonista" è carsico, scompare e riappare, a seconda del contesto politico. Oggi, ad esempio, l'etichetta rossobruna viene appiccicata indistintamente a tutti coloro che hanno condannato le cosiddette "rivoluzioni colorate", a quelli che sostengono la legittima rivolta nel Donbass contro il regime Kiev —il caso della scomunica di certa sinistra "antagonista" verso laBanda Bassotti ha addirittura dello scandaloso.

Rossobruni sono quindi bollati tutti coloro che oltre ad essere contro la NATO sostengono le ragioni della Russia e Putin. E' vero che la maggior parte dei gruppi neofascisti europei, come pure di certe destre nazionaliste, si dichiara filorussa e anti-islamica (vedi l'inchiesta che abbiamo pubblicato). Ed è vero che sono molti i gruppi di sinistra schierati sullo stesso fronte. Ma non solo non c'è alcuna alleanza trasversale tra essi; i gruppuscoli rossobruni sono  del tutto insignificanti. Sarà utile segnalare che il solo paese dove irossobruni o nazional-bolscevichi hanno una effettiva consistenza è la Russia ma, guarda caso, essendo ferocemente antiputiniani, sono stati messi fuorilegge. Parliamo tra l'altro della corrente di Eduard Limonov, che prima di riavvicinarsi al governo di Mosca ha passato molti anni nelle carceri di Putin. 

Ciò che dimostra non solo quanto aleatoria sia la categoria del rossobrunismo; dimostra come essa sia solo un'arma ideologica delle élite dominanti per hitlerizzare certi suoi nemici.
Eduard Limonov

Alle vittime della paranoia rossobruna vale la pena ricordare quando lo spauracchio del rossobrunismo venne per la prima volta utilizzato. Si era alla metà degli anni '90, mentre infuriava la guerra civile in Iugoslavia, quella carneficina che si concluderà nel marzo del 1999 con l'aggressione della NATO — e col pieno coinvolgimento del governo D'Alema. Il campo del neofascismo era diviso: alcuni sostenevano, assieme alla NATO e al Vaticano, il secessionismo croato e bosniaco, altri la Serbia di Milosevic. La stessa divisione attraversava la sinistra.  La stampa ed i media di regime (ovvero filo-NATO), non si limitarono ad una vergognosa campagna di sputtanamento della causa Iugoslava, quindi di Milosevic. Si doveva calunniare chiunque in Italia avesse simpatie per quella causa, chiunque denunciava lo squartamento della Iugoslavia e rifiutava come ipocrita la martellante campagna sui "diritti umani" con cui l'Occidente camuffava le sue spinte guerrafondaie ed espansionistiche. Ecco quindi che fece capolino il teoremarossobruno: chi stava dalla parte dei serbi e col socialista Milosevic, era bollato come sostenitore della "pulizia etnica" dei cetnici di Arkan, Sesely e Karadzic, qualificati come "il male assoluto". 
Ma la quesione è: ci fu allora un'alleanza tra neofascisti filo-serbi e comunisti-filo-iugoslavi. No, non ci fu.

Né ci fu quando in Italia la campagna contro il presunto rossobrunismo toccò il suo apice, negli anni 2003-2005, dopo l'invasione anglo-americana dell'Iraq e la eroica resistenza irachena. La campagna dihitlerizzazione non colpì solo i partigiani iracheni, fossero nazionalisti saddamiti o islamisti takfiri—descritti come "tagliagole", "mostri", "belve feroci", quindi equiparati ai nazisti—; prese di mira chiunque in Italia sostenesse come sacrosante le ragioni della RESISTENZA IRACHENA. Il bersaglio fu quindi il Campo Antimperialista, che senza dubbio fu il movimento che con più efficacia, proprio nel cuore dell'Occidente, difese quella Resistenza.


Si potrebbe scrivere un intero libro sulla campagna di calunnie contro il Campo Antimperialista —voluminosa quante altre mai solo la rassegna stampa di quella valanga di calunnie che che preparò gli arresti di mezzo gruppo dirigente nell'aprile 2004. 

Basti dire che dal settembre 2003 (contestualmente al campo estivo di Assisi che oltre a lanciare la campagna "Dieci euro per la Resistenza irachena" promosse la manifestazione nazionale del 13 dicembre successivo), e per due anni consecutivi, il Campo Antimperialista fu la principale vittima di una martellante campagna di hitlerizzazione, ed il topos fu appunto quello del rossobrunismo. L'insinuazione, la scandalosa imputazione, fu che il Campo era il crocevia, il luogo del connubio politico di comunisti rivoluzionari e fascisti. Anzi, per la precisione, il rossobrunismo venne declinato come "alleanza nazi-islamo-comunista". 
Assisi, settembre 2003: uno dei forum al Campo Antimperialista
 

Era vero? No, era completamente falso!
Fu il sicofante Magdi Allam, con un editoriale del settembre 2003, a coniare questo brand, questo marchio d'infamia. Venne poi raccolto da tutti i media, carta stampata, Tv, radio e ovviamente web —proprio tutti, compresi quelli di sinistra. La campagna di intossicazione, tesa a liquidare il movimento di appoggio alla resistenza irachena, fu sistematica, scientifica, devastante. Che ci fosse dietro la centrale di disinformazione strategica dell'intelligence italiana (ufficio ubicato in via Nazionale in Roma) di Pollari e Pio Pompa lo dimostreranno i fatti, tra cui clamorosi processi e inchieste. Il giornalista al loro servizio e che allora guidava la crociata mediatica contro gli antimperialisti qualificandoli come rossobruni era Renato Farina,poi smascherato come agente dei servizi segreti "Betulla".

In conclusione provo a ricapitolare:

(1) Il nazional-bolscevismo o nazional-comunismo (volgarmente rossobrunismo) è sempre stata una corrente politica marginale e irrilevante, anche in Germania, dove nacque. Oggi sopravvive solo in Russia, con addentellati in Donbass e nelle aree russofone di paesi come Ucraina, Lituania, Estonia, Lettonia, Bielorussia, ecc. 
(2) Ma proprio il peculiare caso russo, mostra che la costellazione nazional-comunista è divisa, anzi spaccata: tra chi sta con Putin e chi contro. La comune rivendicazione della tradizione nazionalista cristiano-ortodossa (il mito della "terza Roma") e grande-russa, sia zarista che staliniana, non è sufficiente a tenere uniti i nazional-comunisti. 
(3) Se riemergerà in Occidente il nazional-comunismo potrebbe essere nella forma del mito eurasista o eurasiatico, che postula un impero dall'Atlantico a Vladivostok sotto egemonia russa.
(4) Non ha mai visto luce, in nessun paese occidentale, quanto auspicato dalle sette nazional-comuniste, cioè una alleanza tra forze della sinistra comunista e gruppi fascisti. Non accadde nemmeno nella Germania di Weimar, a dispetto di certi pennivendoli e storici liberali da strapazzo: è vero che il KPD considerava (grave errore) la socialdemocrazia socialfascista, quindi nemico principale, ma non ci fu mai alcun fronte coi nazisti. Centinaia furono anzi i militanti comunisti morti per avere contrastato l'ascesa del nazismo.
(5) Per quanto sia evidente che coloro che utilizzano la pecetta del rossobrunismo siano dei somari che non sanno di cosa parlano, va sempre ricordato che essa è stata usata come un marchio d'infamia per isolare e poi punire la sinistra antimperialista che ha difeso con coerenza le resistenze nazionali contro le aggressioni NATO e americane. Marchio del tutto simile a quello di "antisemitismo" usato dal potere contro chiunque condanni il sionismo.
(6) L'articolo del signor Panarari conferma che i poteri globalisti dispongono di una simbolica quanto tossica tassonomia per bollare con marchio d'infamia i loro nemici. 
Ecco la loro classificazione demonologica:  
- sostieni le resistenze antimperialiste? Sei un potenziale terrorista
- denunci il carattere sionista e razzista dello stato israeliano? Sei antisemita
- sei contro le élite dominanti: sei populista
- sei contro l'Unione europea per la sovranità popolare e nazionale: sei un rossobruno!

(7) Più si avvicina il momento della fine dell'Unione europea più le élite dominanti intensificheranno la loro campagna di avvelenamento ideologico. Per rendere più efficace la mostrizzazione dei nemici Lorsignori metteranno l'elmetto a tutta la mandria di trombettieri (già attivi o in sonno) preferibilmente con immacolato pedigree di sinistra.  E sempre a sinistra Lorsignori attingeranno per arruolare come fanteria ascara i tanti cretini che vi albergano.



NOTE

[1] Questa minoritaria corrente di pensiero, volgarmente bollata come "rossobruna", nacque nella Germania di Weimar, non divenne mai un movimento di massa e si divise in diversi gruppi. Venne alla storia, nei primi anni venti sotto il nome di "nazional-bolscevismo" o "nazional-comunismo". Distingueva quel manipolo dei nazional-bolscevichi la tesi che la Germania, per liberarsi dalla catene di Versailles, si sarebbe dovuta alleare con la Russia bolscevica. Di qui la proposta di un'alleanza tra i comunisti tedeschi e le frange anticapitaliste del nazionalismo germanico —da segnalare che ai primi anni venti il nazismo era solo in gestazione. Vale la pena segnalare chi furono i fondatori di quella corrente.  Paul Eltzbacher era il solo che venisse dalla destra nazionalista. Gli altri esponenti di spicco, Heinrich Laufenberg e Friedrich  Wolffheim erano militanti del Partito Operaio Comunista tedesco (KAPD). Obbligatorio infine ricordare che la maggior parte di questi nazional-bolscevichi, all'avvento del nazismo, passarono tutti alla resistenza e quelli che sopravviveranno alle persecuzioni hitleriane diventeranno tutti cittadini della DDR (Germania orientale).

La personalità più conosciuta del nazional-bolscevismo tedesco è Ernst Niekisch (1889-1967). Insegnante social-democratico (1919-1922), espulso dall'SPD nel 1926 a causa del suo nazionalismo. Prima entrerà in rapporto con un piccolo partito socialista della Sassonia che si convertirà alle sue idee, successivamente animerà la rivista Widerstand (Resistenza) che avrà una certa influenza sulla gioventù di prima del 1933. Il movimento di Niekisch raggruppava persone provenienti tanto dalla sinistra che dalla destra nazionalista. Dopo il 1933, egli si oppose al nazismo e sarà deportato in un campo di concentramento (1937-1945). Dopo il 1945, andò ad insegnare nella DDR. Nel 1953, passerà all'Ovest. Solo uno di questi gruppi nazional-bolscevichi sostenne il nazismo, il Fichte Bund di Kessemaier, con cui non a caso collaborava il belga Jean Thiriart —lo stesso Thiriart che darà vita dopo la seconda guerra al movimento nazional-comunista col nome di Giovane Europa (rete di cui faceva parte in Italia, negli anni '60, il famigerato gruppo bollato come "nazi-maoista" Lotta di Popolo).
I tentativi di Thiriart di dare vita ad un movimento strutturato, antiamericano e filo russo —una variante radicale del cosiddetto eurasismo o euroasiatismo— falliranno tutti miseramente.

http://sollevazione.blogspot.it/2016/12/lo-spauracchio-del-rossobrunismo-di.html

Samantha Comizzoli: ''SULLA MIA CONDANNA A 5 MESI DI RECLUSIONE E 10 MILA EURO''


martedì 10 aprile 2018

Il divieto delle parole, di Israel Shamir

unz.com
In passato le “parole oscene” erano un tabù. Rimasero tali più o meno fino a quando D.H. Lawrence scrisse l’Amante di Lady Chatterley, e solo di recente parole più spinte sono diventate pubblicabili. Ora, tuttavia, abbiamo nuove parole vietate, o che si possono usare solo a proprio rischio e pericolo.
“Ebrei” è un esempio. Parlare di ebrei implica delle conseguenze. Agli ebrei non piace essere menzionati, a meno che non lo si faccia in termini estremamente lusinghieri. Se ne fai menzione, verrai probabilmente bannato da Facebook ed altri social network. Puoi essere licenziato. Anche un centinaio di anni fa era una cosa problematica, probabile causa di ostracismo sociale.
Vi è pertanto una crescente richiesta di eufemismi.
– “Semita” è un eufemismo del XIX secolo, che è ancora con noi grazie all'”antisemitismo”.
– Il Clero preferisce menzionare i massoni piuttosto che gli “ebrei”.
– ‘Khazar’ o ‘Khazarian’ è diventato un termine popolare, grazie ad Arthur Koestler, l’autore de “La tredicesima tribù”. Egli sosteneva che gli ebrei moderni fossero i discendenti dei kazaki turchi, giudaizzati nel 12° secolo.
– Il soprannome “Ashkenazi” in origine si riferiva agli ebrei dell’Europa centrale; quelli di origine lituana e ucraina lo accettarono volentieri, nonostante le obiezioni degli ebrei tedeschi. Oggi è solo un eufemismo per definire un ebreo, con un bonus in più: ebrei orientali non molto di spicco (tranne che per commercio e denaro) si uniscono volentieri alla denuncia ashkenazita.
– “Sionista” è un termine usato e abusato, come nella frase “gli ebrei sono ok, sono i sionisti che non mi piacciono”.
– “Rettiliani” o “Illuminati” sono i termini usati in ultima istanza.
C’è un grosso problema con queste parole. Mostrano chiaramente che si ha paura di scrivere la parola J. E questi sanno come comportarsi con chi è spaventato. È sufficiente rispondere “è un insulto antisemita” e l’interlocutore crollerà. C’è un altro problema: non ha senso chiamare gli ebrei bolscevichi “sionisti”.
Gli stessi ebrei hanno proposto alcuni eufemismi per sé: “ebraici” o “israeliti” erano i preferiti, ma non hanno avuta molta strada nel mondo anglofono. “Ebraici”, tuttavia, è diventata la designazione ufficiale degli ebrei in Russia; il termine “ebrei”, invece, era stato dichiarato fuorilegge, anche se è sopravvissuto in Polonia ed Ucraina.
Ora gli Stati Uniti hanno coniato un nuovo termine: “globalisti”. L’Huffington Post ha definito antisemita il tweet di Trump sul licenziamento del “globalista Gary Cohen”. Si scopre che solo gli ebrei possono essere “globalisti”. I globalisti, ad esempio, è notorio che amino tutti il gefilte fish.
Questo neologismo ha fatto ridere la giornalista Ann Coulter, e ha divertito i suoi numerosi lettori, che si sono diverititi su Twitter: “Paul Newman era globalista solo a metà”, “Israele è il rifugio dei globalisti”, e così via. Questi tweet hanno ricevuto migliaia di like e repost, ed hanno causato una rabbiosa condanna da parte… dei globalisti.
Mahmud Abbas, presidente palestinese, ha coniato un eufemismo per caso. Ha chiamato l’ambasciatore americano in Israele “figlio di puttana”, ed il suo ambasciatore d’onore onorevole di eccellenza David Friedman ha detto che era un “insulto antisemita”.
La creazione di eufemismi è un modo molto ebraico per trattare i tabù. All’inizio, gli ebrei bandirono il nome di Dio, יהוה; poi ne bandirono il sostituto, il sostituto del sostituto e il sostituto del sostituto del sostituto. Al giorno d’oggi, gli ebrei religiosi si riferiscono a “Dio” scrivendolo in modo obliquo.
Tutto il politically correct (PC) è nato dall’esportazione di questa attitudine ebraica verso altri gruppi. Nella cultura PC, la parola “negro” è stata sostituita da “nero”, infine da “afro-americano”. Il PC ha così creato una nuova barriera attorno al divieto.
L’idea di recinti è un altro concetto ebraico. Ad un ebreo è vietato raccogliere frutta durante il Sabbath. Bene! Hanno quindi creato un recinto attorno a questo divieto. L’idea è: se sali su un albero di mele, potresti essere tentato di scegliere una mela. Poi hanno costruito un altro recinto, vietando la scalata di qualsiasi albero il Sabbath. Uno, altrimenti, si abituerebbe a scalare un pino nel Sabbath, ed un giorno si potrebbe arrampicare su un melo.
Il PC è questa recinzione aggiuntiva. Se oggi ti riferisci ad una persona di colore, domani sarai tentato di riferirti agli ebrei. E se ti riferisci agli ebrei, è probabile che lo farai in termini poco lusinghieri. Il concetto di micro-insulti e micro-aggressioni completa la recinzione.
Ora abbiamo una nuova barriera: usare termini come “banchieri”, “usurai” e persino “globalisti” è diventato proibito, come nel caso di Soros. Gli ungheresi l’hanno definito un “banchiere globalista”, ed il mondo ebraico si è precipitato in sua difesa. Non che sia amato dai suoi compari ebrei, tutt’altro, ma devono combattere la breccia nella barriera. Conoscete la logica: oggi chiamate Soros “un globalista” e domani chiamerete un ebreo, beh, un ebreo.
Putin ha fatto proprio questo. In un’intervista con Megyn Kelly, ha risposto alla sua domanda sui 13 russi accusati da Mueller per presunte interferenze nelle elezioni: “Non rappresentano gli interessi dello stato russo. Forse non sono russi, ma ucraini, tartari, ebrei con cittadinanza russa. Controllate”.
È stato ferocemente attaccato. L’ADL (Anti-Defamation League), la principale organizzazione ebraica, ha tirato in ballo i Protocolli dei Savi di Sion (questa è la loro risposta standard ogni volta che viene menzionato un ebreo) ed ha aggiunto: “Non osare incolpare gli ebrei di aver interferito nelle elezioni americane!”.
Se c’è un paese straniero che interferisce attivamente nella politica e nelle elezioni americane, questo è soprattutto quello ebraico ed i suoi sostenitori. Gli amici americani di Israele, Sheldon Adelson e Jeff Katzenberg, sono i maggiori donatori; e, in generale, gli ebrei hanno speso più denaro per le presidenziali USA che non per aiutare gli ebrei bisognosi. I diplomatici israeliani interferiscono attivamente nelle elezioni americane a tutti i livelli, come scrive il sito ebraico Mondoweiss. Questo però lo si può menzionare solo in pubblicazioni marginali, sull’orlo della censura da parte di Google e Twitter.
In Israele, l’energica giovane Ksenia Svetlova (membro del Knesset per l’Unione Sionista) ha accusato Putin di antisemitismo ed ha invitato Netanyahu a “proteggere gli ebrei”. Nulla di personale – Ksenia è cresciuta a Mosca, ha lavorato per canali tv russi, ha persino amato la Russia, ma, quando è entrata in politica, ha dovuto dimostrare che non era una lacchè di Putin. Chiede anche l’intervento israeliano in Siria contro Assad e Putin, nonché chiede una pubblica condanna dell’antisemitismo di quest’ultimo.
I tatari e gli ucraini non si sono risentiti delle parole di Putin. Anche agli ebrei russi non è importato. Per una buona ragione: il tabù sulla parola “ebreo” non è universale. Non esiste in Russia. La Russia è terra di molte etnie, circa centocinquanta, dagli Jakuti ai Mordvini, e la gente si riferisce liberamente a tutte senza paura. Gli ebrei in Russia sono solo una delle varie etnie, o nazioni. Il termine “russi” in Russia connota membri dell’etnia russa, la nazione più numerosa della Federazione, non i cittadini del paese, come ci si aspetterebbe.
Questo modo di pensare potrebbe sorprendere un americano o un francese. Non è totalmente sconosciuto in Europa, dove valloni e fiamminghi popolano il Belgio, e catalani e baschi vivono in Spagna. Un francese di Bretagna o Provenza è però prima un francese, solo in secondo piano un bretone o un provenzale. Negli Stati Uniti, l’etnia è costituita da un insieme di immigrati recenti; gli americani hanno la razza e la religione come fattori di formazione dell’identità.
In Russia, l’identità etnica viene applicata dai tempi di Stalin: veniva anche registrata sulla carta d’identità. Me lo spiego per le esperienze del dittatore: nativo della Georgia, venne educato alla tradizione locale di consapevolezza etnica. Per i russi, l’identità etnica ha poca importanza. La conoscono, ma non la considerano molto importante. Questo è il motivo per cui nella Russia moderna l'”etnia” non è più registrata sulla carta d’identità.
Megyn Kelly, riferendosi ai “russi” incriminati da Mueller, intendeva ovviamente “cittadini della Russia” e non “russi etnici”. Io stesso, come la maggior parte dei vecchi emigrati, intendo “russi” come persone in o dalla Russia, o anche persone dell’ex Unione Sovietica. In Israele, ogni persona le cui origini sono nell’URSS è chiamata “russa”, per l’umiliazione degli ebrei russi. Vorrebbero essere chiamati “ebrei” in Israele e “russi” in Russia, ma, ahimè, avviene il contrario, sono chiamati “ebrei” in Russia e “russi” in Israele.
I nazionalisti etnici russi di quelli amati dal mio collega Anatoly Karlin vorrebbero mantenere l’etnonimo “russi” solo per loro stessi, ma sono innocui, si può ignorare le loro lagnanze.
Ora, per la prima volta, i russi vengono addestrati ad attenersi all’utilizzo di parole americane. Questo viene fatto tramite Facebook. Oltre ad aprire la Russia alle aziende americane ed a rubarne i dati, FB è un potente diffusore del PC sulle menti russe. Ogni volta che fai riferimento a neri, ebrei o persino ucraini, rischi di essere bannato per una settimana o un mese.
Essendo questa una cosa per loro inusuale, ne sono, come tutti noi, suscettibili di addestramento. Queste piccole punizioni fanno molto per portare l’egemonia ebraica in Russia. Oltre a proteggere gli ebrei, o i neri, dai micro-insulti, il divieto di alcune parole ha un forte impatto sulla mente. Chiunque ti dica cosa tu possa o non possa dire, è un soggetto di potere. Questo modo di sottomettere le persone al tuo comando viene chiamato Programmazione Neuro-Linguistica, e la CIA è in prima linea nell’uso di questa magia nera delle parole.
Gli israeliani e gli ebrei in generale non accettano questi tabù. Loro usano il termine “ebrei”, o anche peggio, a piacimento. Il defunto parlamentare israeliano Ze’evi, popolare ministro di destra, chiamava Martin Indyk, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, “ragazzo ebreo” (יהודון). Anche l’aiutante di Netanyahu ha definito un altro ambasciatore americano in tal modo. Gli israeliani parlano liberamente dei neri; non solo ne parlano, ma li deportano pure. Non si fanno problemi a proibire apertamente ai non-ebrei di affittare appartamenti. Questo disprezzo dei tabù dà agli ebrei un ulteriore potere nel trattare coi Gentili, come il disprezzo di Matrix dava poteri soprannaturali a Neo.
Anche i palestinesi ignorano il tabù. Non esitano a gridare “gli ebrei stanno arrivando”, quando i soldati israeliani entrano con le jeep nei loro villaggi. Gli americani di origine palestinese sono scrupolosi osservanti, non pronunciano mai la parola J proibita (a meno che non vogliano dire qualcosa di carino su un amico ebreo), usano il termine “sionisti”. Ecco perché i palestinesi in Palestina sono liberi, ed i palestinesi negli Stati Uniti, come tutto il resto degli americani, non lo sono.
Questo tabù dovrebbe essere rotto. Finché non sarà fatto, gli ebrei continueranno a dominare il discorso e la società USA, i palestinesi soffriranno, i banchieri ingrasseranno e prospereranno, l’immigrazione legale ed illegale continuerà senza sosta. Dire “ebreo” avrà un effetto liberatorio.

Israel Shamir
Fonte: www.unz.com
Link: https://www.unz.com/ishamir/the-globalists-love-gefilte-fish/
25.03.2018
Traduzione per www.comedomchisciotte.org a cura di HMG
https://comedonchisciotte.org/il-divieto-delle-parole/

mercoledì 4 aprile 2018

Israele, UK, Usa, UE; gas nervini e partite di caccia: Stati canaglia all’assalto COLPI DI CODA O OFFENSIVA FINALE?, di Fulvio Grimaldi

Che il mostro sia ferito è indubbio, che abbia la forza per menare colpi di coda, o allestire una soluzione finale è da vedere. La resa dei conti, in ogni caso, ha per obiettivo Putin e la sua Russia, nonché i popoli europei a metà strada tra est e ovest. Quella Russia che, sottratta al magliaro Eltsin e agli avvoltoi interni ed esterni che lo sbronzone aveva invitato alla tavola apparecchiata con le membra mozzate dei popoli sovietici, rimessasi in piedi e in cammino, ha dato l’altolà al processo della mondializzazione imperialista, ha asserito e concretizzato il suo diritto ad avere una parola in merito a se stessa e al pianeta, si è mossa in sostegno di tale diritto e a difesa di chi dalla mondializzazione imperialista doveva essere spianato.

Siamo alle provocazioni che dovrebbero avvicinare quel confronto risolutivo da cui soltanto degli invasati mentecatti, manovrati al potere dalla storica cupola finanzcapitalista, possono aspettarsi una sistemazione dell’ordine mondiale che mantenga in vita l’umanità. Ci stiamo avvicinando a quel confronto, inevitabilmente nucleare, o vi siamo già dentro? That is the question. Vediamo.

Il Quarto Reich
La palma degli affossatori di ogni diritto, decenza, morale, umanità, spetta a Israele, ai superatori dei nazisti che dirigono il paese e proclamano il “più morale del mondo” un esercito che va alla partita di caccia contro donne uomini e bambini inermi e, dispiace dirlo, caccia condivisa dall’incirca 80% della sua popolazione che con tale banda di licantropi si schiera nell’occasione di ogni bagno di sangue, da 70 anni a questa parte. Per farsi sparare come uccelli di passo da energumeni i cui cervelli grondano sangue e cinismo, i palestinesi di Gaza, in trentamila e mani nude alle soglie delle terre loro rubate, hanno preteso di ricordare il diritto al ritorno a dove erano stati spossessati. Un diritto decretato innumerevoli volte dalla comunità internazionale, l’ONU, quella ufficiale, vagamente più titolata di un’altra sedicente “comunità internazionale” che pretende di prevalere su quella che comprende 193 nazioni, mentre non è che il decimo NATO dell’umanità. Titoli dell’ONU manomessi nel tempo dalla protervia degli Usa e che un segretario sguattero ha definitivamente sotterrato con la sua patetica equiparazione tra assassini seriali e di massa e loro vittime.


Io quelli del ritorno li ho visti, conosciuti, frequentati. Ci ho vissuto insieme nei campi, da Tel Al Zataar in Libano a Dheisheh sotto Betlemme. Ho visto dare loro la caccia, seconda ondata di profughi, nella guerra dei Sei Giorni, 1967, su per la Galilea e sopra al Golan, villaggi bruciati, gente in fuga con le masserizie caricate su carri e asini, i carri con la Stella di Davide appresso, con i cingoli e le cannonate.

La “Grande Marcia del Ritorno” è stata fatta nella ricorrenza della Giornata della Terra, quella di un altro 30 marzo, 1976. I morti ammazzati dall’esercito “più morale”del mondo” erano stati sei, i feriti un centinaio. E una buona parte di mondo civile ha protestato, manifestato, detto ai killer quello che gli era dovuto. Il vittimismo che Israele e buona parte della comunità ebrea internazionale utilizzano come arma-fine-del mondo per asfaltare chiunque osi alzare sopraccigli sulle nefandezze dello Stato etnico-confessionale sionista, ne rimase incrinato per un po’. Stavolta la mattanza è di 17 morti (finora) e di 2000 feriti e la stampa ciancia di “reazione sproporzionata” alle “minacce di Hamas”. Il New York Times, standard aureo del giornalismo per la nostra comunità di presstitute, nasconde i laghi di sangue e i campi della morte e delle mutilazioni sotto l’insegna “Il diritto di Israele di difendersi”.  Niente di sorprendente: è l’house organ degli antrpofagi di tutte le guerre, di tutte le rapine, di tutte le devastazioni.

Israeliani contro la strage di Gaza

Ma qui non dovremmo esimerci dal tributare riconoscenza e onore a quei pochi ebrei che hanno manifestato contro il massacro dei propri moralissimi carnefici. Basterebbe uno solo di questi manifestanti coraggiosi, o un solo Pappè, un solo Finkelstein, un solo Atzomon, per impedirci di generalizzare.

Come per i migranti, tutti “rifugiati”, nessuno parte mai dal primo anello della catena, l’espulsione coatta o necessitata da interventi occidentali – bombe, multinazionali, Ong - nel quadro dell’appropriazione di terre e risorse, così sono bastati pochi lustri perché l’opinione pubblica, quella vigile e agguerrita, si adagiasse nella comoda sdraio dell’oblio. Oblio del primo anello, il crimine, vero male assoluto, contro un popolo titolare millenario della sua terra, invaso, espropriato, sradicato, massacrato, tenuto in ceppi. Un rigurgito del più feroce colonialismo dei secoli precedenti, salutato come bastione di civiltà e unica democrazia in un Medioriente popolato da selvaggi.


Quanto i cari rifugiati stanno sulle palle
A tale bastione di civiltà e diritti umani accorrono ora coloro che, ove incorsi nella rete criminale di trafficanti e Ong nel Mediterraneo sono profughi da accogliere senza se e senza ma, da Israele vengono messi davanti all’alternativa: o il carcere, o l’espulsione verso Ruanda e altri paesi (che non li vogliono). Sono quei circa 30mila cui è riuscito di penetrare in Israele sfuggendo alle fucilate delle guardie di frontiera nel Sinai. Si urla sulle terribili condizioni in cui i migranti sono tenuti nei campi libici e, alla luce di racconti non strumentali si esagera alla grande al solito scopo di incrementare il traffico, lo sradicamento, l’operazione di spostamento di popolazioni. Andassero a vedere come sono trattati quelli che finiscono nei campi israeliani in mezzo al deserto del Negev. Con una sfrontatezza degna di coloro che a certi fondatori dello Stato canaglia dissero “O Auschwitz, o la Palestina”, il plurindagato per ladrocinio e corruzione Netaniahu concorda con i gaglioffi dell’ONU di scaricare sull’Italia parte dei primi 16mila da cacciare. Avete udito anche solo un flebile fiato di sconcerto e riprovazione da parte di quella lobby, israelita per buona parte, con a capo gli umanitaristi da Nobel Erri De Luca e Furio Colombo, che si sdilinquisce h24 sulla disperazione dei migranti, la nobiltà dei soccorritori, l’infamia di chi ne denuncia e indaga il malaffare e gli occulti  mandanti?

Botta ai serbi, che Mosca non s’illuda….
Kosovo: uno Stato canaglia che non è neanche il caso di definire Stato e a cui la qualifica di canaglia va stretta, dato che si tratta semplicemente di una gigantesca base Usa circondata da pretoriani selezionati accuratamente tra tagliagole UCK, trafficanti di organi e di stupefacenti e messi a capo, a Pristina, di un sedicente governo. Nel quadro strategico delle botte da dare a destra e manca,  in una dimostrazione di muscoli che ricomponga un equilibrio largamente alterato dalle vittorie siriane, irachene e russe in Mediorente (vittorie con retrogusto amaro, se la liberazione di Ghouta comporta la ricollocazione degli sgherri Nato, sauditi e turchi a Idlib e Afrin, area definitivamente sottratta dai turchi), sono state mosse anche le pedine criminali kosovare.

Un manipolo di sbirri albanesi è stato spedito nell’enclave rimasta ai serbi dopo la pulizia etnica di 300mila dei titolari di questa terra. A Mitrovica, la città sull’Ibar divisa tra le due nazionalità, nella parte serba era riunita la delegazione, con rappresentante di Belgrado, incaricata delle trattative con Pristina sul futuro della regione. Era il 27 marzo ed erano passati due mesi da quando un killer senza volto, ma con mandante certo, ha ucciso con sette pallottole, sparate da un auto in corsa, il lader storico della minoranza serba, Oliver Ivanovic. La soldataglia del premier narcos, Hashim Thaci, è penetrata nella sede della riunione, ha sparato e picchiato, ferito 32 persone, arrestato il rappresentante del governo di Belgrado, Marko Djuric, e ha sfasciato tutto. Nessun intervento, né prima, né dopo, delle forze dell’ONU. Compiaciuto silenzio delle cancellerie e dei media che si sono inventate questo aborto di entità. Lezione alla Serbia che tentenna su UE e Nato e, per proprietà transitiva, alla Russia che, diversamente dal traditore della Serbia Eltsin, con Putin è tornata a occuparsi di questa nazione sorella.

 Profughi serbi

“Sinistra” di complemento per genocidi
Sullo sfondo del destino della Jugoslavia e della Serbia distrutte e devastate c’è, ricordiamocelo, la sciagurata ed efferata “sinistra” chic, radicale, o comunque la si voglia chiamare, in ogni caso collaborazionista, che, col “manifesto”, centri sociali, pezzi di Rifondazione, slinguazzava i mentitori imperiali che distorcevano le figure apicali dei paesi da obliterare in dittatori sanguinari intenti a massacrare i propri popoli e minacciare l’Occidente. Così, satanizzando Milosevic, lastricarono la via all’aggressione, alla restaurazione reazionaria, quando non fascista, nelle varie repubbliche, all’amputazione dell’Europa. Truppe di complemento dei genocidi, non si sono mai fermate; ovunque il maglio imperialista volesse abbattersi, allestivano il terreno con il loro glifosato. Peste li colga.

Morto un Russiagate se ne fa un altro: i gas nervini di  Londra
Il Russiagate, arma farlocca che spara a salve, ma di notevole potenza deflagrante mediatica, era stato messo quasi fuori gioco dalle rivelazioni del Senato sul dossier confezionato da spie britanniche in accordo con il campo di Hillary Clinton (già in grave difficoltà per lo scandalo delle mail riservate scambiate su indirizzi privati) e inteso a inventarsi ogni sorta di porcata di Trump, compresi i connubi con Mosca e Putin. Polveri bagnate da asciugare ed è uscito l’avvelenamento del russo, spia britannica, Sergei Skipral e della figlia Julia. Non è stata esibita la minima prova, non è stata aperta un indagine, non è stato individuato un avvelenatore. E’ bastata la parola di Theresa May, come ogni premier britannico del dopoguerra velina o paggio dell’inquilino della Casa Bianca, per determinare la responsabilità dei russi, anzi di Putin. Presunta patria del diritto e della democrazia moderni, tali diritto e democrazia ha intossicato peggio di chi ha avvelenato Skipral con il famigerato agente nervino Novichok.

Un ludibrio di cui Londra si era già coperta quando addossò a Gheddafi l’esplosione in volo su Lockerbie in Scozia, a Natale 1988, di un aereo Pan Am con 268 persone a bordo. Il giudice della sentenza conclusiva, a Edimburgo, definì la sentenza che aveva incolpato la Libia un “travestimento della giustizia”.

Novichok, chi ce l’ha e a chi conviene usarlo
Del Novichok si sanno per certe alcune cose, del tutto ignorate dal coro di più o meno riluttanti domestici obbedienti che alle espulsioni di diplomatici russi hanno aggiunto le loro, per un totale di 150, riuscendo a infliggersi il danno del peggiore deterioramento di rapporti con un partner prezioso come la Russia dai tempi della crisi dei missili a Cuba. La sostanza chiamata Novichok era stata sviluppata in URSS negli anni ’70, ma fu distrutta nel 1997, insieme all’intero arsenale chimico russo, sotto la sorveglianza dell’Organizzazione Internazionale per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW). Uno scienziato russo coinvolto in quella ricerca, Vil Mirzayanov, oggi alloggiato in una villa milionaria a Princeton, New Jersey, nel 1996 se ne fuggì negli Usa dove illustrò agli interessantissimi colleghi del Pentagono ogni dettaglio della sostanza, di cui con ogni probabilità portò qualche campione con sè, visto che già ne aveva venduto dosi a boss mafiosi degli Stati baltici. Scrisse tutto in un libro “Segreti di Stato. Il racconto di chi ha partecipato al programma russo delle armi chimiche”. Hillary Clinton ordinò di farlo sparire e che non se ne facesse parola.

Agenti anti-Novichok in mezzo a gente e poliziotti senza protezioni.

 Non è dunque vero, come affermano gli accusatori, che solo i russi sapevano di Novichok. E’ invece vero che coloro che per la Clinton confezionarono il falso dossiere Russiagate, i vecchi spioni del britannico Mi6 Christopher Steele e Pablo Miller, in questa storia c’entrano e parecchio. Fu Miller  l’agente dei servizi britannici a reclutare Skipral. Fu Skipral, con ogni probabilità, a fornire a Miller e Steele materiale per il Russiagate. Skipral e figlia furono avvelenati a Salisbury. Miller vive a Salisbury ed era in rapporti di amicizia con l’ex-agente russo. A poche miglia da Salisbury, a Porton Down, si trovano i più grandi laboratori per armi chimiche del Regno Unito. E’ proprio  un azzardo da complottisti in delirio pensare che se agli americani è arrivato il Novichok, questi non l’abbiano condiviso con gli azionisti di minoranza britannici?  E ora una notizia dell’ultima ora, subito soppressa dai giornaloni e schermoni, ci rivela che da Porton Down viene dichiarato di non poter produrre prova che quel Novichok sia di provenienza russa. Forse la  bufala della May e del suo ministro degli esteri, il caratterista Johnson, è talmente surreale che qualche testa responsabile tra gli scienziati ci ha messo una zeppa.

Cui prodest?
E non abbiamo neanche fatto ricorso alla logica che polverizza qualsiasi teoria: a chi è convenuto accusare la Russia di aver condotto un attacco chimico (quello che, grazie agli occhiuti russi, non si è riuscito a combinare a Ghouta, in Siria) contro la popolazione su suolo britannico?

Siamo vicini a mezzanotte o già lì?
Gli scienziati che sorvegliano le condizioni per le quali ci stiamo avvicinando o allontanando dall’ora X nucleare, hanno spostato l’orologio dell’apocalisse a due minuti da mezzanotte. Ciò su cui è lecito argomentare è se l’offensiva Usa-UK-Israele-Nato sia una virulenta risposta ai contraccolpi arrivati dalla Siria, alla recentissima firma tedesca dell’accordo con i russi per la costruzione del secondo oleodotto attraverso il Baltico (Nord Stream 2) e, addirittura, all’affermarsi in Italia di forze politiche poco in linea con  l’UE e con le sanzioni alla Russia. Per la verità non è più la Russia con i suoi hacker ad aver fatto vincere Trump, Brexit e, si parva licet… Di Maio e Salvini. Ora i ruoli si sono invertiti e pare che questi esiti nefasti li abbiano sulla coscienza FB e Cambridge Analytica. Ma vedrai che ci troveranno una manina russa in qualche modo. Ma quali milioni impoveriti dalle guerre di Obama/Clinton! Ma quali lavoratori e disoccupati inglesi stufi di sputare sangue per l’austerity di Draghi e Juncker! ma quale un italiano su cinque sotto o attorno alla soglia di povertà e nauseato da un regime di grassatori e da una sinistra che ne regge lo strascico…!

Per cui, in vista di uno scontro decisivo con il grande antagonista in costante crescita, con il suo ostico presidente confermato nel voto in misura come nessun governante occidentale si sognerebbe, è necessario inventarsi continuamente nuovi motivi per distrarre l’Europa dalle sue inclinazioni/tentazioni  verso il proprio spazio economico naturale, che non sta a ovest, ma a est. Armeggiando e costringendo ad armeggiare intorno ai confini dell’Orso, tagliandosi gli attributi per fargli male.

Nell’ipotesi peggiore siamo già alla vigilia di quello scontro decisivo, del redde rationem, dell’armageddon contro coloro, Russia e Cina, che oggi come oggi costituiscono per i forsennati del governo mondiale unipolare dei ricchi un ostacolo insormontabile . Ricordiamoci che a Washington sono pazzi e che a tutti gli altri intorno a noi in Uccidente sono appassite le gonadi.

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2018/04/israele-uk-usa-ue-gas-nervini-e-partite.html