sabato 22 aprile 2017

L’indipendenza nazionale, unica via d’uscita possibile, di Frantz Fanon

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di Frantz Fanon

Giornale El Moudjahid (Il Partigiano), organo ufficiale del FLN, n°10, settembre 1957

Ringraziamo Mohamed Walid Grine per la segnalazione e la traduzione di questo scritto di Frantz Fanon

Il termine di indipendenza da solo è sufficiente per aizzare contro di noi l’unanimità dei Francesi. Se ha il dono di far arrabbiare gravemente gli imperialisti accaniti, non manca anche di suscitare la furia degli uomini di sinistra le cui reazioni scioviniste sono diventate incontrollabili. L’opinione francese non ci perdona di rivendicare con tanta convinzione la sovranità piena ed intera del nostro paese. Ci accusa di infantilismo e ci rimprovera di avere questa passione idolatra che ci renderebbe schiavi di una parola.

Confrontata con una spinta nazionalista, questa stessa opinione non esita a mettere in questione l’idea di indipendenza nazionale in generale. Il concetto sarebbe antiquato e non corrisponderebbe più alle esigenze della nostra epoca in cui prevalgono i grandi blocchi politici, a scapito delle piccole potenze. Non coglie l’opportunità dell’indipendenza, che non sarebbe più una promozione, ma una regressione per l’Algeria situata alle porte dell’Europa e avendo tutto da beneficiare restando nelle mani della Francia.

Un obiettivo fondamentale e non una rivendicazione tattica

Ci si è impadroniti in Francia del problema algerino per oscurarne i dati e presentarlo in termini inintelligibili. Una moltiplicazione di soluzioni spesso contraddittorie, sempre illusorie, sono state presentate. In questo flusso di progetti, la soluzione valida, l’unica che importi per la pace, ovvero l’indipendenza dell’Algeria, è prevista soltanto per essere sistematicamente disapplicata. Ne conseguono tutte le controversie e discussioni che si sono instaurate tra i responsabili francesi, che è una soluzione ingiustificata e dopotutto arbitraria.

Rivendicandola, gli Algerini manifesterebbero una posizione estremista e essenzialmente passionale. La Francia non sarebbe obbligata a sottoscriverla e non si lascerebbe trascinare in questo estremismo. Inoltre, ci sarebbero degli Algerini, ragionevoli, che pensano in privato che la rivendicazione dell’indipendenza sia solo un gioco di fumo e specchi, un artificio di propaganda, sebbene la realtà sia completamente diversa. Nell’attesa che questi “moderati” possano alzare la voce, occorre continuare la guerra. Con l’affaticamento del popolo, si raggiungerebbe una fase di negoziazione in cui la Francia, in posizione di forza, imporrebbe lo statuto “liberale” che toglierebbe l’adesione di una frazione sostanziale dell’opinione algerina, seno della sua unanimità.

Tale concezione è ovviamente sbagliata; esprime desideri e auguri, però non corrisponde allo spirito reale che stimola il FLN [1]. Il suo errore è di ridurre ad una rivendicazione tattica ciò che si presenta fin da subito come un obiettivo fondamentale della rivoluzione. Questa concezione mostra l’incapacità della Francia di comprendere il problema algerino nei suoi dati effettivi, e la soluzione che reclama. Questo problema non può essere isolato dal contesto rivoluzionario nel quale si inserisce costantemente dal primo novembre 1954 [2], e la soluzione che richiede non potrebbe essere trovata fuori dei limiti di questo contesto.

Il popolo algerino pensa i suoi rapporti con la Francia in termini di opposizione irriducibile fra i suoi interessi e quelli della presenza coloniale. Non si tratta per lui di aspettare che il colonialismo si riformi, che si mostri meno avido e meno feroce, che allenti la sua morsa. Il sistema viene condannato in blocco, e la sua caduta può essere consumata realmente soltanto per via dell’indipendenza. Riprendendo e precisando questo punto di vista, il FLN lo ha esposto nel novembre 1954; l’indipendenza, fin da quella data, veniva presentata come una rivendicazione-limite al di sotto della quale nessun accordo potrebbe intervenire tra il popolo algerino e la Francia.

Un’idea iscritta nella realtà algerina

L’opinione francese non può nascondere la sua sorpresa nel vedere un paese come l’Algeria, considerato come una «provincia francese», sollevarsi con un unico movimento ad una esistenza nazionale oggettivata in uno stato indipendente. Nazioni cui la situazione giuridica presentava minori difficoltà dovettero compire attraverso tappe il cammino che le conduceva verso l’indipendenza. Il balzo unico che l’Algeria vuole compiere non conterrebbe nessuna nozione razionale e corrisponderebbe dunque ad una faccenda sospetta e avventurosa.

In ogni caso, l’opinione francese non vuole prendere lucidamente coscienza del cambiamento che si sta realizzando in Algeria. Si accontenta di negarlo. Le arriva unicamente la rivendicazione stupefacente che il FLN formula in termini coraggiosi. Ne è scioccata e la imputa a gente appassionata che tradurrebbe in politica i suoi sogni deliranti. Non capisce che il popolo algerino non può accettare la necessità delle transizioni che lo condurrebbero progressivamente alla sua autonomia. È perché non tiene conto in misura sufficiente della natura specifica dell’oppressione colonialista in Algeria, oppressione che ha contributo all’avvio del processo rivoluzionario.

Dichiarare l’Algeria dipartimento francese, significa instaurarci un’oppressione totale, eliminare una nazione dalla mappa, spersonalizzare un popolo, ridurlo alla decadenza e alla morte; ma è anche determinare in questo paese una situazione esplosiva, uno stato di tensione permanente e dare vita a contraddizioni la cui profondità sarà tale che il sistema che le ha generate si troverà nell’impossibilità di assumerle.

In altre parole, la forma estrema che ha assunto il colonialismo francese in Algeria- colonialismo basato sugli insediamenti di tipo sudista- ha determinato fra il popolo reazioni non meno estreme. Esse non si riducono ad accessi di violenza collettiva e a movimenti incontrollabili di rivolta e di disperazione. Esse si traducono in una lenta maturazione della coscienza politica che cresce assumendo una dimensione rivoluzionaria. Interiorizzate e sviluppate in profondità, essa hanno determinato nel popolo l’apparizione di una lucidità progressiva che, dando allo stesso tempo un’idea precisa delle loro possibilità di sopravvivenza e dei suoi interessi essenziali, offre la possibilità di una rimessa in questione implacabile del sistema coloniale, non in una qualsiasi forma particolare che assume, ma nella sua essenza e nei suoi fondamenti obiettivi.

È sotto la straordinaria pressione che si esercitava su di esso, che escludeva ogni possibilità di evoluzione normale, che il popolo algerino ha potuto compiere la propria educazione politica. Sostenuta alla base da una pedagogia rivoluzionaria, essa costituisce una esperienza originale che giocherà un ruolo determinante nell’avvenire dell’Algeria.

Il nucleo del neocolonialismo è di prevenire le situazioni rivoluzionarie, introducendo nel suo sistema metodi in evoluzione. L’esperienza mostra che vi è spesso riuscito e che ha dunque potuto mantenere a lungo situazioni coloniali anche disperate. In Algeria, la situazione è precisamente disperata, e il neocolonialismo ha mancato la sua occasione storica. Una discrepanza storica è nata fra il popolo algerino e la Francia; mentre essa solleva il problema in termini di evoluzione, il popolo si esprime in termini di rivoluzione e interpreta la situazione effettiva nella quale si trova coinvolto.

Un obiettivo realista

L’idea di indipendenza trova la sua forza meno a livello della coscienza psicologica dei dirigenti del FLN che nella realtà coloniale obiettiva nella quale si inserisce dialetticamente. Sarebbe intransigenza astratta e vuota di contenuto, se non fosse, come la rivoluzione che la rivendica, il frutto di una profonda maturazione ed il risultato di un lungo progresso sotterraneo.

In tempo “normale”, il rifiuto di riforme di struttura e di modi seri di evoluzione avrebbe espresso un’assenza totale d’intelligenza da parte dei responsabili. In periodi di impegno rivoluzionario, tale rifiuto traduce una esigenza fondamentale. Accettare una formula centrata su un’altra cosa che non sia l’indipendenza, è rinunciare ad abbattere il colonialismo mentre si ha la possibilità di farlo, è lasciare sussistere i germi virulenti che ben presto genererebbero un sistema di oppressione più mostruoso che il precedente.

La rivoluzione è essenzialmente nemica delle mezze misure, dei compromessi, dei passi indietro. Se è portata a termine, salva i popoli; se è bloccata lungo il percorso, li distrugge e li rovina. Il processo rivoluzionario è irreversibile ed inesorabile. Il senso politico comanda di non pregiudicarlo del tutto nella sua marcia.

L’intransigenza del FLN ha quindi un contenuto. È una intransigenza rivoluzionaria che non si accontenta delle parole. Lungi dal tradurre un irrealismo politico, essa è l’esigenza di un realismo rivoluzionario. Quello che fa la forza del popolo algerino, è che sa quello che vuole e a dove va. Egli vuole la propria indipendenza e sa che è una possibilità a portata di mano che finirà per conseguire.

La Francia, al contrario, non sa quello che vuole, neppure sa dove va. Rifiuta di riconoscere la fondatezza di tale obiettivo, ma il suo atteggiamento rimane negativo e sterile, incapace di convertirsi in condotta dinamica ed effettiva. Si accontenta di rifiutare l’indipendenza, ma ignora la nuova realtà creata in Algeria; definisce piani, elabora leggi quadro, però ragiona in un contesto pre-rivoluzionario e avanza fuori dalla realtà, nel empireo delle idee di prestige, di grandeur, di legami permanenti ed indissolubili.

In tale contesto, l’indipendenza algerina sembra una chimera, e gli Algerini sono descritti come sognatori. Quello che viene considerato come una impossibilità in Francia, viene recepito in Algeria. È sicuramente partire da un’analisi ben fragile della realtà e precipitarsi nell’avventura che fa dichiarare, a M. Mauriac, che nessun governo francese concederà l’indipendenza per l’Algeria.

Un obiettivo pienamente realizzabile

Qualsiasi cosa abbia detto M. Mauriac, l’indipendenza non si conferisce e non dipende neppure della volontà dei governi francesi di farlo o di rifiutarlo. Non è un bene che si dà, ma una realtà viva che si costruisce.

Tre anni di guerra rivoluzionaria hanno minato profondamente il sistema coloniale. Esso non è più che un edificio patetico che sta crollando. È su questa materia, in piena disaggregazione, che i tecnici della “pacificazione” contano di consolidare le loro riforme. Mentre provano a mantenere dei muri che crollano da tutte le parti, nuove basi si stabiliscono dovunque nella terra algerina dalla quale si alza l’edificio potente dell’indipendenza nazionale.

L’indipendenza è scesa dal cielo delle possibilità ideali. Si è fatta carne e vita, si è incorporata alla sostanza del popolo. Egli esercita ormai la propria sovranità nel quadro del proprio esercito e della propria amministrazione. È qui che si può toccare con mano il successo straordinario della rivoluzione algerina.

Dall’Algerino del periodo coloniale è emerso un uomo nuovo, l’Algerino dell’epoca dell’indipendenza. Egli recupera la propria personalità nell’azione, nella disciplina, nel senso delle responsabilità, e scopre di nuovo il reale che affronta a piene mani e trasforma avvicinandosi nuovamente a rapporti effettivi. Diventa organizzatore, amministratore, soldato e cittadino responsabile.

L’unica via d’uscita possibile

Mantenendo l’indipendenza come condizione per la pace, il FLN non obbedisce ad un estremismo gratuito. Progettando la propria politica in una prospettiva rivoluzionaria, ha sviluppato i mezzi per realizzarla. Il problema algerino ha smesso da molto tempo di essere una questione di uomini politici. Qualora le scelte siano fatte da entrambe le parti, si presenta in termini militari, e la sua risoluzione dipende essenzialmente dallo sviluppo del rapporto delle forze presenti.

È un fatto ben conosciuto che il nemico non può aspettarsi una vittoria decisiva e che la guerra può durare indefinitamente. È un fatto meno conosciuto, ma che finirà per esserlo, che le condizioni di un disastro militare per le truppe imperialiste sono sempre più a portata di mano. A meno che finisca di riprendere i suoi diritti in Francia, il quarto anno della rivoluzione sarà segnato da una intensificazione della guerra, in cui non è da escludere la possibilità di un disastro francese.

D’altra parte, l’idea di indipendenza ha compiuto enormi progressi sul piano internazionale. Questa evoluzione è percepibile persino nell’opinione americana e europea; mostra chiaramente che il FLN non è l’unico oggi a rivendicare l’indipendenza e che la stragrande maggioranza delle nazioni gli fanno eco . La Francia non potrà resistere più a lungo alla marea internazionale che la sua ostinazione ha scatenato. Dovrà uscire dal suo immobilismo precario e pronunciare la parola tabù di cui ha paura oggi.

L’Algeria è diventata un paese che sfugge al controllo della Francia. Essa avrà anche elaborato alternative, stati nuovi che le salvaguarderebbero la sua vecchia colonia; i suoi sforzi sono tardivi e vani. La nazione algerina ha recuperato la propria libertà e ha fermamente imboccato la strada verso l’indipendenza.

* Mohamed Walid Grine, professore di traduzione all’Istituto di Traduzione (Algeri, Algeria), blogger e scrittore algerino. 

Titolo del testo originale: “L’indépendance nationale, seule issue possible”

https://almarto.wordpress.com/NOTE

1 FLN : Fronte di Liberazione Nazionale Algerino, principale forza e movimento politici che ha condotto la guerra de indipendenza dell’Algeria. Il FLN è stato creato in ottobre 1954. I membri fondatori sono: Krim Belkacem, Mohammed Larbi Ben M’hidi, Mostefa Ben Boulaïd, Mohamed Boudiaf, Rabah Bitat, Mourad Didouche, (nota del traduttore).
2 1 novembre 1954: data dell’avvio della guerra di liberazione nazionale Algerina (1954-1962), (nota del traduttore)

http://www.marx21.it/index.php/storia-teoria-e-scienza/storia/27958-lindipendenza-nazionale-unica-via-duscita-possibile

mercoledì 8 marzo 2017

Artificial Intelligence: ‘Frankenstein’ or Capitalist Money Machine, by James Petras

Introduction: The Financial Times’ Special Report (2/16/2017) published a four-page spread on the ‘use and possible dangers of artificial intelligence (AI)’. Unlike the usual trash journalists who serve as Washington’s megaphones on the editorial pages and political columns, the Special Report is a thoughtful essay that raises many important issues, even as it is fundamentally flawed.



The writer, Richard Walters, cites several major problems accompanying AI from ‘public anxieties, to inequalities and job insecurity’. Walters pleads with those he calls the ‘controllers of autonomous systems’ to heed social and ‘political frictions’ or face societal ‘disruption’. Experts and journalists, discussing the long-term, large-scale destruction of the working class and service jobs, claim that AI can be ameliorated through management and social engineering.
This essay will proceed to raise fundamental issues, questions leading to an alternative approach to AI relying on class analysis. We will reject the specter of AI as a ‘Frankenstein’ by identifying the social forces, which finance, design and direct AI and which benefit from its negative social impact.

Basic Questions: Demystifying AI

The best and the worst of the experts reporting on AI assert that it is an autonomous system, devoid of any link to the class structure within which it operates. Their version of technological determinism, above and beyond the needs and demands of capitalists, has fits neatly with the corporate ideology of the trash journalists and pundits.
The fundamental questions that must be raised include: 1) ‘AI’, for whom?; 2) How are the productivity gains of AI to be distributed between capital and labor? 3) How are work time, income and pensions distributed between the owners of technology and the labor force?; and 4) What kinds of socio-economic activity does AI serve?
‘Artificial Intelligence’ and related technological innovations are financed, designed, controlled and ultimately applied by the major corporations and financial institutions in order to reduce the cost of labor and to enhance profits and competitiveness between capitalist rivals.
AI and similar capitalist technological changes, along with the overseas relocation of information technology and manufacturing production are the principal destroyers of workers’ employment and living standards in the US.
AI technology, alongside vast spending for imperial wars and military procurement, multi-billion dollar bank-bailouts and the promotion of finance-over-productive capital represent the forces driving down wages, salaries, living standards, pensions and, lately, life expectancy for the marginalized working class and rural population.
The innovators and promoters of AI, whether individuals or small groups, seek capitalist support to finance, market and ‘acquire’ their ‘discoveries’. In fact, the entire industry has been built upon large-scale, tax-funded public research centers and university laboratories, which have paid for the buildings as well as the scientists’ and professors’ salaries.
Most of IT and AI related profits are distributed among the military-industrial complex, the chemical agro-industrial monopolies and the transport and consumer goods manufacturing elites. While garbage journalists and experts cite ‘AI’s contribution to health, education and social services, they forget to clarify that these ‘innovations’ are controlled by private health corporations, private ‘charter’ schools and public sector education elites intent on increasing profits, lowering teachers’ salaries, slashing programs and undermining student learning. The dismal, fragmented and mal-distributed state of healthcare and education in the United States are never seriously discussed because they put the lie to the absurd claims made about the benefits of AI and IT for the broader population.
Far from being ‘autonomous’ and subject to abstract ‘controllers’, AI, IT and high technology serve to concentrate wealth, power and profits for multiple sectors of the ruling class who determine how such technologies will be used.
The financiers of AI and their partners direct the scientists, engineers and marketers. The garbage journalists are paid to proclaim the arrival of ‘history-making’ innovations. The media describe AI as ‘machine learning, a form of advanced pattern recognition technology to make judgments by analyzing large amounts of data (which) could supplement human thought’ (FT Special Report 2/17/2017).
Contrary to the above-mentioned assumptions, the ‘judgments’ are made by the ruling class, using parameters and metrics determined by the elite, deciding on what kinds of ‘patterns are to be recognized’ in order that they can derive the kind of information they need to enhance profits, make war, maximize killing and engineering massive layoffs of workers. In a word, class assumptions dictate AI, IT and the use of these innovations.

Conclusion: Alternatives

If class determines AI, and in present-day America that means the ruling class, then only changes in the class structure can pose different questions and answers to our originally stated problems. Only by sharpening the class struggle, which changes who rules the banks, factories and social institutions, will new assumptions direct AI and IT and other innovations.
Only workers, professionals and scientists, who replace the prioritizing of profits with meeting social needs, can produce an AI that lowers the retirement age, increases national health care, facilitates workers’ decision making, distributes high quality education and information to the citizenry, reduces inequalities and shifts earnings from capital to labor.

2/21/2017

http://petras.lahaine.org/?p=2129

mercoledì 8 febbraio 2017

President Trump: Nationalist Capitalism, An Alternative to Globalization, by James Petras

Introduction: During his inaugural speech, President Trump clearly and forcefully outlined the strategic political-economic policies he will pursue over the next four years. Anti-Trump journalist, editorialists, academics and experts, who appear in the Financial Times, New York Times, Washington Post and the Wall Street Journal have repeatedly distorted and lied about the President’s program as well as his critique of existing and past policies.



We will begin by seriously discussing President Trump’s critique of the contemporary political economy and proceed to elaborate on his alternatives and its weaknesses.

President Trump’s Critique of the Ruling Class

The centerpiece of Trump’s critique of the current ruling elite is the negative impact of its form of globalization on US production, trade and fiscal imbalances and on the labor market. Trump cites the fact that US industrial capitalism has drastically shifted the locus of its investments, innovations and profits overseas as an example of globalization’s negative effects. For two decades many politicians and pundits have bemoaned the loss of well-paid jobs and stable local industries as part of their campaign rhetoric or in public meetings, but none have taken any effective action against these most harmful aspects of globalization. Trump denounced them as “all talk and no action” while promising to end the empty speeches and implement major changes.
President Trump targeted importers who bring in cheap products from overseas manufacturers for the American market undermining US producers and workers. His economic strategy of prioritizing US industries is an implicit critique of the shift from productive capital to financial and speculative capital under the previous four administrations. His inaugural address attacking the elites who abandon the ‘rust belt’ for Wall Street is matched by his promise to the working class: “Hear these words! You will never be ignored again.” Trump’s own words portray the ruling class ‘as pigs at the trough’ (Financial Times, 1/23/2017, p. 11)

Trump’s Political-Economic Critique

President Trump emphasizes market negotiations with overseas partners and adversaries. He has repeatedly criticized the mass media and politicians’ mindless promotion of free markets and aggressive militarism as undermining the nation’s capacity to negotiate profitable deals.
President Trump’s immigration policy is closely related to his strategic ‘America First’ labor policy. Massive inflows of immigrant labor have been used to undermine US workers’ wages, labor rights and stable employment. This was first documented in the meat packing industry, followed by textile, poultry and construction industries. Trump’s proposal is to limit immigration to allow US workers to shift the balance of power between capital and labor and strengthen the power of organized labor to negotiate wages, conditions and benefits. Trump’s critique of mass immigration is based on the fact that skilled American workers have been available for employment in the same sectors if wages were raised and work conditions were improved to permit dignified, stable living standards for their families.

President Trump’s Political Critique

Trump points to trade agreements, which have led to huge deficits, and concludes that US negotiators have been failures. He argues that previous US presidents have signed multi-lateral agreements, to secure military alliances and bases, at the expense of negotiating job-creating economic pacts. His presidency promises to change the equation: He wants to tear up or renegotiate unfavorable economic treaties while reducing US overseas military commitments and demands NATO allies shoulder more of their own defense budgets. Immediately upon taking office Trump canceled the Trans-Pacific Partnership (TPP) and convoked a meeting with Canada and Mexico to renegotiate NAFTA.
Trump’s agenda has featured plans for hundred-billion dollar infrastructure projects, including building controversial oil and gas pipelines from Canada to the US Gulf. It is clear that these pipelines violate existing treaties with indigenous people and threaten ecological mayhem. However, by prioritizing the use of American-made construction material and insisting on hiring only US workers, his controversial policies will form the basis for developing well-paid American jobs.
The emphasis on investment and jobs in the US is a complete break with the previous Administration, where President Obama focused on waging multiple wars in the Middle East, increasing public debt and the trade deficit.
Trump’s inaugural address issued a stern promise: “The American carnage stops right now and stops right here!” This resonated with a huge sector of the working class and was spoken before an assemblage of the very architects of four decades of job-destroying globalization. ‘Carnage’ carried a double meaning: Widespread carnage resulted from Obama and other administrations’ destruction of domestic jobs resulting in decay and bankruptcy of rural, small town and urban communities. This domestic carnage was the other side of the coin of their policies of conducting endless overseas wars spreading carnage to three continents. The last fifteen years of political leadership spread domestic carnage by allowing the epidemic of drug addiction (mostly related to uncontrolled synthetic opiate prescriptions) to kill hundreds of thousands of mostly young American’s and destroy the lives of millions. Trump promised to finally address this ‘carnage’ of wasted lives. Unfortunately, he did not hold ‘Big Pharma’ and the medical community responsible for its role in spreading drug addiction into the deepest corners of the economically devastated rural America. Trump criticized previous elected officials for authorizing huge military subsidies to ‘allies’ while making it clear that his critique did not include US military procurement policies and would not contradict his promise to ‘reinforce old alliances’ (NATO).

Truth and Lies: Garbage Journalists and Arm Chair Militarists

Among the most outrageous example of the mass media’s hysteria about Trump’s New Economy is the systematic and vitriolic series of fabrications designed to obscure the grim national reality that Trump has promised to address. We will discuss and compare the accounts published by ‘garbage journalists (GJ’s)’ and present a more accurate version of the situation.
The respectable garbage journalists of the Financial Times claim that Trump wants to ‘destroy world trade’. In fact, Trumps has repeatedly stated his intention to increase international trade. What Trump proposes is to increase US world trade from the inside, rather than from overseas. He seeks to re-negotiate the terms of multilateral and bilateral trade agreements to secure greater reciprocity with trading partners. Under Obama, the US was more aggressive in imposing trade tariffs that any other country in the OECD.
Garbage journalists label Trump as a ‘protectionist’, confusing his policies to re-industrialize the economy with autarky. Trump will promote exports and imports, retain an open economy, while increasing the role of the US as a producer and exporter.. The US will become more selective in its imports. Trump will favor the growth of manufacturing exporters and increase imports of primary commodities and advanced technology while reducing the import of automobiles, steel and household consumer products.
Trump’s opposition to ‘globalization’ has been conflated by the garbage journalists of the Washington Post as a dire threat to the ‘the post-Second World War economic order’. In fact, vast changes have already rendered the old order obsolete and attempts to retain it have led to crises, wars and more decay. Trump has recognized the obsolete nature of the old economic order and stated that change is necessary.

The Obsolete Old Order and the Dubious New Economy

At the end of the Second World War, most of Western Europe and Japan resorted to highly restrictive ‘protectionist’ industrial and monetary policies to rebuild their economies. Only after a period of prolonged recovery did Germany and Japan carefully and selectively liberalize their economic policies.
In recent decades, Russia was drastically transformed from a powerful collectivist economy to a capitalist vassal-gangster oligarchy and more recently to a reconstituted mixed economy and strong central state. China has been transformed from a collectivist economy, isolated from world trade, into the world’s second most powerful economy, displacing the US as Asia and Latin America’s largest trading partner.
Once controlling 50% of world trade, the US share is now less than 20%. This decline is partly due to the dismantling of its industrial economy when its manufacturers moved their factories abroad.
Despite the transformation of the world order, recent US presidents have failed to recognize the need to re-organize the American political economy. Instead of recognizing, adapting and accepting shifts in power and market relations, they sought to intensify previous patterns of dominance through war, military intervention and bloody destructive ‘regime changes’ - thus devastating, rather than creating markets for US goods. Instead of recognizing China’s immense economic power and seek to re-negotiate trade and co-operative agreements, they have stupidly excluded China from regional and international trade pacts, to the extent of crudely bullying their junior Asian trade partners, and launching a policy of military encirclement and provocation in the South China Seas. While Trump recognized these changes and the need to renegotiate economic ties, his cabinet appointees seek to extend Obama’s militarist policies of confrontation.
Under the previous administrations, Washington ignored Russia’s resurrection, recovery and growth as a regional and world power. When reality finally took root, previous US administrations increased their meddling among the Soviet Union’s former allies and set up military bases and war exercises on Russia’s borders. Instead of deepening trade and investment with Russia, Washington spent billions on sanctions and military spending - especially fomenting the violent putchist regime in Ukraine. Obama’s policies promoting the violent seizure of power in Ukraine, Syria and Libya were motivated by his desire to overthrow governments friendly to Russia - devastating those countries and ultimately strengthening Russia’s will to consolidate and defend its borders and to form new strategic alliances.
Early in his campaign, Trump recognized the new world realities and proposed to change the substance, symbols, rhetoric and relations with adversaries and allies - adding up to a New Economy.
First and foremost, Trump looked at the disastrous wars in the Middle East and recognized the limits of US military power: The US could not engage in multiple, open-ended wars of conquest and occupation in the Middle East, North Africa and Asia without paying major domestic costs.
Secondly, Trump recognized that Russia was not a strategic military threat to the United States. Furthermore, the Russian government under Vladimir Putin was willing to cooperate with the US to defeat a mutual enemy - ISIS and its terrorist networks. Russia was also keen to re-open its markets to the US investors, who were also anxious to return after years of the Obama-Clinton-Kerry imposed sanctions. Trump, the realist, proposes to end sanctions and restore favorable market relations.
Thirdly, it is clear to Trump that the US wars in the Middle East imposed enormous costs with minimal benefits for the US economy. He wants to increase market relations with the regional economic and military powers, like Turkey, Israel and the Gulf monarchies. Trump is not interested in Palestine, Yemen, Syria or the Kurds - which do not offer much investment and trade opportunities. He ignores the enormous regional economic and military power of Iran, Nevertheless Trump has proposed to re-negotiate the recent six-nation agreement with Iran in order to improve the US side of the bargain. His hostile campaign rhetoric against Tehran may have been designed to placate Israel and its powerful domestic ‘Israel-Firsters’ fifth column. This certainly came into conflict with his ‘America First’ pronouncements. It remains to be seen whether Donald Trump will retain a ’show’ of submission to the Zionist project of an expansionist Israel while proceeding to include Iran as a part of his regional market agenda.
The Garbage Journalists claim that Trump has adopted a new bellicose stance toward China and threatens to launch a ‘protectionist agenda’, which will ultimately push the trans-Pacific countries closer to Beijing. On the contrary, Trump appears intent on renegotiating and increasing trade via bilateral agreements.
Trump will most probably maintain, but not expand, Obama’s military encirclement of China’s maritime boundaries which threaten its vital shipping routes. Nevertheless, unlike Obama, Trump will re-negotiate economic and trade relations with Beijing - viewing China as a major economic power and not a developing nation intent on protecting its ‘infant industries’. Trump’s realism reflect the new economic order: China is a mature, highly competitive, world economic power, which has been out-competing the US, in part by retaining its own state subsidies and incentives from its earlier economic phase. This has led to significant imbalances. Trump, the realist, recognizes that China offers great opportunities for trade and investment if the US can secure reciprocal agreements, which lead to a more favorable balance of trade.
Trump does not want to launch a ‘trade war’ with China, but he needs to restore the US as a major ‘exporter’ nation in order to implement his domestic economic agenda. The negotiations with the Chinese will be very difficult because the US importer-elite are against the Trump agenda and side with the Beijing’s formidable export-oriented ruling class.
Moreover, because Wall Street’s banking elite is pleading with Beijing to enter China’s financial markets, the financial sector is an unwilling and unstable ally to Trump’s pro-industrial policies.

Conclusion

Trump is not a ‘protectionist’, nor is he opposed to ‘free-trade’. These charges by the garbage journalists are baseless. Trump does not oppose US economic imperialist policies abroad. However, Trump is a market realist who recognizes that military conquest is costly and, in the contemporary world context, a losing economic proposition for the US. He recognizes that the US must turn from a predominant finance and import economy to a manufacturing and export economy.
Trump views Russia as a potential economic partner and military ally in ending the wars in Syria, Iraq, Afghanistan and Ukraine, and especially in defeating the terrorist threat of ISIS. He sees China as a powerful economic competitor, which has been taking advantage of outmoded trade privileges and wants to re-negotiate trade pacts in line with the current balance of economic power.
Trump is a capitalist-nationalist, a market-imperialist and political realist, who is willing to trample on women’s rights, climate change legislation, indigenous treaties and immigrant rights. His cabinet appointments and his Republican colleagues in Congress are motivated by a militarist ideology closer to the Obama-Clinton doctrine than to Trumps new ‘America First’ agenda. He has surrounded his Cabinet with military imperialists, territorial expansionists and delusional fanatics.
Who will win out in the short or long term remains to be seen. What is clear is that the liberals, Democratic Party hacks and advocates of Little Mussolini black shirted street thugs will be on the side of the imperialists and will find plenty of allies among and around the Trump regime.

http://petras.lahaine.org/?p=2126


¡Acción urgente! Mumia destaca crisis de agua en prisión

mumiachair

¡Acción urgente! Mumia destaca crisis de agua en prisión
Departamento de Correcciones viola dictamen judicial a favor de Mumia
Desde Flint, Michigan, y Standing Rock hasta la prisión SCI Mahanoy y prisiones en todas partes de Estados Unidos, hay gente que defiende el derecho al agua limpia, una medida para salvar vidas.
En SCI Mahanoy, la prisión en el estado de Pensilvania donde Mumia Abu-Jamal está encerrado, el agua está demasiada contaminada para que los presos puedan bañarse en ella o tomarla.  Es “agua sucia, semisalada, turbia, hasta negra”. Así describe Mumia la situación drástica que en una queja formal él presentó la semana pasada.  Su queja incluye seis demandas, dos de las cuales son  1) el inmediato suministro de una fuente alternativa de “agua limpia, fresa, segura e impoluta” para bañar en ella y tomarla,  y 2) “un análisis del agua que llega por tuberías a la tina y las regaderas de la enfermaría”.
Ayuden, por favor a amplificar las voces de todos los presos y presas. ActuenLlamen a la prisión y difundan  ampliamente las denuncias de Mumia.
Como han de saber ustedes, Mumia tiene una grave enfermedad de la piel, que es un síntoma de su Hepatitis C no curada.  Por lo tanto, la contaminación del agua en la prisión presenta una grave amenaza contra su vida a través de la infección. Ante esta situación, Mumia se ha negado a bañarse tres veces a la semana, una receta de los doctores en la prisión para aliviar sus síntomas.
Además de violar el dictamen de un juez federal emitido en enero de 2017, que ordenó que Mumia recibiera tratamiento inmediato con los medicamentos que pueden curar la HEP C (la causa principal de su afectación de la piel), el Departamento de Correcciones (DOC)  está en violación de su deplorablemente insuficiente “receta de bañarse” para su condición de piel y para la  HEP C.
ACTUEN. Llamen a la prisión Mahanoy, el Departamento de Correeciones (DOC) y el gobernador de Pensilvania.
PUEDEN USAR LENGUAGE SENCILLA PARA HACER LAS SIGUIENTES DEMANDAS:
Hello, I am calling from Mexico to demand that the Mahanoy prison administration:
Immediately provide all prisoners clean water for bathing, showering and drinking.
I am also demanding that the institution comply with Judge Robert Mariani’s court ruling of January 3, 2017, which ordered the immediate treatment of Mumia Abu Jamal with the Hep C cure by the DOC. Give Mumia the cure he needs. 
Llamen a las siguientes autoridades:
1. Theresa Del Balso, Superintendent SCI Mahanoy: 001-570-773-2158 x8102 | 001-570-783-2008 Fax | 301 Morea Road, Frackville PA 1793
2. John Wetzel, PA DOC: 001-717-728-4109 | 001-717-728-4178 Fax | ra-contactdoc@poc.gov | 1920 Technology Pkwy, Mechanicsburg PA 17050
3. Tom Wolf, PA Gvrnr: 001-717-787-2500 | governor@PA.gov | 508 Main Capitol Building, Harrisburg PA 17120
ACTUEN EN LAS CALLES.
ASISTAN A UN MITIN en Filadelfia afuera de la Oficina del Gobernador Wolf
Cuando: Jueves, 9 de febrero, 2017 — 4-6PM
Donde: 200 S. Broad Street, Philadelphia

Transcript of Mumia’s Grievance (in English). 
OFFICIAL INMATE GRIEVANCE
TO: FACILITY GRIEVANCE COORDINATOR
Jane Hinman, Asst. to Supt.
FROM: (INMATE NAME & NUMBER)
M. A. Jamal #AM8335
DATE: 1/25/17
A.     Provide a brief, clear statement of your grievance. Additional paper may be used, maximum two pages …. State all relief that you are seeking.

Over the last several months, I have repeatedly complained of dirty, brackish, turbid, even black water in the infirmary’s tub. In my discussions with c/o Easterday, I’ve confirmed this situation several times. I’ve received several responses from my prior grievances, which I believe are misleading, incorrect and untrue.
Several weeks ago, c/o Easterday informed me that he was told by someone looking into this issue that the water’s discoloration stems from the water pooling in the pipes (or words to that effect), and if one simply let the water run for 5 minutes, it would clear up.
When I reported for my medically-prescribed bath today (around 8:30 due to waiting some 20-25 minutes in the pill line(!) because of the length of the line), I found the water, upon running, dark, turbid, and quite discolored. I again showed it to c/o Easterday, who repeated what he told me several weeks earlier.
I let the water run; for 5 minutes; for 10 minutes; for 15 minutes; for 20 minutes—and not only didn’t it clear up—it got worse! While the water appeared like tea in the beginning, it looked more like coffee after a 20-minute run. I left the stopper in after the last run, and showed it to the c/o, who replied he ‘understood,’ when I informed him there was no way I could/would get into a tub in that condition.
He made a call (to whom, I don’t know) and he explained (as I was then outside the room), he explained that the water in the shower room also was running dark, discolored, coffee-colored, and dirty, despite the fact that a man in a wheelchair had just showered in this stuff! This was clearly a situation that went beyond ‘a dirty pipe.’ How am I supposed to clean myself in dirty water? I left the water in the tub, and thereby left it ripe for testing by the person contacted by c/o Easterday.
If this was not done (why wouldn’t it be?), I hereby request the following:
B.     List actions taken and staff you have contacted, before submitting this grievance.
(As shown in the text, I showed this matter to c/o Easterday, several times this morning.)

  1.  Immediate testing of the water piped into the tub and shower rooms;
  2.  A clear determination of what substance (or substances) turned the water such a dork, turbid color;
  3.  Immediate correction of this situation so that people won’t be further harmed by whatever is in this water.
  4.  Please explain how, and when this matter will be corrected.
  5.  Please provide an alternative, which timely provides clean, fresh, safe, untainted water, not just for bathing, but for drinking.
https://amigosdemumiamx.wordpress.com/2017/02/07/accion-urgente-mumia-destaca-crisis-de-agua-en-prision/

martedì 7 febbraio 2017

Entrevista a la Madre de Julian Assange

La madre de Julian Assange a RT: Los medios estadounidenses instan a asesinar a mi hijo

Pese a que Julian Assange no hizo nada más que brindar la verdad a la ciudadanía, EE.UU. le convirtió en objeto de intimidaciones y amenazas. Así lo declaró la madre del fundador de WikiLeaks en una nueva edición del programa 'Detrás de la Noticia'. "Desde el inicio los políticos y los locutores en la televisión norteamericana instaban a asesinarle de las formas más brutales. Parece que no quisieron usar ningún filtro para expresar sus sentimientos exhortando a formas brutales de homicidio, ellos incitaban al asesinato de mi hijo. Y durante las últimas dos semanas un presentador de la cadena Fox exaltaba a matar a mi hijo. Y eso quieren hacer con una persona que no infringió ninguna ley y simplemente hizo lo que cualquier periodista investigador realizaría en su puesto, simplemente revelar la verdad para el público", dijo Christine Assange a Eva Golinger, autora del programa 'Detrás de la Noticia'.

domenica 5 febbraio 2017

Che Male c’è a Bruciare la Bandiera ?, di Roderick Long

Risultati immagini per Bruciare bandiera Usa
[Di Roderick Long. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 15 dicembre 2016 con il titolo What’s So Bad About Flag Burning? Traduzione di Enrico Sanna.]

Il neoeletto Donald Trump ha recentemente chiesto un anno di carcere e la perdita della cittadinanza per chi brucia la bandiera americana. Casualmente, lo stesso Trump due anni fa al Letterman Show appoggiava chi brucia la bandiera, e questo mi induce a fare qualche domanda. Quattro, per l’esattezza: due per i conservatori pro Trump e due per i suoi detrattori liberal.
Questa la prima domanda per i conservatori: Ricordo di aver sentito alcuni di voi (non Trump, ammetto) esprimersi ad alta voce a favore della libertà di espressione a proposito delle leggi che in paesi musulmani criminalizzano scritti o discorsi “irrispettosi” dell’Islam o del profeta Maometto. Com’è che le vostre ragioni di allora non si applicano più alla proposta di Trump?
Secondo, ricordo anche che voi conservatori parlavate molto del dovere dello stato di proteggere i diritti di proprietà privata (anche se, ammetto, l’uomo simbolo dell’esproprio Donald Trump neanche in questo è mai stato dalla vostra). Insomma, se io compro una bandiera americana con i miei onesti guadagni, o se ne faccio una con un pezzo di stoffa, perché non posso fare quello che voglio della mia proprietà se lo faccio senza danneggiare nessuno? Se lo stato dice di avere diritto, al posto mio, di decidere cosa posso fare con la mia bandiera, che è proprio mia che l’abbia comprata o fatta, tutto ciò non sembra più comunismo che libero mercato?
E poi avrei un paio di domande per quei liberal che criticano la proposta di Trump per l’eccessiva durezza verso chi brucia la bandiera. Primo: Urlate la vostra critica contro Trump per il suo disprezzo per la libertà d’espressione, benissimo; ma quanti di voi urlarono appena vent’anni fa, quando Hillary Clinton sosteneva la legge sulla protezione della bandiera del 2005, che ugualmente condannava ad un anno chi bruciava la bandiera?
Infine, una domanda soprattutto per quei liberal critici che sostengono il diritto di bruciare la bandiera ma sono in disaccordo con il messaggio di chi compie l’atto. Cosa c’è che non va bene nel messaggio di chi brucia la bandiera?
Anche se la bandiera fosse un simbolo legittimo di libertà, il divieto di bruciarla sarebbe un modo bizzarro di onorare la bandiera: sacrificare la libertà reale a favore del suo simbolo. E poi, davvero la bandiera significa libertà?
È ormai opinione diffusa che la bandiera dei confederati, per quanto i suoi sostenitori la riveriscano come un’icona di libertà, sia inestricabilmente associata alla causa della schiavitù e il suprematismo bianco. Ma la bandiera americana, il simbolo del governo federale, è davvero più difendibile?
La bandiera dei confederati ha sventolato sulla schiavitù per cinque anni. La bandiera americana ha sventolato sulla schiavitù per quasi un secolo, e sulla segregazione razziale e altre costrizioni pseudo-schiavistiche per un altro secolo. (E il governo federale non si è mosso contro la segregazione finché il movimento spontaneo per i diritti civili non divenne così forte che preferirono cooptarlo piuttosto che ignorarlo). E ancora oggi la bandiera americana sventola su un paese in cui i neri hanno molta più probabilità di finire dentro, o uccisi, per mano di agenti dello stato.
La stessa bandiera sventolava sul massacro degli indiani d’America, i loro figli rapiti, le loro terre rubate; e questo furto continua ancora oggi, come nel caso del Dakota Access Pipeline. Proprio ora quella bandiera sventola su un paese in cui lo stato registra ogni telefonata, ci dice come possiamo o non possiamo curarci, e mantiene un regime di privilegio a sostegno dell’élite corporativa a spese di tutti gli altri.
Certo, gli americani godono di una maggiore libertà rispetto ai cittadini di molti altri paesi, ed è questo che porta molti a vedere nella bandiera americana un simbolo della libertà. Ma la libertà di cui godono gli americani è stata conquistata duramente perlopiù con la lotta spontanea che alla fine ha prevalso sull’opposizione dello stato. Chi onora la bandiera, il simbolo del governo federale, non celebra le nostre libertà; celebra l’autorità centrale a cui queste libertà sono state eroicamente strappate.
E anche in tutto il mondo i soldati con la bandiera americana troppo spesso hanno appoggiato dittatori e bombardato civili, dall’Asia all’America Centrale al Medio Oriente. Nei mesi scorsi, le bombe americane soltanto in Yemen hanno ucciso decine di civili. Stupisce il fatto che milioni di persone in tutto il mondo vedano la bandiera americana con paura, non simbolo di libertà ma seminatore di terrore e morte? Di fronte a questa realtà, insistere a difendere la bandiera dicendo che “in realtà” significa qualcos’altro suona vuoto come quei neo-confederati che parlano di “Retaggio, non Odio”.
Abbiamo iniziato, come nazione, a buttare la reverenza cieca verso la bandiera confederata. È ora che anche la reverenza verso la bandiera americana sia destinata allo stesso ben meritato oblio.

https://c4ss.org/content/47323