domenica 20 luglio 2014

Quando la ''solidarietà'' si fa specchietto per le allodole

Ricevo dai Compagni del Comitato Martire Ghassan Kanafani e pubblico.

Fonte:  http://kanafani.it/?p=616


Oggi, sabato 19 luglio 2014, in via di Porta Labicana 56 a Roma, si è tenuta l’assemblea organizzativa per una manifestazione nazionale di sostegno alla Palestina. Fissata per sabato 26 luglio, questa iniziativa è stata indetta dalla Coalizione Freedom Flotilla, Campagna Nazionale per Yarmouk, Comitato Romano di Solidarietà con il Popolo Siriano e la Comune Umanista Socialista.
Probabilmente per il ventaglio delle sigle che hanno promosso e sottoscritto l’appello, numerose sono state le perplessità e le contrarietà di collettivi, gruppi e individui in quanto iniziativa suscettibile di insidiosa e rozza strumentalizzazione.
Nonostante la generale diffidenza, il Comitato del Martire Ghassan Kanafani ha scelto di intervenire all’assemblea per sincerarsi personalmente dei contenuti e per, eventualmente, manifestare il proprio dissenso e esprimere la più totale contrarietà allo sfruttamento della sofferenza dei palestinesi sotto attacco costante e particolare degli ultimi giorni.
I timori di tanti si sono puntualmente rivelati fondati in quanto la nostra inaspettata sortita c’è stata mentre si intavolava la condivisa necessità di focalizzare l’attenzione della solidarietà italiana sulla totalità del popolo palestinese in lotta, “lotta che include i palestinesi di Yarmouk che resistono contro Bashar Al Assad” (!).
Abbiamo pazientemente e come si conviene seguito gli interventi dei presenti attendendo di poter prendere parola. A onor del vero bisogna citare i dubbi di uno dei presenti, attivo nel contesto politico latino-americano, il quale ha manifestato le proprie riserve rispetto all’accostamento della resistenza palestinese all’opposizione siriana, armata dalla NATO. Per il resto, i punti di vista erano aderenti al leitmotiv iniziale e, tra critiche ad Hamas e la sua oppressione degli abitanti della Striscia di Gaza, affermazioni esageratamente lapalissiane e odi alle primavere arabe, c’è stato spazio persino per preoccupanti paralleli con l’Ucraina, come di terra contesa tra “filo-Putin e filo-Porošenko”; transeat quindi sulla marchiana semplificazione delle differenti questioni e i relativi mutevoli equilibri negli altrettanto differenti contesti.
Tutta la pacatezza si è persa quando, dopo aver preso a fatica la parola e a nome di un comitato, lo ribadiamo, formato per due terzi da studenti palestinesi, dopo aver confutato le solite parziali storie ripetute a pappagallo, i toni si sono scaldati e siamo stati accusati di sostenere “il massacro dei palestinesi in Siria” attraverso le canoniche pillole di storia snocciolate, tra l’altro, a chi le ha iniziate a studiare sui kutub della scuola primaria di un campo profughi.
Inutile dire che in questa atmosfera ci siamo visti costretti ad allontanarci.
Non ci siamo stupiti delle posizioni esposte in questa sede, ci sentiamo comunque in dovere di mettere in guardia compagni, collettivi e gruppi di solidarietà con la Palestina poiché, chi in buona fede, chi con troppa leggerezza, ancora sta considerando la partecipazione ad una manifestazione che non possiamo esimerci dal definire squallida (a quanto pare non sarà neppure di carattere nazionale, come hanno convenuto i presenti vista la più che probabile scarsa partecipazione).
In sintesi, con questa mossa, coalizioni e gruppi come Freedom Flotilla sono andati ben oltre il processo di depoliticizzazione della causa palestinese: questo agire non troppi anni fa era facilmente ascrivibile al ruolo degli ascari della Nato e alle dinamiche delle rivoluzioni colorate.
Tocca chiedersi però… dove inizia e dove finisce “l’utilità degli idioti”.

 Comitato del Martire Ghassan Kanafani
Roma, 19 luglio 2014

domenica 13 luglio 2014

Quattro errori della sinistra europea verso la Palestina occupata, S. Zecchinelli



Introduzione

L’imperialismo israeliano, per l’ennesima volta, attacca la popolazione innocente di Gaza; la pulizia etnica della Palestina va avanti con il sostegno incondizionato degli Stati Uniti d’America e dei paesi capitalistici occidentali. Una vergogna che coinvolge le stesse Nazioni Unite e tutte le organizzazioni ‘democratiche’ che si rifiutano di negare l’evidenza sullo Stato per soli ebrei: l’entità sionista calpesta la democrazia e persegue un chiaro progetto neocolonialistico contro i popoli arabi. Difficile capirlo ?

La sinistra occidentale, purtroppo, continua a non prendere una posizione netta: da un lato si dichiara solidale con i palestinesi, ma, dall’altro lato, (1) continua a riconoscere il diritto di Israele ad esistere, (2) non si schiera, in modo aperto, con le organizzazioni politiche palestinesi che combattono l’aggressione militare israeliana.

Rifiutando questa ipocrisia generale dell’occidente non posso che esprimere tutto il mio appoggio alle Brigate al Qassam di Hamas, impegnate, in modo coraggioso, contro la vile incursione militare sionista. In certe circostanze non esistono vie di mezzo: o dalla parte di uno Stato aggressore e colonialista ( Israele ), o dalla parte della Resistenza ( Hamas, Fronte popolare di liberazione palestinese, Jihad islamica ). Il resto, credo, che conti ben poco.

Vediamo, ora, in estrema sintesi, quali sono i maggiori errori ideologici della sinistra europea sul sionismo e sulla Resistenza islamica palestinese.

1. Israele difende gli ebrei ?

Israele, a differenza di quello che dicono molti giornalisti europei, nasce come avamposto colonialistico occidentale. Nulla a che fare con l’olocausto dato che, oltretutto, molti suoi leader ( es. Begin ) avevano simpatie naziste.

Una domanda a tutti i sostenitori – e nella sinistra occidentale furono molti – della tesi ‘Israele ha evitato un nuovo olocausto ebraico’: come mai, lo Stato ebraico, da un lato si proclama ‘antifascista’ ma, dall’altra parte, coltivò rapporti con dittature di estrema destra.

Esempi: Israele appoggiò in Iran lo Scià Reza Pahlavi il quale si rifaceva alla ideologia hitleriana mentre ora demonizza la Repubblica islamica che, fin dalla sua nascita, ritenne il fascismo un male dell’occidente e del nazionalismo del nord del mondo. Non è una contraddizione evidente ?

Israele aveva legami con la dittatura di Somoza, Begin era amico personale di Pinochet e, tutt’oggi, i governi israeliani si rifiutano di chiarire i loro rapporti con la giunta militare argentina.

In Argentina, ai tempi della dittatura militare, morirono ben 2.000 ebrei, come mai Israele ha tollerato tutto questo dando, ugualmente il suo sostegno, ai militari ?

Evidentemente la ‘difesa degli ebrei’ è solo una protesi ideologica. L’imperialismo israeliano non ha problemi a sacrificare l’ebraismo sugli altari del sionismo e della sua borghesia militaristica.

2. Israele esiste, ma davvero non si può fare più nulla per fermarla ?

Questa tesi è sostenuta da molti opportunisti politici; da un lato dicono ‘ammettiamo che Israele commette dei crimini, ma che volete fare, buttare a mare gli ebrei ?’.

Questi signori non sanno che ebrei e palestinesi convivevano in pace da secoli in quei territori ? In realtà, quello che intercorre in Palestina, non è un conflitto fra Islam ed Ebraismo ma fra il colonialismo sionista ed i popoli arabi. Le motivazioni sono sociali, direi di classe e non religiose.

Il fatto che Israele esiste significa ben poco: l’Algeria francese esisteva ed è stata cancellata da una Rivoluzione nazionale e sociale, giusto per fare un esempio. Chi sostiene questa tesi, in realtà, in cuor suo, accetta il colonialismo e l’imperialismo come destino.

L’Algeria francese è stata sconfitta dal Fronte di liberazione nazionale guidato da Ahmed Ben Bella, noi democratici ed antimperialisti aspettiamo che anche la Palestina trovi il suo Ben Bella e fondi uno Stato indipendente e laico.

Che cosa possiamo fare in occidente ? Messa da parte l’ipocrisia dei benpensanti, intanto, possiamo costituire dei Comitati popolari in sostegno dell’Intifada Palestinese. Si può fare molto: io inizierei a chiedere il disarmo dello Stato israeliano che non sarebbe poco per i combattenti palestinesi. Non vi sembra una battaglia democratica sostenibile ?

3. Hamas vuole un emirato islamico ?

La sinistra occidentale non perde occasione per non compromettersi, rifiutando di stare con le forze popolari e proletarie.

Hamas è una organizzazione molto divisa al suo interno e, nonostante, i politicanti si siano avvicinati alla borghesia del Golfo ed alla Fratellanza Musulmana, l’ala militare ha mantenuto forti contatti con gli Hezbollah e l’Asse della Resistenza guidato dalla Siria baathista.

La religione centra ben poco: in Irlanda, l’ IRA era fortemente influenzata dal cattolicesimo sociale, eppure nessuno, a sinistra, gli avrebbe negato appoggio. Perché ora negarlo ad Hamas ?

Le Brigate Al Qassam hanno ingaggiato un dura lotta contro l’esercito israeliano, difendono i loro villaggi, proteggono donne e bambini, sono combattenti eroici che danno la loro vita per una giusta causa, la danno senza chiedere nulla con il solo desiderio di vedere la propria terra libera. Negargli appoggio significa fare un favore ad Israele, allo Stato di estrema destra israeliano.

Soltanto degli ignoranti in malafede possono dire ‘Hamas vuole un emirato islamico’. In realtà, Hamas, cerca di mantenere compatto un ampio movimento patriottico e democratico con, all’interno, forze islamiche, nazionaliste, liberali e, perfino, marxiste. Quale sciocco può credere alla becera propaganda sionista ?

4. Israele ha mai pensato alla pace in Medio Oriente ?

I padri fondatori di Israele dissero, fin dai primi anni ’50, che la forza di questo Stato sta nella distruzione di altre tre entità statuali: Siria, Irak ed Egitto. Tutto questo porterebbe alla realizzazione – nell’ottica di gente come Ben Gurion – della Grande Israele. Inutile farci illusioni: da Israele non verrà mai nessuna proposta di pace.

Tutti i tentavi di pacificazione prevedevano incendi perdite territoriali per il popolo palestinese. Perché bisognerebbe legalizzare un furto così chiaro ?

Tali errori sono molto gravi. Molti ingenui dicono ‘Hamas attaccando non fa altro che provocare dure risposte da parte degli israeliani’. Chi dice questo se fosse vissuto nella Spagna degli anni ’30 che avrebbe fatto: avrebbe proposto una pacificazione fra socialisti e franchisti ?

Forse Hamas, in questo momento, non può vincere militarmente contro gli occupanti israeliani, ma, da tali battaglie sociali, siamo certi che il movimento antimperialista palestinese troverà la forza per riprendersi ciò che gli appartiene.

Conclusione

Il grande scrittore Edwar Said diceva ‘la questione palestinese è la grande questione morale del nostro tempo’. Oggi più che mai dobbiamo fare nostre queste sue parole; il sionismo non è un problema solo per il mondo arabo, ma – e dobbiamo dirlo a gran voce senza paura – per il mondo intero.

Stefano Zecchinelli




domenica 6 luglio 2014

Un “bantustan” medio-orientale targato USA (con l’appoggio di Abu Mazen), di S. Zecchinelli

1. L’Accordo fra l’ ANP e Hamas è stato analizzato in un precedente articolo pubblicato su questo giornale come un tentativo da parte di alcune fazioni della classe dirigente israeliana, particolarmente legata al duo Obama – Kerry, di trasformare Hamas – un tempo movimento di Resistenza islamico – in uno “scagnozzo” di Israele. Tuttavia l’argomento, per la sua ampiezza e complessità, necessita di alcune precisazioni, anche alla luce dei recenti avvenimenti.
E’ importante come prima cosa chiarire un punto: non tutta Hamas deve essere considerata come corrotta o subordinata alle logiche geopolitiche e imperialiste che vedono protagonisti gli USA, Israele, il Qatar e gli stati arabi cosiddetti “moderati”.
Le Brigate Al Qassam – ala militare di Hamas – hanno ribadito più volte che il denaro arabo non è riuscito a liberare un solo centimetro della Palestina e che è necessario continuare sulla strada della Resistenza, insieme all’Iran e agli Hezbollah libanesi.
Queste organizzazioni combattenti restano un problema per Abu Mazen che qualche giorno fa ha ceduto ( come riporta il giornale israeliano Haaretz ) alle pressioni di Israele che chiede lo smantellamento delle Brigate Al Qassam. Un vero e proprio colpo alla Resistenza palestinese, data l’importanza di questa organizzazione ed il prestigio che sul campo di battaglia ha guadagnato agli occhi delle masse arabe e mussulmane.
E’ bene citare un fatto di recentissima cronaca ( 11/06/2014 ) riportato dalla rivista online infopal: l’ ANP reprime una manifestazione di Hamas in sostegno dei prigionieri politici palestinesi ( a cui Israele non riconosce nessun diritto ) a Ramallah. Il fatto è molto grave e infatti su infopal leggiamo:
“Hamas ha dichiarato di aver organizzato una protesta a supporto dei prigionieri palestinesi in sciopero della fame e che le forze dell’Anp, che cercavano di impedire la manifestazione, hanno assalito, tra gli altri, anche il leader di Hamas, Hassan Yousef”.
In questa situazione, già di per se estremamente complessa, si è aperta un’altra problematica che rischia di alimentare ancor più la tensione all’interno della società civile palestinese, che riguarda la controversia fra ANP e Hamas relativa al pagamento dei salari dei dipendenti del servizio pubblico.
Citiamo ancora da Infopal: “Gli impiegati del precedente governo considerano responsabilità di Ramallah il pagamento dei loro stipendi, un punto controverso, ancora da risolvere per il nuovo governo. Tuttavia, un portavoce di Fatah ha affermato che dovrebbe essere Hamas a retribuire gli impiegati del governo costituito di recente”.
Saranno davvero pagati questi salari oppure proprio all’interno dei servizi pubblici inizieranno una serie di licenziamenti di massa ? Il prossimo governo tecnico palestinese, oltre ad essere collaborazionista con Israele, sarà anche neoliberista ed anti-popolare? Si tratta di questioni molto importanti che potrebbero condizionare pesantemente il quadro generale.
Il Piano Kerry prevede la creazione di uno Stato colonizzato palestinese dipendente dall’imperialismo israeliano. E’ quindi evidente come una “rivoluzione amministrativa”, proprio nel settore del pubblico impiego”, non può che essere un preludio alla formazione di un governo con una forte impronta liberista e di destra, sia in politica estera ( collaborazione con gli Usa e Israele ), quanto in politica interna ( neo-liberismo ). Sembra proprio che il “Premio Nobel per la guerra”, cioè il Presidente americano Obama, stia di fatto lavorando per far precipitare la situazione.
Che fare? In questa fase non si può che ribadire la solidarietà e l’ appoggio alle Brigate Al Qassam.
Le Brigate Al Qassam sono una parte importante della Resistenza palestinese che è legittima e ha il diritto di combattere per liberare la propria terra da un’occupazione neocolonialista che dura da decenni. E’ importante altresì denunciare il gioco politico che Abu Mazen sta portando avanti in sostanziale sintonia con ilo governo israeliano ( insieme a quei settori di Hamas legati al Qatar e alla Fratellanza Musulmana ). Se il popolo palestinese vuole continuare, legittimamente, a lottare per la propria libertà ed autodeterminazione contro ogni forma di imperialismo, non può prescindere dalla sua unità politica e militare.
2. Le forze sostanzialmente collaborazioniste di Israele (al di là degli sproloqui belligeranti del partito semi-fascista israeliano Likud), hanno ovviamente approfittato di questa situazione per attaccare i marxisti del Fronte popolare di liberazione palestinese che ha denunciato la collusione fra il governo presieduto da Abu Mazen con lo stato sionista in materia di repressione dei movimenti popolari. Su Palestina Rossa leggiamo:
“Il coordinamento sulla sicurezza è un vergognoso peccato: non solo non ha portato nulla alla conquista dei diritti del popolo palestinese, ma rappresenta una componente strategica nella tragica divisione in seno al popolo palestinese. Aiuta l’esercito di occupazione ed i servizi di intelligence sionisti nella loro strategia di reprimere e sconfiggere la resistenza. Unità nazionale reale significa unire le forze per la fine del coordinamento sulla sicurezza, rifiutare i negoziati, sostenere la resistenza e la fermezza del popolo palestinese”.
Per Abu Mazen, invece, questo coordinamento “è sacro” (parole testuali di Abu Mazen pronunciate durante una manifestazione a Ramallah).
Cosa se ne deduce?
La politica statunitense ha come obiettivo quello di creare degli stati vassalli e collaborazionisti, non solo da un punto di vista economico ( apertura ai capitali privati), ma anche e soprattutto in materia di repressione interna ed esterna.
Per capire questo, spostiamo l’attenzione sull’Egitto anche perchè le due questioni (israelo-palestinese ed egiziana) sono strettamente collegate.
L’asse Abu Mazen – Israele – Kerry può essere ricollegata, in qualche modo, alla elezione, con una astensione altissima, di El Sisi nel suo paese ? Il quesito è senz’altro pertinente.
James Petras ci comunica che in Egitto: “A partire da aprile 2014, oltre 16.000 prigionieri politici sono incarcerati e la maggior parte è stata torturata. I processi farsa dei tribunali fantoccio hanno comminato condanne a morte per centinaia di persone e lunghe pene detentive per la maggior parte di esse. Il regime di Obama si è rifiutato di chiamare “colpo di stato” il rovesciamento militare del governo – democraticamente eletto – di Morsi, al fine di continuare a fornire aiuti militari alla giunta”; (James Petras, Obama: ‘’Trasformare il Medio Oriente’’. Il gulag americano, infopal).
Domanda: l’occidente, apparentemente, non ha ben visto El Sisi, però Israele, che si è affrettato a proclamarlo eroe, guarda di buon occhio alla sua elezione nonostante il parere, come ripeto, solo apparentemente negativo nei suoi confronti da parte dell’opinione pubblica e dei media occidentali. Perchè?
E’ assai probabile che si stia procedendo alla costruzione di un nuovo coordinamento repressivo in Medio Oriente di cui Abu Mazen, che si è offerto di collaborare attivamente con gli Stati Uniti, è una delle pedine. Nulla di nuovo, se vogliamo, da un certo punto di vista, però, se si vuol fare un puntuale lavoro di controinformazione, è importante analizzare quello che accade passo dopo passo .
Tutti questi elementi lasciano intendere che le reali intenzioni degli USA e di Israele siano quelle di trasformare il Medio Oriente in una sorta di gigantesco “lager”.

Stefano Zecchinelli 

 http://www.linterferenza.info/esteri/un-bantustan-medio-orientale-targato-usa-con-lappoggio-di-abu-mazen/

Lettera da inviare agli artisti, di Vincenzo Giordano



  • Vincenzo Giordano
Federazione Anarchica Spixana
Aderente alla FAI – Federazione Anarchica Italiana
Via U. Boccioni, 13 - 87019 Spezzano Albanese (CS) Tel. 328/1691024



Il mio nome è Vincenzo Giordano. Ti scrivo da San Lorenzo del Vallo un paese in provincia di Cosenza che dista circa 20 Km dal Monte Pollino. Vorrei porre alla tua attenzione una vicenda politico-giudiziaria che mi riguarda personalmente e che ha dell’incredibile rispetto a come viene “amministrata” oggi la “Giustizia” in Italia.
Mi interesso di politica da quando avevo 15 anni e già all’età di vent’anni ho iniziato a frequentare e militare fra i gruppi anarchici occupandomi soprattutto di politica locale, di problemi che riguardano la comunità in cui vivo, cioè San Lorenzo del Vallo (CS). Nel dicembre del 2006, nel mezzo della mia attività politica ho diramato un comunicato stampa, ripreso dalla stampa locale e regionale,  attraverso la quale criticavo l’operato dell’Amministrazione Comunale. Perché? Perché il sindaco, Luciano Marranghello, la sua Giunta e la sua Amministrazione facevano tutto tranne che gli interessi della comunità: assunzioni di parenti di amministratori, vendita dei beni comunali, passaggio da un partito ad un altro, ecc. (vedi il volantino “Sul municipio sventola bandiera bianca”). Nonostante le notizie in mio possesso erano il frutto di Delibere Comunali ed Articoli di Giornali, il sindaco decide di denunciarmi per presunta “Diffamazione a mezzo stampa”.

LA FASE PROCESSUALE

Il Giudice del Tribunale di Cosenza mi rinvia a giudizio e inizia il Processo di Primo Grado che, dopo ben tre anni di rinvii e dibattimenti MI VEDE ASSOLTO sia dal Pubblico Ministero che dal Giudice (appunto di Primo Grado), perché il fatto non sussiste. Il sindaco, dopo qualche anno, decide di fare ricorso presso la Corte d’Appello di Catanzaro (solo per ciò che riguarda il riconoscimento del presunto “danno morale”, poiché dal punto di vista penale fui definitivamente assolto con la sentenza di Primo Grado), ed il primo ottobre 2012, dopo che il Procuratore Generale aveva confermato l’assoluzione del Primo Grado di Giudizio, la Giudice riconosce al Marranghello un risarcimento per danni morali di € 7.500,00 e spese legali di € 2.880,00. La Cassazione con sentenza del 17 luglio 2013 ha confermato la decisione della Corte d’Appello e mi ha condannato alle spese legali per € 1.800,00. La somma complessiva che ho dovuto pagare tra condanna e parcelle per gli avvocati ammonta a circa 18.000,00 euro.

CI CHIEDIAMO: “COSA RAPPRESENTA DETTA SENTENZA SE NON UNA SENTENZA POLITICA”?

Ci viene da pensare che si tratti solo e semplicemente di una vera e propria paradossale sentenza politica, come del resto paradossale e falso risulta essere l’intero sistema democratico che da un lato con la carta costituzionale afferma di garantirti la libertà di pensiero e dall’altra servendosi dei tribunali di fatto te la toglie condannandoti per averla esercitata.
Altrimenti, come potrebbe essere definita una sentenza che, sempre sullo stesso fatto, “penalmente” assolve e “civilmente” condanna? Una sentenza che pone un “prezzo da pagare” alle dure critiche mosse all’operato di un sindaco e di una Giunta? Una sentenza che in barba alla libertà di pensiero intima a non controinformare, a non denunciare le malefatte del potere, pena un duro prezzo da pagare in pecunia? Si pensa forse, sulla base della meschina logica del denaro, di mettere paura agli anarchici toccandoli nelle loro tasche? Ma, come si suol dire, se così è, hanno sbagliato i conti.
Gli Anarchici, sono impegnati in una lotta quotidiana finalizzata alla giustizia ed alla libertà, contro i soprusi di chi avvelena e distrugge la nostra terra. Il valore di avvalersi della libertà di pensiero, il valore di combattere le ingiustizie, i soprusi, le iniquità, il valore della lotta sociale contro l’attuale sistema di dominio e sfruttamento dell’uomo sull’uomo e per la realizzazione di una società di liberi e uguali, per gli anarchici non hanno prezzo. Gli anarchici non si vendono. Gli anarchici non barattano le loro idee. Queste pratiche le lasciano ai politicanti, i quali pur di restare sempre incollati sulle poltrone del potere cambiano casacca di elezione in elezione. Gli anarchici non rinunceranno mai a lottare per la distruzione del potere e per l’affermazione della libertà.
                                                                                                                                            
  • LE CAMPAGNE DI SOLIDARIETÀ POLITICA 

Quale segno di alta solidarietà nei confronti del compagno Vincenzo gli anarchici hanno lanciato due campagne di solidarietà: 1) "1 euro contro il sindaco Marranghello e contro chi processa e condanna la libertà di pensiero"; 2) raccolta fondi spese legali PRO Vincenzo

  • LA CAMPAGNA DI SOLIDARIETÀ ARTISTICA

Le mie piu’ grandi passioni sono la politica e la musica. Ho imparato a suonare la chitarra (il canto è un dono di natura), già dall’età di sette anni. Con il passare del tempo, la musica è diventata piu’ che una passione poiché ho conseguito la laurea in DAMS (Discipline delle Arti, Musica e Spettacolo, Indirizzo Musica), presso l’Università degli Studi della Calabria, discutendo la tesi:
  • LA CANZONE DI PROTESTA IN ITALIA FRA IMPEGNO SOCIALE E POLITICO
DAL 1968 AL 1980”
una disamina di quelle che furono le vicende sociali, culturali, politiche fra i due movimenti principali di ribellione giovanile: il Sessantotto ed il Settantasette raccontate attraverso la canzone di protesta.

Visto il mio amore per la musica e l’arte, di concerto con gli altri compagni e compagne abbiamo pensato di lanciare la solidarietà anche agli artisti chiedendo o una sottoscrizione o di tenere un evento gratuito (concerto, spettacolo, ecc.). 
Viviamo un periodo conflittuale in cui l'arte è sottoposta al più bieco vittimismo della sottomissione al potere, alla più schifosa prostituzione personale e collettiva, mentre uomini come te, liberi da ogni forma di autoritarismo, da ogni vincolo, che non si nascondono dietro false apparenze, dichiarano pubblicamente di sognare un mondo di liberi ed uguali e lo vogliono realizzare con il metodo e la pratica degli anarchici: amare la libertà rifiutando il potere!

  • PER I SUDDETTI MOTIVI TI CHIEDO

in nome della giustizia e la libertà di pensiero, al fine di recuperare le spese legali del Processo di sostenere la campagna di solidarietà o concedendo una sottoscrizione oppure di tenere uno spettacolo, contro la repressione politica, a favore del compagno Vincenzo Giordano, che si terrebbe in un luogo tra Cosenza o in provincia di Cosenza, i cui utili andrebbero a compensare le spese per la condanna subita. Mi complimento con te per la tua opera e per i tuoi successi artistici e nel frattempo ti saluto fraternamente.

  • N. B.: la sottoscrizione si può inviare attraverso un c/c/p il cui numero è 69942050 intestato a Vincenzo Giordano Via Piave, 2 - 87040 - San Lorenzo del Vallo (CS).
  • N. B.: per contatti telefonare al n° 328/1691024 (Vincenzo Giordano), oppure spedire una e-mail a nutria.acqua@alice.it.



Vincenzo Giordano

venerdì 4 luglio 2014

Jihadismo, braccio armato del neocolonialismo, di Stefano Zecchinelli

L’invasione dell’Iraq da parte degli USA iniziata nel 2003, nell’ambito di una strategia complessiva di controllo e dominio dell’area mediorientale, ha decretato la fine di quello che al di là della demonizzazione mediatica, poteva essere considerato uno degli stati sociali più avanzati di tutto il mondo arabo.
James Petras (docente di sociologia all’Università Binghamton di New York) rileva, con la sua nota onestà intellettuale, che:
L’Iraq indipendente e laico possedeva il più avanzato sistema scientifico-culturale del mondo arabo, nonostante il carattere repressivo e poliziesco del governo di Saddam Hussein. C’era un sistema di assistenza sanitaria nazionale, di istruzione pubblica universale e servizi di welfare generosi, combinati con livelli di parità tra i sessi senza precedenti. (James Petras, La guerra Usa contro l’Iraq, Rete Voltaire)”
Tutto ciò a prescindere dall’ ideologia sciovinistica e antidemocratica di Saddam e dal suo violento e viscerale anticomunismo che per quanto mi riguarda, non possono certo essere condivisi.
Di contro il regime di Al Maliki (Primo Ministro irakeno dal 2005, esponente del partito islamico (sciita) Al Da’wa, a sua volta uno dei principali partiti membri della coalizione al potere, cioè l’Alleanza Irakena Unita), ha pienamente accettato le logiche neoliberiste, inserendosi nella strategia (del duo Obama – Brzezinski) di collaborazione fra l’Islam moderato e la potenza statunitense.
Leggiamo sempre Petras a proposito dell’attuale governo irakeno:” La democrazia della prigione è stata rifornita di missili e droni degli Stati Uniti e di oltre 10 miliardi di dollari in assistenza militare: questa cifra include 2,5 miliardi di dollari in aiuti e 7,9 miliardi di dollari di vendite tra il 2005 ed il 2013; per il periodo 2014 -2015 Malaki ha chiesto 15 miliardi di dollari di armi, tra cui 36 aerei da combattimento F-16 e decine di elicotteri d’attacco Apache. Nel 2013 il regime di Maliki ha registrato 8.000 decessi politici derivanti dalla sua guerra interna. (James Petras, Obama: ‘’Trasformare il Medio Oriente’’. Il gulag americano, infopal)
Niente male per uno Stato vassallo: distruzione dello Stato sociale (creato a suo tempo dal Baath guidato da Saddam) e ripiegamento sul militarismo. Cosa dire ? Il popolo irakeno non poteva che opporre una forte resistenza nei confronti di questa svolta autoritaria e repressiva. Per questa ragione Al Maliki ha reagito accentuando e inasprendo ulteriormente lo stato di polizia interno.
Continuiamo a seguire la pagina di Petras:
Il potere di al-Maliki si basa sui rami speciali della sua polizia segreta, la famigerata Brigata 56, per assaltare le comunità di opposizione e le roccaforti dei dissidenti. Sia il regime sciita che l’opposizione sunnita sono continuamente impegnati in un regime di guerra del terrore. Entrambi hanno svolto la funzione di stretti collaboratori di Washington in momenti diversi”.
Un’ analisi lucida e condivisibile. Chiunque si opponga alle politiche imperialiste non potrebbe mai simpatizzare per quello che risulta oggettivamente essere un governo fantoccio al servizio degli Stati Uniti. Ciò detto, dobbiamo cercare di analizzare la complessità della situazione attuale. In estrema sintesi proviamo a dare una spiegazione di ciò che sta accadendo, da un mese a questa parte, in Iraq.
L’imperialismo non è un blocco monolitico ma presenta delle divisioni interne e delle fazioni che si scontrano con forza fra loro. Quello nord-americano non fa eccezione.
Se da un lato Obama punta tutto sui regimi vassalli e collaboratori, la destra neocons opta invece per la strategia israeliana che ha il suo cuore nell’ idea, mai abbandonata, della costruzione della Grande Israele. Questo progetto prevede l’eliminazione di tutti quei regimi e quegli stati considerati ostili da Israele, in primis la Siria e l’Iraq (in Egitto c’è già una sorta di protettorato israeliano come abbiamo già spiegato in un precedente articolo).
Fatta questa premessa il quadro diventa di più facile comprensione: è ovvio che Al Maliki, che proviene dalle fila sciite e che si è opposto all’inasprimento delle relazioni con l’Iran e il mondo sciita, in questa prospettiva non può più essere considerato un alleato.
IL neo “Stato islamico dell’Iraq e del Levante” diventa quindi strategicamente fondamentale per realizzare quel “caos creativo”, cioè quella strategia della destra americana che considera (come sostenuto da Samuel Hungtinton) il mondo islamico nel suo complesso come un nemico ma al contempo il fondamentalismo islamico come uno strumento e un potenziale alleato.
Anche Thierry Meyssan (giornalista e analista francese, già uno dei leader del Partito Radicale di Sinistra) ha spiegato molto bene ciò che sta succedendo in Iraq, ribadendo che “Se si considerano i membri dell’EIIL (Emirato Islamico in Iraq e Levante) come dei credenti armati, a nessuno viene in mente di immaginare i loschi interessi economici che si nascondono dietro ai loro attacchi. Ma se si ammette che si tratta di banditi che manipolano la religione facendo credere che Allah benedice i loro crimini, la cosa merita una particolare attenzione’ (Thierry Meyssan, Jihadismo e industria petrolifera, Rete Voltaire)”
Che dire ? Criminali nel nome dell’unico Dio esistente per l’imperialismo occidentale e USA: il petrol-dollaro.
Quale posizione assumere da una prospettiva democratica e anticolonialista ? Sicuramente Al Maliki è un avversario, se però gli Hezbollah libanesi hanno dichiarato di essere pronti ad intervenire in Iraq contro l’ISIL (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) esiste di certo una ragione.
Meyssan traccia un filo nero fra l’attività dell’ISIL in Siria ed in Iraq:
La stampa atlantista, che nega l’influenza della NATO sugli avvenimenti in corso, spiega dottamente che l’EIIL è diventato improvvisamente ricco grazie alla conquista dei pozzi di petrolio. Era già una realtà nel Nord della Siria, ma non ci aveva fatto caso. Si era sforzata di descrivere i combattimenti fra il Fronte al-Nosra e l’Emirato Islamico come il frutto di una rivalità esacerbata dal “regime”, in una lotta per accaparrarsi il petrolio”.
Una strategia imperiale chiara che potrebbe indicare una svolta a destra nel progetto imperialistico Usa: Obama abbandona l’ “imperialismo intelligente” di Brzezinski ed abbraccia i programmi dei neoconservatori. Uno spostamento a destra prevedibile e anche rilevante perché Israele, alla luce di ciò, avrà sempre più mano libera nella regione.
Bahar Kimyongur, giornalista di formazione marxista, ha recentemente scritto che “L’armée irakienne est loin, très loin d’être un modèle. Mais elle est l’unique force supraconfessionnelle capable de battre les SS de Daech (organizzazione jihadista legata all’Isil)”.
Nulla da aggiungere alle parole di Bahar: i fatti dimostrano come il jihadismo sia il braccio armato del neocolonialismo occidentale in Iraq come in Siria.

Stefano Zecchinelli

 http://www.linterferenza.info/esteri/jihadismo-braccio-armato-del-neocolonialismo/

mercoledì 11 giugno 2014

Il subcomandante Marcos “smette di esistere”, di Stefano Zecchinelli

Il Subcomandante Marcos, promotore della lotta armata antimperialistica in Messico, ha deciso di ‘smettere di esistere’. Questa sua decisione deve essere inserita nell’ambito di un rinnovamento complessivo dei quadri dirigenti all’interno dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale (EZNL), di cui Marcos è stato fino ad ora il portavoce.

Questo rivoluzionario moderno - per molti identificato nella figura di Rafael Sebastián Guillén Vicente – ha avuto il merito di riproporre, dopo la sconfitta della guerriglia guevarista e maoista nel continente sudamericano, una resistenza armata globale all’imperialismo che, nonostante il suo carattere internazionalista, valorizza contestualmente le culture locali. Nell’approccio politico di Marcos, a differenza di altre teorie post-moderniste oggi in voga nel mondo occidentale, le categorie di stato nazionale e di imperialismo, continuano ad essere centrali, perché solo con queste si possono spiegare le ragioni che portano necessariamente i paesi ricchi del mondo a sfruttare quelli poveri.

Dice Marcos:

Un doppio assurdo è il raffronto tra ricchi e poveri: i ricchi sono pochi e i poveri sono molti. La differenza quantitativa è criminale, ma il raffronto tra gli estremi si fa usando la ricchezza come metro di misura: i ricchi suppliscono alla loro minoranza numerica con migliaia di milioni di dollari. I patrimoni delle 358 persone più ricche al mondo [migliaia di milioni di dollari] è superiore al reddito annuale del 45 per cento degli abitanti più poveri, qualcosa come due miliardi e 600 milioni di persone. Le catene d’oro degli orologi finanziari si trasformano in pesanti ceppi per milioni di persone. Mentre la “… cifra degli affari della General Motors è più elevata del Prodotto interno lordo della Danimarca, quella della Ford è più grande del Pil dell’Africa del Sud, e quella della Toyota oltrepassa il Pil della Norvegia” [Ignacio Ramonet, Lmd di gennaio 1997], per tutti i lavoratori i salari reali sono caduti, in più essi devono affrontare le riduzioni di personale nelle imprese, la chiusura di fabbriche e la delocalizzazione dei centri produttivi. Nelle cosiddette “economie capitaliste avanzate” il numero dei disoccupati arriva già a 41 milioni di lavoratori (Subcomandante Marcos, La Quarta guerra mondiale).

Nel pensiero zapatista, il nemico è chiaramente individuato nell’occidente capitalista che ha il suo cuore pulsante negli Stati Uniti e nelle sue multinazionali.

Lo Stato nazionale – spiega sempre Marcos – centralizza il potere repressivo:

“I professionisti della violenza legittima”, così chiamano se stessi gli apparati repressivi degli Stati moderni. Però, cosa dire della violenza che è già insita nelle leggi del mercato? Dov’è la violenza legittima e dove la illegittima? Che monopolio della violenza possono pretendere i malconci Stati Nazionali, se il libero gioco dell’offerta e della domanda sfida questo monopolio? Non ha mostrato la Tessera 4 che il crimine organizzato, i governi e i centri finanziari sono ben più che in buoni rapporti? Non è palpabile che il crimine organizzato conta su veri eserciti senza più frontiera che non sia la potenza di fuoco dell’avversario? Di conseguenza, il “monopolio della violenza” non appartiene agli Stati Nazionali. Il mercato moderno lo ha messo in vendita …”.

E’ importante notare la differenza fra questa analisi e le elaborazioni degli intellettuali della sinistra francese o italiana. Gli zapatisti ben sanno che nell’era del neoliberismo economico, lo Stato, centralizza le funzioni burocratiche e repressive, e questo è evidente non solo nei paesi coloniali e semi-coloniali ma anche in quelli occidentali a capitalismo cosiddetto avanzato.
Non posso fare a meno di evidenziare come l’esperienza zapatista abbia avuto anche alcuni limiti a mio parere strutturali: (1)l’influenza dell’anarchismo che gli ha impedito di avere una struttura analoga ai partiti comunisti (anche armati) tradizionali (il confronto più efficace è con le FARC colombiane), quindi il rifiuto sistemico del concetto di “presa del potere”; (2) la mancanza di una teoria organica (a differenza del guevarismo) della lotta armata contro il neocolonialismo. Il Che aveva elaborato, al contrario di Marcos, delle ipotesi molto realiste sulla possibilità-necessità di estendere ill conflitto, che a parere di chi scrive restano attuali.

Limiti importanti che però non offuscano gli indiscussi meriti di Marcos, che sono molteplici e non possono essere trattati in quello che vuole essere soltanto un primissimo approccio alla questione sulla quale torneremo in un secondo momento.

Marcos ha riproposto l’estensione su scala globale della resistenza (armata) al neoliberismo ed all’imperialismo. Possiamo senz’altro affermare che dopo Guevara e Santucho (fondatore del Prt-Erp argentino), è il primo a riproporre questa strategia in un paese semi-coloniale come il Messico.

Resta un ulteriore elemento di ambiguità: Marcos si contrappone ad una Internazionale antimperialista che coordini questi movimenti. Per lui gli anticapitalisti (che non sono necessariamente solo i marxisti) devono mantenere forti basi locali. Il Partito comunista internazionalista di tipo leninista in Marcos non c’è, e questo è un limite. Soprattutto se consideriamo il contesto occidentale dove sarebbe impensabile non estendere le lotte sociali, che hanno sempre una base nazionale, su tutto il continente europeo attraverso un fronte anticapitalista, non solo italiano ma, per l’appunto, europeo (e solo a partire da questo presupposto ha senso rivendicare l’uscita dall’ Unione Europea). Non posso non muovere delle critiche (il lettore l’ha di certo notato) che però, come ripeto, non inficiano gli importanti meriti dell’EZNL. E’ di fondamentale importanza valorizzare quelle esperienze di lotta dalle quali gli antimperialisti di tutto il mondo hanno sempre molto da imparare.

L’EZNL ha attribuito all’“indigenismo” un carattere di classe, dimostrando che la ferocia dello sfruttamento imperialistico (e la borghesia messicana è solo una agenzia dell’imperialismo statunitense) rende prioritaria la questione dell’indipendenza indigena. Le comunità indios (maya) in armi sono il punto di partenza – nel pensiero e nella prassi di Marcos – di una rivolta anticapitalistica mondiale (anche se Marcos, come ripeto, non crede nella necessità di creare una Internazionale e questo a mio avviso è senza dubbio un errore).

L’assenza di questa lettura (che dobbiamo in larga parte proprio a Marcos) ha portato la sinistra sudamericana a commettere dei gravi errori. Pensiamo ad esempio alla scarsa considerazione che nutriva Allende nei confronti del popolo Mapuche. Egli non capì che il socialismo poteva avanzare in Sudamerica solo se si fa, per dirla con Mariategui, una “creazione eroica” che attribuisca forza e centralità alle plurisecolari culture indigene. Marcos, da questo punto di vista, ha svolto invece un ruolo eccezionale.

Non credo che l’esperienza zapatista debba essere liquidata con la solita spocchia e superficialità che caratterizza certa sinistra occidentale; Marcos è, insieme a Chavez, il combattente antimperialista che più di altri ha posto il problema di una alternativa sistemica nell’epoca in cui, dopo la dissoluzione dei regimi socialisti dell’est europeo, ha trionfato il dogma della “fine della storia” e della inevitabilità del capitalismo. Marcos e Chavez hanno restituito forza al socialismo, demolendo il pregiudizio delle destre occidentali e delle sinistre riformiste. Il capitalismo mortifica la vita di milioni di persone, ‘genera bisogni che non riesce ad assolvere’ (sosteneva Trotsky in tempi non sospetti), oggi più che mai.

Marcos è stato ed è uno di quei combattenti che, armi in pugno ha mostrato che un altro mondo non solo è possibile ma necessario, ovviamente sporcandosi le mani, confrontandosi pubblicamente e non rifiutando il conflitto, in questo caso, armato.

Come ben dice Atilio Boron: ‘L´Ezln, fin dalla sua comparsa, è diventato uno dei più belli e nobili emblemi delle resistenze e delle lotte al neoliberismo, alla dittatura dei mercati e a ogni forma di oppressione. Lo zapatismo ha dimostrato un´efficacia impressionante, come movimento di trasformazione che mette in discussione lo stato di cose esistente. Va evitato – come invece accade spesso – che un movimento emblematico, che incarna le aspirazioni universali dell´umanità, venga sacralizzato, che i suoi dirigenti si trasformino in profeti e le loro parole siano innalzate al livello di dogmi indiscutibili. Né l´eroismo, né l´abnegazione e le sofferenze delle comunità indigene e contadine zapatiste, né la devozione dei dirigenti al servizio del progetto di redenzione universale dovrebbero mai portare all´accettazione fideistica di tutto ciò che emana dall´Ezln; sarebbe un atteggiamento del tutto contrario agli insegnamenti più validi e più di fondo dello stesso zapatismo’, (Atilio Boron, La polis e la selva, elcubanolibre).

Una analisi impeccabile che non posso che condividere. Chavez e Marcos, sia pure in modi molto diversi, sono stati i più efficaci antagonisti dell’ordine imperialistico a guida statunitense. Hanno interpretato istanze apparentemente diverse verso la medesima prospettiva socialista.

Resta il monito di Atilio Boron “Né l´eroismo, né l´abnegazione e le sofferenze delle comunità indigene e contadine zapatiste, né la devozione dei dirigenti al servizio del progetto di redenzione universale dovrebbero mai portare all´accettazione fideistica di tutto ciò che emana dall´Ezln; sarebbe un atteggiamento del tutto contrario agli insegnamenti più validi e più di fondo dello stesso zapatismo”. Per questa ragione pongo un ulteriore quesito: Marcos decide di lasciare la guida dell’EZNL e torna ad essere un combattente anonimo: questa scelta è dettata proprio dalla volontà di lanciare un messaggio a coloro che alimentano il fideismo, il culto della personalità? La risposta, per quanto mi riguarda, non può essere che affermativa.

Marcos lascia la scena della storia come un eroe: senza chiedere nulla. Non ci mostra il suo volto e sceglie di perdersi fra la sua gente, continua a sollevare donne anziane e malate o bambini senza scarpe circondato, ora che ha deciso di “non esistere più”, da una cortese disattenzione. In un mondo dove tutto sembra essere finalizzato al tornaconto personale, Marcos, come Chavez, ci insegna che non ci sono solo uomini che vivono per se stessi. Una lezione di dignità.

Stefano Zecchinelli

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