domenica 28 giugno 2015

La guerra dei Saud contro la Siria, di Bahar Kimyongur

Qualsiasi osservatore del conflitto siriano desideroso di saperne di più sulla rivolta anti-regime avrà qualche difficoltà a poterlo fare, data l’inflazione di gruppi armati, oramai oltre un migliaio. La guerra fratricida in cui sono sprofondate le principali milizie jihadiste dall’inizio dell’anno, evidenzia la confusione particolare su ruolo ed evoluzione di al-Qaida nel conflitto. Eppure, al di là delle rivalità economiche e territoriali, la stessa ideologia e la stessa strategia le uniscono e le collegano a un attore chiave nella guerra siriana: il regno dell’Arabia Saudita.

Il wahhabismo siriano prima della guerra
 
Il movimento religioso fu fondato circa 250 anni dal predicatore estremista Muhammad bin Abdul Wahhab nel Najd in Arabia Saudita, non è una moda apparsa improvvisamente in Siria e favorevole alla primavera araba. Il wahhabismo ha una forte base sociale nei siriani che da diversi anni vivono in Arabia Saudita e altre teocrazie della penisola araba. In Siria, gli immigrati del Golfo sono singolarmente chiamati “sauditi” perché al loro ritorno a casa vengono confusi con i veri sauditi. La maggior parte di tali emigranti di ritorno, infatti, sono impregnati di puritanesimo rituale, di costume, familiare e sociale che caratterizza i regni wahhabiti (1). Ma il wahabismo siriano è anche  composto da predicatori salafiti espulsi dal regime di Damasco e ospitati dai regni del Golfo. Nonostante la distanza e la repressione, questi esuli poterono mantenere le reti d’influenza salafite nelle loro regioni e tribù originali. La proliferazione dei canali satellitari wahhabiti in Siria ha rafforzato la popolarità di alcuni esuli siriani convertitisi al “tele-coranismo”. Il più rappresentativo di questi è probabilmente Adnan Arur. Esiliato in Arabia Saudita, lo sceicco della discordia (fitna) com’è soprannominato, anima diversi programmi su Wasal TV e Safa TV, dove ha reso popolari i discorsi anti-sciiti e anti-alawiti, tra cui quello in cui chiede di “macellare gli alawiti e gettarne la carne ai cani.” Nella regione di Hama da cui proviene, Arur ha mantenuto un’influenza notevole, al punto che il suo nome è stato scandito nelle prime manifestazioni anti-regime nel 2011.
Dal punto di vista storico e territoriale, la wahhabizzazione dilagante tra le popolazioni rurali in Siria, ha sopraffatto l’istituzionale sunnismo siriano Hanafi dal presunto orientamento tollerante. Dopo la svolta liberale adottata dal partito Baath nel 2005, il wahabismo ebbe una significativa ripresa nei sobborghi poveri delle città siriane o in piccole città come Duma o Daraya, facendo rivivere lo spettro della discordia tra le comunità. Molti siriani arricchitisi in Arabia Saudita lanciarono campagne di beneficenza nel Paese d’origine, aumentando così la loro influenza tra i siriani svantaggiati. Ogni vuoto dello Stato fu presto riempito dalle reti caritative collegate ad ambiziosi sceicchi esuli. Uno dei più noti è Muhammad Surur Zayn al-Abidin. È il capo di una corrente di un proselitismo a metà strada tra il movimento della Fratellanza musulmana siriana e il wahhabismo (2). Nel frattempo, i siriani nel Golfo sono diventati i maggiori sponsor privati della jihad in Siria, presto aiutati nel loro “sacro” compito da ricchi donatori sauditi, come anche quwaytiani, bahrayni e giordani, quasi sempre di osservanza wahhabita (3). Nonostante la relativa calma, che dava reputazione al regime di sicurezza di Damasco prima dei disordini e della guerra che vediamo da tre anni, il Paese subì diversi casi di scaramucce e provocazioni confessionali. (4) Un nativo della città a maggioranza sunnita di Tal Qalaq, nel governatorato di Homs, mi disse di un  tentato pogrom anti-alawita più di un anno prima delle prime manifestazioni democratiche del marzo 2011. Altri siriani hanno confermato l’instaurarsi nel decennio precedente di un’atmosfera velenosa di risentimento delle comunità dei quartieri poveri di Damasco e Idlib e in alcuni villaggi. Le autorità siriane preferirono sopprimere tali incidenti per evitarne il contagio. Nel marzo 2011, gli slogan contro gli sciiti di Hezbollah ed Iran urlati alle porte della moschea Abu Baqr Sadiq di Jablah, sulle coste siriane, presto lasciò il posto ad appelli alla guerra contro le minoranze. Mentre i siriani protestavano contro ingiustizia, tirannia, corruzione e povertà, alcune forze conservatrici cercarono deliberatamente di deviare la rabbia popolare su obiettivi inermi, il cui unico crimine era quello di esistere. Così, prima ancora che le truppe di al-Qaida sparassero il loro primo colpo in Siria, i predicatori wahabiti stavano già manovrando.

La wahhabizzazione della ribellione siriana
 
Se all’inizio della rivolta siriana, tra la stragrande maggioranza dei combattenti sunniti si potevano trovare alcuni ribelli drusi, cristiani, sciiti e alawiti, sotto la pressione di agitatori e dei generosi donatori del Golfo, la ribellione rapidamente si omogeneizzò sul piano confessionale e si radicalizzò, costringendo alcuni combattenti delle minoranze a smobilitare ed esiliarsi. Nella loro propaganda, i gruppi di ribelli siriani adottarono gli insulti anti-sciiti in voga nel regno dei Saud. Sciiti, ma anche alawiti, drusi e ismailiti vennero sempre più accusati dai ribelli di essere miscredenti (qufar), negazionisti (rafidha), zoroastriani (majus), trasgressori (tawaghit, plurale di taghut), politeisti, adoratori di icone, pietre o tombe (mushriqin), satanisti, invasori persiani cripto-iraniani, safavidi o cripto-giudei (5). Nel frattempo, battaglioni dalle connotazioni confessionali si formarono anche nell’Esercito libero siriano: battaglioni Muawiya, Yazid, Abu Ubayda Jarrah, Ibn Taymiyah, Ibn Qatir, la brigata turkmena Yavuz Sultan Selim dal nome del sultano-califfo ottomano che nel XVI.mo secolo massacrò aleviti, alawiti e sciiti… Tra questi gruppi di insorti a connotazione religiosa c’è la famosa brigata Faruq, la spina dorsale dell’esercito libero siriano. Nessun media occidentale s’è nemmeno chiesto il significato di Faruq. (6) Era il soprannome del califfo Omar Ibn Qatab, considerato un usurpatore dagli sciiti. Nessuno si può dimenticare Qalid al-Hamad, l’uomo che squartò un soldato dell’esercito governativo prima di morderne il cuore e il fegato, prima gridò: “Oh, eroe! Uccidere gli alawiti e tagliare i loro cuori per mangiarli!” Ma se ci ricordiamo che questo individuo non era un membro di al-Qaida o un semplice miliziano, ma un comandante della famosa brigata al-Faruq dell’Esercito libero siriano (ELS) apparentemente moderato ed oggi guidato da Salim Idris. Il predicatore Adnan Arur che invocava lo sterminio nelle sue comparsate televisive fa parte dell’esercito libero siriano (ELS) e non della cosiddetta ribellione “estremista”.
Questi esempi dimostrano che la presentazione dell’Esercito libero siriano (ELS) come ribellione democratica, laica e plurale sia un puro prodotto del marketing presso l’opinione pubblica occidentale. Oggi, i nostri media indicano il Fronte islamico (FI), la principale coalizione jihadista che riunisce circa 80000 combattenti, quale possibile alternativa ad al-Qaida. Il leader del Fronte islamico è Zahran al-Lush. È il figlio di Muhammad al-Lush, predicatore ultra-conservatore ed esule siriano in Arabia Saudita. Zahran al-Lush che invano ha resistito al ramo siriano di al-Qaida, cioè al-Nusra e Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (EIIL), o Desh, ha la stessa retorica settaria dei suoi concorrenti. In un discorso al castello omayade di Qasr al-Hayr al-Sharqi nei pressi di al-Suqna, nel luglio 2013, ecco cosa dichiarò urbi et orbi Zahran al-Lush: “I figli degli omayadi sono tornati nel Levante malgrado voi. I mujahidin del Levante elimineranno le brutture dei rafidha purificando il Levante… gli sciiti rimarranno per sempre sottomessi e umiliati come lo sono stati nella storia. E l’Islam ha sempre distrutto il loro Paese… La dinastia degli omayadi ha sempre distrutto il loro Stato“. (7) All’inizio dell’ottobre 2013, quattro gruppi jihadisti con diverse migliaia di combattenti indipendenti da al-Qaida annunciarono la creazione nella Siria orientale dell’Esercito siriano della comunità della Sunnah (Jaysh al-Sunna wal Jama’a). Non solo questa nuova coalizione sfoggia un nome chiaramente settario anti-sciita, ma in aggiunta accusa i suoi nemici di essere safavidi, il nome di una dinastia sciita che governò l’Iran nel 1501-1736. Inoltre, il nuovo esercito settario proclama la volontà di combattere le “sette” fino al giorno del giudizio. (8) Pertanto, non sarebbe realistico considerare la ribellione armata contro al-Qaida un segno della rispettabilità e della tolleranza di tali gruppi. Infatti, tutti i movimenti ribelli attivi in Siria sono taqfîri, cioè conducono la guerra contro gli “increduli”, prima contro le correnti dell’Islam considerate eretiche e non-credenti, poi contro le minoranze cristiane e, infine, contro i sunniti. La distinzione fatta dai media occidentali tra ribelli e jihadisti è abusiva. Tra al-Qaida, Fronte islamico ed Esercito libero siriano c’è la distinzione tra Pinco Panco e Panco Pinco.

Il regno wahhabita attacca la fortezza siriana
 
In tre anni di conflitto in Siria, il regime dei Saud non ha potuto semplicemente esportare la sua ideologia. Fin dall’inizio della crisi incombente, in effetti, Riyadh si poneva come l’avanguardia nella guerra contro il regime siriano. S’è distinto come il primo Paese a rompere le relazioni diplomatiche con Damasco. Quando vi fu l’insurrezione armata in Siria, il regno wahhabita tentò immediatamente di prenderne il controllo. Incaricò i suoi agenti locali d’inviare risorse finanziarie, logistiche e militari ai gruppi di insorti più affidabili. In Libano, Turchia e soprattutto Giordania, l’intelligence saudita ha organizzato campi di addestramento per i ribelli siriani. Nella Terra dei Cedri, l’Arabia Saudita mobilita il Movimento del Futuro di Hariri, una potente famiglia politica libanese-saudita asservita alla dinastia wahhabita, nonché le cellule terroristiche nel Nord di questo Paese. I gruppi terroristici nel nord del Libano sono la forza di riserva tradizionale del regime di Riyadh nella guerra contro il partito Hezbollah ben radicato tra la popolazione sciita del Libano meridionale. Dall’inizio della “primavera siriana” (marzo 2011), lo stesso nord del Libano è sempre servito da base d’attacco dell’Arabia Saudita contro la Siria. Mercenari pro-sauditi di ogni origine, ma inizialmente siriani, accorsero nelle province di Homs e Damasco dal territorio libanese.
Il capo delle operazioni anti-siriane non è altri che il principe Bandar bin Sultan, segretario generale del Consiglio nazionale della sicurezza saudita. Il principe è anche soprannominato “Bandar Bush” per via dei suoi stretti legami con l’ex-presidente degli Stati Uniti. Aduso alle operazioni segrete, il principe Bandar fece dell’eliminazione del presidente siriano una questione personale. Giunse ad arrivare a Tripoli, capitale del nord del Libano, per incoraggiare pagandoli i volontari della jihad anti-sciita, anti-Hezbollah e anti-siriana (9). A volte incarica i suoi migliori agenti hariristi, come il deputato Oqab Saqr, di assicurarsene la logistica. Secondo un’indagine del quotidiano Time, Oqab Saqr alla fine dell’agosto 2013 era ad Antiochia, città turca che funge da retroguardia dei jihadisti anti-siriani del fronte settentrionale, per rifornire diverse unità dell’esercito siriano libero (FSA) a Idlib e Homs. (10) Il 25 febbraio 2013, il New York Times rivelò che le armi provenienti dalle scorte segrete dell’esercito croato furono acquistate dall’Arabia Saudita e inviate ai ribelli siriani dalla Giordania. Si è parlato di “diversi aerei carichi di armi” e di una “ignota quantità di munizioni.” (11) Il 17 giugno 2013, citando diplomatici del Golfo, Reuters disse che l’Arabia Saudita fornì ai ribelli siriani missili antiaerei acquistati in Francia e Belgio. L’inviato afferma che il trasporto delle armi fu finanziato dalla Francia. (12) In Libano, Turchia e Giordania, l’Arabia Saudita muove le sue pedine mentre gli altri mandanti della ribellione, come il regime di Ankara e l’emiro del Qatar, si toglievano dai piedi. Oggi la Siria è vittima di una guerra saudita, una guerra d’invasione e conquista dell’Arabia Saudita.

Le legioni saudite sferzano la Siria
 
Vedendo che gli Stati Uniti erano riluttanti ad inviare truppe per combattere il regime di Damasco, dopo l’attacco chimico avvenuto il 21 agosto 2013, il regime di Riyadh ha deciso di raddoppiare gli sforzi per aumentare sensibilmente la spesa militare e il numero di mercenari sauditi nella guerra contro la Siria. Nel frattempo, centinaia di sauditi, soldati attivi e riservisti, sono andati in Siria a rafforzare i gruppi terroristici più radicali come al-Nusra e Desh. Nelle ultime settimane, il quotidiano libanese al-Safir e i media di Stato siriani hanno scoperto il maggiore coinvolgimento della monarchia wahabita, indicando che alcuni membri dell’esercito saudita, tra cui un colonnello, sono stati catturati dall’Esercito siriano ad Aleppo, mentre un generale capo di stato maggiore dell’esercito saudita, Nayaf Adil al-Shumarim, era stato ucciso in un attacco suicida a Dayr Atiyah. I media siriani ne hanno pubblicato la foto in uniforme dell’esercito saudita. Al-Shumari era il figlio del capo della guardia reale saudita. Un’altra personalità saudita, Mutlaq al-Mutlaq, figlio del generale saudita Abdullah Mutlaq Sudayri, è stato ucciso ad Aleppo. Alla sua morte, le autorità saudite hanno cercato di dissociarsi dal suo ingaggio in Siria, affermando che era latitante nel Paese in guerra. Le osservazioni del giornale al-Safir, tuttavia, indicano che lo zio paterno di Mutlaq al-Mutlaq è anch’egli in Siria tra i jihadisti. (13) Tra le migliaia di sauditi attualmente presenti in Siria, ci sono anche sceicchi influenti come Abdullah al-Muhaysany. In un video pubblicato su Youtube, si vede con un’arma in mano decantare il fronte al-Nusra e lo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), entrambi filiali di al-Qaida in Siria e maledire shiiti e alawiti (14). L’inerzia dei servizi segreti sauditi di fronte alla presenza di figure pubbliche come al-Muhaysany solleva interrogativi. All’inizio del conflitto, le autorità saudite sembravano voler mantenere i loro cittadini lontani dalla guerra in Siria. Nel settembre 2012, diversi religiosi appartenenti ad un ente governativo avevano anche sconsigliato i loro cittadini dal recarsi a combattere in Siria. (15) Oggi, Riyadh sembra invece predicare con veemenza la guerra totale nel Paese. Alla fine di novembre 2013, l’Esercito arabo siriano annunciava di aver catturato non meno di 80 combattenti sauditi a Dayr Atiyah, durante la battaglia del Qalamun. Il 15 gennaio 2014, l’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite Bashar al-Jafari ha detto che il 15% dei combattenti stranieri in Siria è saudita. Nei suoi ultimi due interventi, il presidente siriano Bashar al-Assad ha sottolineato la minaccia del wahhabismo all’Islam e al mondo, aggiungendo: “(…) tutti devono contribuire alla lotta contro il wahabismo e alla sua eradicazione.” Il presidente siriano ha confermato che la guerra siriana è diventata una guerra dell’Arabia Saudita contro la Siria.

Conclusione
 
Quando parliamo del ruolo dell’Arabia Saudita nella guerra di Siria, per ignoranza o malafede, gli analisti occidentali spesso sono vaghi o semplicemente ripetono banalità sulla rivalità tra Iran e la dinastia Saud. Se i media occidentali, soprattutto francesi, sono avari di critiche verso le monarchie del Golfo, sono totalmente silenziosi sull’ossessione dei Saud nel confessionalizzare a tutti i costi un conflitto eminentemente politico, geostrategico e ideologico. E’ vero che i “nostri” esperti collegano il discorso religioso e l’estremismo della ribellione, ma ne parlano come conseguenza e non come  causa principale del conflitto e della sua perpetuazione. Tuttavia, le forze del regime hanno sempre sottolineato la solidarietà interconfessionale e l’unità del Paese al centro della lotta (che i media mainstream continuano a menzionare, facendo passare le forze lealiste per i membri di una sola comunità) mentre i gruppi armati inaspriscono le loro differenze e purezza dalle comunità considerate devianti rispetto alla popolazione in generale. Qualora questi miliziani fanatici  prendessero il potere, si avranno caos e terrore. Nelle cosiddette zone “liberate”, il gioco pericoloso anti-sciita e anti-alawita offerto dalla propaganda saudita s’è rapidamente trasformato in una campagna per sterminare tutto ciò che non è sunnita, prima, e tutto ciò che è diverso, poi. Ciò è il fenomeno che vediamo oggi, con la liquidazione di oltre mille jihadisti in due settimane di guerra tra fazioni rivali che sostengono la stessa fede e la stessa pratica teologica.
In tre anni di crisi e di guerra in Siria, la strategia saudita è passata dal ‘soft power‘ della wahhabizzazione rampante alla guerra diretta. I Saud hanno sabotato qualsiasi prospettiva di riforma, democratizzazione e riconciliazione in Siria. Poi hanno spinto i siriani a uccidersi a vicenda lanciando contro le forze lealiste i gruppi armati creati da zero a loro immagine. Vedendo fallire il loro piano per rovesciare il regime, hanno deciso di fare di tutto per ridurre in polvere la Siria con l’aiuto di al-Qaida. Mentre il regime teocratico di Riyadh è in guerra contro al-Qaida a livello interno, alcuni esperti occidentali dubitano ancora del sostegno di Riyadh ai terroristi in Siria. Tuttavia, la manipolazione dei servizi sauditi dei gruppi di al-Qaida come al-Nusra e il SIIL non è solo una costante della politica estera saudita, ma in aggiunta le milizie del Fronte islamico (FI) e dell’Esercito libero siriano (ELS) che l’Arabia Saudita sostiene, hanno ufficialmente un’ideologia quasi identica a quella di al-Qaida. Così tutti, dal capo dell’intelligence saudita Bandar bin Sultan al leader supremo di al-Qaida, Ayman al-Zawahiri, dall’emiro di al-Nusra, Abu Muhammad al-Julani, al comandante dell’Esercito libero siriano Salim Idris, all’emiro di Desh Abu Baqr al-Baghdadi e al comandante del Fronte islamico (FI), Zahran al-Lush, sostengono lo stesso discorso, gli stessi metodi e gli stessi obiettivi in Siria. Il terrorismo di tali bande e del loro mandante saudita non lascia scelta alla Siria sovrana che resistere o sparire. Siamo sicuramente ancora lontani dalla pace.

Note
 
(1) Ho osservato tale fenomeno della wahhabizzazione nei miei numerosi viaggi in Siria tra il 1998 e il 2005. E’ stato osservato da Alper Birdal e Yigit Gunay, autori di un libro critico sulla primavera araba (Arap Bahari Aldatmacasi, ed. Yazilama, 2012). La figura dell’opposizione siriana Haytham Mana ha parlato perfino di una wahhabizzazione progressiva in Siria, durante una conferenza a Bruxelles del 3 novembre 2013.
(2) Muhammad Surur Zayn al-Abidin attualmente vive in Giordania.
(3) Secondo un articolo del 12 novembre del New York Times firmato da Ben Hubbard, dodici quwaytiani, tra cui un certo Ghanim al-Matayri, inviavano apertamente fondi per la jihad in Siria. Anche imam che vivono in Europa sono coinvolti nel traffico internazionale di armi in Siria, come l’imam siriano esiliato in Svezia Haytham Rahmah.
(4) A Qamashli, nella Siria nord-orientale, si ebbero sanguinosi disordini interetnici nel 2004 tra tifosi di calcio arabi e curdi.
(5) La leggenda narra che un ebreo convertito all’Islam, Abdullah Ibn Saba, sia il fondatore dello sciismo. Alcune fonti sunnite indicano Ibn Saba come agente provocatore ebreo che aveva la missione di distruggere l’Islam dall’interno. Ma fino ad oggi le autorità sciite negano l’esistenza stessa di questo personaggio e accusano gli autori di tale “mito” di cercare di screditare la loro fede.
(6) Faruq significa che distingue il bene dal male.
(7) Vedi
(8) Vedi
(9) Per dettagli su Bandar bin Sultan, Bahar Kimyongür, Syriana, la conquista continua, Ed. Investig’Action e Couleur Livres, Charleroi, 2012
(10) Times, Ribelli laici e islamici della Siria: Chi armano i sauditi e il Qatar?, 18 settembre, 2012
(11) New York Times, I sauditi aumentano gli aiuti ai ribelli in Siria con armi croate, 25 febbraio 2013
(12) Reuters, L’Arabia saudita fornisce missili ai ribelli in Siria: fonte del Golfo, 17 giugno 2013
(13) al-Safir, Jihadisti sauditi fluiscono in Siria, 5 dicembre 2012
(14) Vedi, Lo slogan dello sceicco saudita mette nello stesso paniere sciiti e USA, un controsenso. Il regno di cui è cittadino non solo è un protettorato degli Stati Uniti, ma inoltre Washington è uno dei principali sostenitori della jihad in Siria.
(15) Reuters, I sauditi scoraggiano i cittadini dalla “jihad” siriana, 12 settembre 2012

 https://aurorasito.wordpress.com/2014/01/26/la-guerra-dei-saud-contro-la-siria/

sabato 27 giugno 2015

Terrorismo jihadista in franchising fra USA, Israele e Arabia Saudita, di Stefano Zecchinelli

Il primo venerdì di Ramadan ha visto l’ISIS protagonista con tre attentati – Francia, Tunisia e Kuwait – ed un bilancio complessivo di ben sessanta morti e centinaia di feriti. Gli attentati apparentemente slegati fra di loro presentano invece più di un filo conduttore, cosa ovvia data la natura artificiale dell’ organizzazione terroristica (anti) islamica che più volte abbiamo sottolineato.
Kuwait
A Kuwait City, l’attentatore Abu Sulayman al-Muwahid facendosi saltare per aria ha provocato la morte di ben 27 persone a cui vanno aggiunti oltre 200 feriti. Qual era il bersaglio di questo balordo? Ovviamente una moschea sciita prontamente definita dai wahabiti un “tempio dei confutatori”
Gli sciiti – ci dice lo studioso del mondo islamico Giovanni Giacalone – “sono ormai costantemente sotto attacco in varie zone del Medio Oriente; poche settimane fa ben due moschee sciite in Arabia Saudita sono state colpite; in Iraq sono da anni costante bersaglio, così come in Pakistan ( Fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/esteri-3/primo-venerdi-di-ramadan-un-venerdi-di-sangue/ )”. Impossibile allora non trovare una connessione coi massacri nello Yemen, la distruzione della città di Palmira e le feroci repressioni – con tanto di pogrom – da parte di Casa Saud nella provincia sciita dell’Arabia Saudita. L’articolo sopra riportato fa bene anche a ricordare i crimini del governo islamista – di certo non islamico – di Morsi, tristemente protagonista del primo caso di pogrom nei confronti degli sciiti, che vennero accerchiati e massacrati da esponenti della Salafiyya.
Il filo conduttore dell’ISIS è l’odio verso la progressista Repubblica Islamica dell’Iran ed i movimenti sciiti da essa sostenuta. A Palmira i mercenari (neo)jihadisti hanno distrutto la tomba del profeta Muhamad Bin Ali, discendente di Maometto e cugino dell’Imam Ali. L’analista Wayne Madsen conferma quanto abbiamo più volte ribadito: “I principali obiettivi delle squadre di demolizione del SIIL sono sumeri, accadici, babilonesi, romani, assiri, persiani, alawiti, drusi, turcomanni, yazidi, parti, cristiani, sciiti, sufi e (l’altra tomba principale distrutta a Palmyra era quella di Nizar Abu Baha al-Din, studioso sufi vissuto 500 anni fa) ( Fonte: https://aurorasito.wordpress.com/2015/06/26/stato-islamico-made-in-langley-tel-aviv-e-riyadh/ ).
Tunisia
Passiamo alla Tunisia dove due uomini sulla spiaggia di Sousse hanno sparato a raffica uccidendo 37 persone e ferendone più di 40. Un’altra operazione sospetta dato che il nuovo governo tunisino aveva più volte reso noto il rafforzamento dell’attività del Mossad israeliano nel paese. Alcuni giornali – di certo tutt’altro che antisionisti – hanno confermato tempo fa queste operazioni; citiamo come esempio eloquente, l’agenzia israeliana ynetnews, che ribadisce:
(1) The Mossad has bolstered its activity in several Tunisian cities since the start of the revolt that ousted President Zine El Abidine Ben Ali last January, a Tunisian magazine reported.
(2) According to the Al-Musawar, the Israeli intelligence agency has been working with its US-based counterpart, the CIA, to revive its spy network in post-revolution Tunisia. The journal cited a report compiled by the Egyptian Yafa Research Center, which found that the Mossad’s intelligence net is spread across several Tunisian metropolises – each branch with its own speciality.
(3) The branch stationed in Tunis, for example, tracks targets in Alegria. The one placed in Djerba, an island located 500 kilometers southeast of the capital, traces Libyan targets. The Sousse office deals with Tunisian internal affairs, the report claimed.
Fonte: http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4189637,00.html
Quello che emerge – l’articolo del resto non è recente – è una forte penetrazione dell’intelligence israeliana per annichilire le rivendicazioni sociali della così detta “primavera araba”. Una rete – si dice – che va dalla Libia alla ricca località balneare di Sousse. Un modo perfetto per monitorare tanto i movimenti politici quanto l’ingresso di persone nel paese con il consuetudinario “visto turistico”.
Come mai la rete clandestina dell’ISIS e quella del Mossad si sono sviluppate in concomitanza, quasi in modo complementare, negli ultimi tre anni in Tunisia ?
Francia
In Francia – a 30 kilometri da Lione – l’attentatore Yassin Sahli è entrato in una fabbrica in cui ha provocato un’esplosione aprendo delle bombole di gas. Sahli ha poi tentato la fuga mentre sappiamo che gli attentatori (neo)jihadisti cercano solitamente il “martirio”. Anche in questo caso entra in gioco la geopolitica: la Francia esporta gas dal e verso l’Algeria utilizzando il gasdotto TTPC (Trans Tunisian Pipeline Company). Proprio sull’Inteferenza.info Michele Basso ha avanzato la corretta ipotesi che si tratti di un avvertimento mafioso della CIA per spingere i paesi Europei ad aderire, senza avanzare condizioni, al Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti, una nuova frontiera dello sfruttamento capitalista ( Fonte: http://www.linterferenza.info/editoriali/a-chi-giova-riflessioni-sugli-attentati-in-tunisia-e-francia/ ).
L’Italia è al riparo da possibili attentati? Seguendo le risposte di vari analisti – compreso l’ottimo articolo di Basso – sembrerebbe proprio di no.
Conclusione
L’imperialismo nord-americano, sostenuto da Israele e dall’Arabia Saudita, usa l’ISIS nello stesso modo in cui, negli anni ’60 e ’70 manovrava i gruppi neofascisti: lo stragismo, gli attentati e le uccisioni di civili inermi sono finalizzati a criminalizzare oggi – negli anni ’60 la sinistra rivoluzionaria e le forze progressiste – l’Islam sciita e l’Iran.
“L’ISIS – spiega Bahar Kimyongur – si vanta di combattere tutte le nazioni, tutte le religioni, tutti i sistemi”, eppure al pari dei nichilisti neofascisti dei decenni scorsi è semplicemente uno strumento della CIA. L’opinione pubblica occidentale sarà in grado di rendersene conto ?

 http://www.linterferenza.info/esteri/terrorismo-jihadista-in-franchising-fra-usa-israele-e-arabia-saudita/

venerdì 26 giugno 2015

La Resistencia en Turquía: El DHKP-C

 
 
 


Pauta histórica breve
 
El DHKP-C es un movimiento popular, fruto de un largo proceso político-militar, interrumpido por los golpes de estados fascistas de 1971 y 1980. El movimiento aparece en 1970, bajo el nombre de THKP-C (Partido-Frente Revolucionaria de Liberación de Turquía) y en 1978 toma el nombre “Devrimci Sol”, Izquierda revolucionaria.
Las circunstancias del nacimiento del THKP-C
 
A partir de 1946, el imperialismo estadounidense, bajo la Doctrina Truman y el Plan Marshall, realizó una reconquista neocolonial de Turquía y para ello utilizó las relaciones que había establecido con la nueva burguesía turca, la que se encontraba en estado embrionario y por ende incapaz de imponer su poder político. Esta burguesía se alió a los señores del poder económico inmobiliario, a los comerciantes y a los usureros con el fin de formar una oligarquía.
 
El 27 de mayo de 1960, los oficiales antiimperialistas, fieles a los principios de Kemal Atatürk , fundador nacionalista de la república de Turquía, destituyeron al gobierno de turno y apoyado por la clase obrera, los estudiantes, los intelectuales y la oposición democrática, ejecutaron a los dirigentes del partido proyanqui (DP). El nuevo gobierno popular llamó en 1961 a votar por una nueva Constitución, la más democrática que ha conocido Turquía: Son respetados los derechos políticos y sindicales; los bancos y las grandes empresas son nacionalizadas; se concede la autonomía a las universidades; es abolida la censura y por consecuencia una cantidad incalculable de trabajos del pensamiento marxista son traducidos, contribuyendo a la educación política de la clase obrera, de la juventud y al desarrollo de una nueva generación revolucionaria.
 
En 1961, nace el Partido Obrero de Turquía (TIP), que en 1965 funda en la universidad la Federación de clubes de reflexión (FKF). Ahí se destaca el dirigente estudiantil Mahir Cayan , que más tarde sería dirigente del THKP-C y quien trabajó en la radicalización de la lucha popular y en la fusión entre la clase obrera y el estudiantado.
 
En julio de 1968, las juventudes revolucionarias tiran fuera de borda a los Marines de la 6ª Flota estadounidense que había anclado en las riberas de Estambul, mientras los servicios secretos incitaban a las organizaciones fascistas a actuar contra el movimiento antiimperialista. Estas provocaciones produjeron el 16 de febrero de 1969 el “Domingo Sangriento” donde dos obreros fueron asesinados por los fascistas.
 
El 6 de julio de 1969, el rector de la Universidad Técnica del Medio Oriente, en Ankara, recibe al embajador de los Estados Unidos Robert Commer , un agente del CIA apodado el “carnicero de Vietnam”. Una masiva manifestación de estudiantes, encabezada por Mahir Cayan vuelca e incendia el auto de Commer, dando vuelo al movimiento revolucionario y antiimperialista.
 
En octubre de 1969, la juventud se distancia de la dirección reformista del Partido Obrero de Turquía (TIP) y convierte a la Federación de clubes de reflexión (FKF) en una nueva organización que pasa a la historia con el nombre de Juventudes Revolucionarias (Dev Genç).
 
En diciembre de 1970, la dirección de Juventudes Revolucionarias (Dev Genç) funda un partido de orden marxista leninista (THKP) y un frente popular (THKC). Sin embargo, el 12 de marzo de 1971 son sorprendido por una junta fascista que, apoyada por la CIA, se adueña del poder: Una verdadera caza al hombre es decretada, pero el THKP-C mantiene su lucha intacta.
 
El 30 de marzo de 1972, la aldea de Kizildere, situada en la región del Mar Negro, donde se halla Mahir Cayan, el ejército sitia la dirección del THKP-C. Mahir Cayan y nueve combatientes revolucionarios son rodeados, se niegan a rendirse y resisten heroicamente hasta el último cartucho y caen en el combate. Esta resistencia marca profundamente a los pueblos de Turquía, que convierte a Mahir Cayan, por su heroicidad, en una figura comparable a la del Che Guevara.
El nacimiento de Devrimci Sol (Izquierda revolucionaria)
 
Después de la derrota de Kizildere y desde 1973 la antorcha de la lucha es retomada por los activos jóvenes revolucionarios quienes pese a la falta de experiencia se proclaman “Frentistas”.
 
Paralelamente al desarrollo de la lucha social, la oligarquía sustenta a las milicias fascistas “Lobos Grises”, los que rompen huelgas, asesinan a estudiantes, a profesores y ejecutan un “pogrom” contra las minorías nacionales tales como los armenios, griegos, curdos, y religiosas (alevi, cristianos). Entre 1974 y 1980, el terrorismo fascista es sustentado por el estado turco y el Departamento de Estado de Washington, que a nombre de la lucha contra el comunismo, cobra la vida de más de cinco mil personas.
 
En el 1976, los “Frentistas” recrean la organización legendaria de las Juventudes Revolucionarias (Dev Genç). Al calor de la lucha del 20 de diciembre de 1978, los cuadros políticos de Dev Genç crean Devrimci Sol (Izquierda Revolucionaria), una organización político-militar dispuesta a la franca lucha antifascista.
 
La Izquierda Revolucionaria (Devrimci Sol) literalmente sacude el poder de la oligarquía, dirigiendo grandes huelgas obreras, liberando a los barrios asediados por los fascistas y autoritarismo policial, castigando a los verdugos; expropia los campos periféricos que pertenecen al estado o al sector privado, para construir viviendas para los pobres; desvía a los camiones de las empresas monopolistas para redistribuir los alimentos a la población hambrienta y desarrolla la guerrilla rural en la región del Mar Negro y en el Kurdistán.
 
El 12 de septiembre de 1980, la oligarquía lanza un nuevo llamado a los generales fascistas formados en la Escuela de las Américas.
 
Como en el Chile de 1973, el país es llevado a un estado apocalíptico, donde los tanques desfilan por las calles; el ejército organiza redadas en los barrios, se repletan las prisiones y todos los edificios del estado, tales como las escuelas, estadios y salas de deporte son transformados en campos de concentración, donde se tortura y elimina al pueblo: Los ciudadanos son abatidos en las calles; se cierran los sindicatos; se prohíbe la huelga; se persigue a la prensa y se encienden las hogueras con la quema de libros.
 
Los dirigentes de Devrimci Sol son detenidos y otros ejecutados. A causa de la amplitud de las redadas y del debilitamiento del movimiento revolucionario, la línea de combate es desplazada a las prisiones.
 
Después de haber probado todas las opciones militares, la oligarquía concluyó que el cautiverio y la eliminación física no bastaban para destruir a los revolucionarios. En 1984, la junta fascista adopta un programa de despersonificación elaborado por la CIA y que obligaba los presos revolucionarios a capitular mediante el uso obligatorio de uniforme.
 
Los prisioneros de Devrimci Sol declaran una huelga del hambre hasta el final, llamada “Ayuno a Muerte.” Después de setenta y cinco días de ayuno, cuatro prisioneros pierden la vida y hace que se termine el uso del uniforme. Esta es la primera victoria lograda por el movimiento revolucionario contra la junta fascista.
 
De 1985 a 1990, Devrimci Sol decreta el repliegue táctico. Durante este periodo los prisioneros de Devrimci Sol son llevados en masa a comparecer ante los tribunales militares. El dirigente Dursun Karatas de Devrimci Sol, convierte el banco de los acusados en tribuna de acusación. Lee públicamente una lista de “enemigos del pueblo” que es declarada “blanco de la justicia popular.”

Después de varias fugas y reactivación de la lucha social, en marzo de 1990, Devrimci Sol lanza la ofensiva y cada cuadro político se convierte en un dirigente militar y el movimiento revolucionario va en ascenso.
 
Devrimci Sol acorrala a los miembros de la junta, a los verdugos y los agentes del imperialismo. En el 1991, varios oficiales yanquis son eliminados en represalia por la guerra contra Irak. Esta fase ofensiva impone un gran sacrificio y muchos dirigentes de Devrimci Sol son ejecutados (1991 y 1992) pero el movimiento logra recuperarse y se reestructurara.
El sueño de revolución continúa con el DHKP-C
 
El 30 de marzo de 1994, los cuadros de Devrimci Sol refundan el Partido Revolucionario de Liberación del Pueblo (DHKP) y el Frente (DHKC)

 El nuevo partido marxista leninista clandestino (DHKP) asegura el liderato político mientras que el DHKC, pasa a ser el frente popular que organiza la lucha de masas sobre una base antiimperialistas y antifascista.
 
El Frente (DHKC) se instala en las fábricas, en los talleres, las aldeas, en los barrios populares, en los sindicados, en las universidades, los liceos, en las asociaciones profesionales, en el medio jurídico, en el mundo de la cultura y en la inmigración turca y curda de Europa.

 Los combatientes armados que también forman parte del Frente Popular (DHKC) se organizan en las “Unidades de Propaganda Armada” (SPB), y son apoyados por la milicia activa, tanto en las ciudades como en las montañas.

 La fuerza del DHKP-C ha inspirado un tal temor del imperialismo, que desde hace bastantes años ha sido incluido en la lista de las organizaciones terroristas del Departamento de Estado de los EE.UU. En febrero de 2002, el ex jefe del CIA, Georges Tenet propuso al Congreso estadounidense, combatir el DHKP-C “para destruirlo” y la misma suerte fue reservada a organizaciones palestinas y a las FARC de Colombia.

 Después de los atentados del 11 de septiembre, el imperialismo estadounidense, que ha declarado una guerra militar, económica, política, cultural y psicológica a los pueblos, intensificó la presión a sus aliados y convence a la Unión Europea a que adopte su propia “lista negra” y el 2 de mayo de 2002, el DHKP-C es incorporado a la “lista maldita” de la UE.
El ayuno de la muerte, una resistencia por la justicia, la dignidad y el socialismo.
 El 20 de octubre de 2000, los presos revolucionarios iniciaron una huelga de hambre contra el traslado a las cárceles de alta seguridad, conocidas como “Prisión tipo F” Estas prisiones son centros de tortura moderna importados de los Estados Unidos y de la Unión Europea, con el objetivo de destruir el colectivo de prisioneros. Es así como el 19 de diciembre de 2000 el ejército gubernamental toma por asalto las veinte prisiones donde se encontraban atrincherados los huelguistas de hambre y asesina a veintiocho prisioneros, dejando más de un millar de heridos. Los detenidos que sobreviven el ataque son deportados a las “Prisión tipo F” y desde entonces los prisioneros del DHKP-C mantienen un “ayuno a muerte” que ha costado la vida a ciento veinte revolucionarios cautivos: Pese a la mortandad y la cruda censura montada, el colectivo de prisioneros revolucionarios resiste con un entusiasmo de acero.
El DHKC y la lucha de los pueblos contra el imperialismo
 Junto a los “cautivos libres” y a los combatientes del DHKC, hay otras resistencias contra la explotación humana: Desde la valiente Venezuela a Cuba heroica, desde Colombia a Irak, desde Nepal a Corea y Palestina, hay una misma voz de lucha: El sueño del libertador Simón Bolívar es el sueño de todos los pueblos. Fidel lo dice: “Prefiero las colas que ponerme de rodillas ante los Estados Unidos” Los herederos de Martí, Simón Bolívar, El Che, Salvador Allende, continuarán la lucha contra las tropas de ocupación y no permitirán al imperialismo globalizar el mundo con su dominación de terror

El DHKC se siente orgulloso de asumir su papel histórico en la resistencia contra el imperialismo y llama a todas las fuerzas progresista a unirse en este combate y saluda calurosamente a la humanidad en lucha por la paz, la justicia y la libertad.
 
Comité de las relaciones internacionales. DHKC Internacional
 
 http://odiodeclase.blogspot.it/2015/04/la-resistencia-en-turquia-el-dhkp-c.html

giovedì 25 giugno 2015

El apoyo de Israel a Al Qaeda causa disturbios en el Golán

 
Il leader sionista Netanyahu ( nella foto ) si fa fotografare prende visita i terroristi di Al Nusra ( ramo di Al Qaeda ) sul Golan siriano. Una prova inoppugnabile degli stretti legami fra la dittatura sionista ed i mercenari neojihadisti. La redazione
 
PUBLICO.ES – JERUSALÉN. – Dos graves incidentes que se desarrollaron en el norte de Israel y en el Golán el lunes y que han costado la vida de un combatiente en Siria han puesto en alerta al ejército y la policía israelíes, cuyos representantes se reunieron el martes para tratar de encauzar una situación que ha criticado el primer ministro Benjamín Netanyahu.
 
En los últimos tres días se han generalizado las protestas entre la comunidad drusa de Israel, que ha condenado la asistencia médica que Israel brinda a combatientes islamistas, incluidos yihadistas del Frente al Nusra, es decir Al Qaeda, que combaten a los drusos que viven en Siria, de la otra parte del Golán ocupado.
 
Las protestas arrancaron el 10 de junio, cuando trascendió que yihadistas del Frente al Nusra mataron en Siria a una veintena de drusos en una operación que luego desautorizó Al Qaeda, aunque desde entonces los drusos sirios se han visto implicados en otras batallas, lo que ha causado una fuerte alarma entre la comunidad drusa de Israel.
 
En un margen de menos de 24 horas, los drusos de Israel atacaron dos ambulancias militares que trasladaban a combatientes heridos en Siria a hospitales israelíes. En el segundo incidente arrojaron piedras contra una ambulancia, lograron detenerla, extrajeron de su interior a dos heridos, mataron a uno de ellos y dejaron gravemente herido al segundo.
 
Esto ocurrió muy cerca del pueblo de Maydal al Shams, que está en el Golán ocupado, y en él participaron unos 200 drusos tanto del Golán como del interior de Israel. En Israel viven aproximadamente 110.000 drusos, principalmente en pueblos específicos de la Galilea, mientras que en el Golán ocupado viven cerca de 20.000 drusos.
 
Los drusos del interior de Israel realizan el servicio militar y con mucha frecuencia son enviados a los territorios palestinos ocupados para aprovechar que son hablantes nativos de árabe. No obstante, dentro de la comunidad se han levantado voces distintivas que se oponen al servicio militar para no participar en la ocupación de Cisjordania.
 
Perseguidos por otras comunidades
 
La religión drusa se originó en la Edad Media y está establecida principalmente en Siria, donde viven 700.000, y en Líbano, donde hay unos 220.000, además de Israel y Jordania. Con frecuencia los musulmanes no los consideran musulmanes, y de tanto en tanto han sido perseguidos por otras comunidades, como ha ocurrido con prácticamente todas las minorías de la región.
 
En el conflicto sirio, los drusos han combatido en su mayor parte al lado del gobierno de Bashar al Asad, y esto ha suscitado choques entre ellos y otras milicias, especialmente las islamistas, que los consideran meros colaboracionistas del régimen.
 
Aunque los combates entre los drusos y el Frente al Nusra y el Estado Islámico han sido bastante limitados hasta ahora, los drusos de Israel han incrementado sus protestas contra el gobierno de Netanyahu por su colaboración con los yihadistas, y principalmente con Al Qaeda.
 
Los drusos de Israel siguen con mucha atención todo lo que se desarrolla del otro lado del Golán y afecta a la comunidad drusa siria. Saben que millares de yihadistas de Siria han sido atendidos en los hospitales israelíes, especialmente en el de la ciudad de Safed, y ya que muchos viven en la misma línea de alto el fuego con Siria saben de los contactos entre Israel y el Frente al Nusra y otros grupos yihadistas.
 
Los observadores de las Naciones Unidas en el Golán han registrado un gran número de contactos entre el ejército israelí y los yihadistas de Siria. No consta que Israel les entregue armas directamente a través del Golán pero existe la sospecha de que sí que lo hace a través de Jordania y Arabia Saudí.
 
Netanyahu condenó el incidente
 
Inmediatamente después de la muerte del combatiente el lunes, Netanyahu condenó enérgicamente el incidente, calificándolo de “muy grave”. El primer ministro añadió que nadie va a impedir que el ejército “cumpla su misión”. Por su parte, el titular de Defensa, Moshe Yaalon, declaró que Israel no está ayudando al Frente al Nusra, unas palabras que no comparten los drusos.
 
No menos preocupante ha sido la declaración de Avi Dichter, diputado en la Kneset, exministro y exjefe de los servicios secretos del Shin Bet. “En algún momento va a llegar la matanza de alawíes (en Siria) y esto puede acarrear también la matanza de drusos”, que en su mayor parte han apoyado a Asad durante el conflicto.
 
En medios políticos se teme que los últimos incidentes separen aún más a la comunidad drusa de la comunidad judía de Israel y cunda la desafección. Históricamente los drusos apoyaron a los judíos contra los demás árabes cuando se estableció el Estado en 1948 y tanto los dirigentes drusos como los judíos han hablado siempre de un “pacto de sangre” entre las dos comunidades.
 
En algunos pueblos drusos de la Galilea se han celebrado protestas y manifestaciones contra la ayuda de Israel a los yihadistas de Siria, una parte de los cuales provienen de distintas zonas del mundo musulmán. En estas protestas se han gritado consignas del tipo “Llevadlos (a los yihadistas heridos) a Afganistán y Paquistán, que es de donde son”.
 
Aunque el ejército y las autoridades políticas israelíes se han negado a identificar a los yihadistas heridos en Siria atendidos en los hospitales del país, un periodista del Yediot Ahronot publicó en mayo un artículo, así como un video, que no dejan dudas al respecto. El video se grabó en presencia de militares.
 
La tensión ha crecido más después de que los drusos hayan luchado al lado de las tropas leales a Asad contra el llamado Ejército Sirio Libre (ESL) por el control de un aeropuerto militar cercano a la ciudad drusa de Suweida, en el Golán sirio. El ESL está financiado y armado por la CIA y cada uno de sus milicianos cobra un salario de hasta 400 dólares al mes.
 
 http://odiodeclase.blogspot.it/2015/06/el-apoyo-de-israel-al-qaeda-causa.html

Il sionismo non c'entra, di Gilad Atzmon

Fonte: Blogghete!

 


 
 
1

SULLA QUESTIONE DELLA SENSIBILITA’ EBRAICA




Recentemente, mi sono accorto che il discorso sulla solidarietà verso la Palestina è viziato sul piano spirituale, ideologico e intellettuale da una terminologia assai fuorviante: concetti chiave come quelli di sionismo, colonialismo e apartheid (che si sentono in ogni discussione e sono presenti in ogni testo che riguardi il conflitto), sono concetti confusi, oppure illusori. Io credo che essi esistano allo scopo di bloccare qualunque tentativo di comprendere il vero spirito e la vera ideologia che guida lo Stato Ebraico, piuttosto che per chiarire la situazione.

zion

Sionismo

Molti di noi tendono a considerare il sionismo come la forza ideologica che si nasconde dietro alle azioni israeliane. Ma non commettiamo errori: Israele non è il sionismo e l’ideologia e la politica sionista hanno ben poco a che fare con la politica e le azioni di Israele.

Bisogna capire che Israele e il sionismo sono oggi due categorie distinte. Se il sionismo era definito dai suoi fondatori come un tentativo di “trasformare l’ebreo della Diaspora in un essere umano autentico e civilizzato”, Israele, al giorno d’oggi, può solo essere visto come il prodotto concreto di tale ideologia.

Molti di voi saranno forse sorpresi nel sapere che oggi Israele non è affatto guidato, né ormai particolarmente ispirato, dal sionismo: è invece completamente assorbito dalla propria autoconservazione. Inoltre, gli israeliani non hanno poi nemmeno tutta questa familiarità con l’ideologia sionista. Per la maggior parte degli israeliani, il sionismo è poco più di un concetto obsoleto e arcaico, che potrà anche avere un significato storico, ma che possiede una rilevanza pari a zero nella vita quotidiana.

Il sionismo è, in realtà, un discorso che riguarda la Diaspora ebraica. Il suo scopo è quello di distinguere l’ebraismo mondiale che – a larga maggioranza – sostiene Israele dalle poche e sporadiche voci secolariste ebraiche che vorrebbero conservare la propria identità nazionale pur opponendosi allo Stato di Israele.

Il dibattito tra sionisti e antisionisti è, in concreto, un dibattito che ha luogo nell’ambito della Diaspora ebraica e non all’interno di Israele. Esso appartiene al regno dei discorsi sull’identità ebraica. E ha ben poco significato politico al di fuori di tale contesto.

Poiché Israele e gli israeliani sono attualmente indifferenti al sionismo, l’attività e l’ideologia “antisionista” hanno un impatto molto scarso su Israele e sugli israeliani. [1] Gli israeliani si preoccupano soltanto delle azioni dirette contro lo Stato Ebraico e le sanzioni, ad esempio, sono un problema che li coinvolge e li preoccupa enormemente. Al contrario, gli israeliani si curano assai poco di cercare soluzioni alla cosiddetta “questione ebraica”. Dal punto di vista israeliano, lo Stato Ebraico è la soluzione definitiva della “questione ebraica”. Penso si converrà che, da un punto di vista realistico e pragmatico, Israele non ha davvero risolto la “questione ebraica”, ma si è limitato a sportarla in una nuova locazione.

Perché, dunque, continuiamo a commettere il terribile errore di considerare i crimini israeliani come effetto del “sionismo”? Perché non li attribuiamo, in modo aperto e diretto, allo “Stato Ebraico”, visto che, in ultima analisi, è così che Israele definisce se stesso?

La risposta è semplice: perché in realtà non desideriamo offendere nessuno. Accettiamo che gli ebrei abbiano sofferto nel corso della loro storia e accettiamo che possediano una sensibilità unica al mondo. Per questo motivo ci auto-censuriamo spontaneamente. Rinunciamo spontaneamente alla nostra capacità di pensare in modo libero, coerente, esplicito e critico.


colonialismo

Colonialismo

Il sionismo non si identifica neppure col colonialismo. Per quanto molti attivisti intorno a noi insistano nel presentarci il sionismo come un progetto colonialista, occorre dire la verità: il colonialismo è definito dall’esistenza di una chiara relazione materiale tra una “madrepatria” e un ”insediamento coloniale”. Nel caso del sionismo, tuttavia, è impossibile determinare quale sia o sia stata la “madrepatria ebraica”. In effetti, non esiste nessuna madrepatria ebraica, né mai ne è esistita una. Il sionismo non è un progetto colonialista, né mai lo è stato. Vero è che lo Stato Ebraico manifesta alcuni caratteri del colonialismo. [2] Ma anche un paziente ammalato di cancro al cervello manifesta alcuni sintomi dell’emicrania. Una diagnosi appropriata deve mirare a scoprire le vere cause che stanno alla base dei sintomi. Fare una diagnosi significa rintracciare la vera malattia piuttosto che fornire una spiegazione superficiale esaminando un po’ di sintomi sparsi.

E’ anche evidente perché a tanti fra noi piaccia questo paradigma colonialista, per quanto ingannevole esso sia: i seguaci del paradigma coloniale presumono che gli israeliani non siano diversi dai britannici, dai francesi o dagli olandesi; si limitano a celebrare i sintomi del loro espansionismo “coloniale” 100 anni dopo tutti gli altri. Inoltre, il paradigma coloniale contiene la promessa di una qualche “soluzione” al termine del percorso: nell’immaginario dei suoi sostenitori, una riconciliazione post-coloniale è solo questione di tempo.

Inoltre, mi spiace far arrabbiare molte persone alle quali voglio bene, ma lo devo dire: il sionismo è qualcosa di unico ed originale nel suo genere e non ha precedenti nella storia. Sfortunatamente, esso non è riconducibile ad alcun modello materialista, poiché l’aspirazione che fondava il sionismo era, ed è ancora, del tutto spirituale.

Dunque, perché continuiamo a commettere questo terribile errore e a confondere il sionismo col colonialismo? Perché non ci riferiamo al sionismo per ciò che esso realmente è: un progetto ideologico ebraico del tutto unico nella storia? Semplicemente perché non vogliamo offendere quei pochi ebrei che sono così gentili da schierarsi a favore della Palestina. Rispettiamo la loro sensibilità e volontariamente ce ne stiamo zitti. Faremmo qualunque cosa pur di rendere tutti felici. Dopotutto siamo un movimento per la pace.

apartheid

Apartheid

E che dire dell’apartheid? Israele è uno stato che pratica l’apartheid? In Israele si assiste in modo evidente ad una separazione razziale e ad una discriminazione legislativa. Nonostante ciò, io ritengo che Israele non possieda un sistema basato sull’apartheid, perché l’apartheid era predisposto per sfruttare le popolazioni indigene pur lasciandole vivere sul territorio. Israele, al contrario, è lì per distruggere la popolazione indigena: gli israeliani si sentirebbero sollevati se una mattina si svegliassero e scoprissero che i palestinesi hanno semplicemente abbandonato la regione.

Chi è così ingenuo da bersi la storia dell’apartheid è probabilmente convinto che Israele sia lì lì per collassare, perché è questo che la storia ci ha insegnato sull’apartheid. Di nuovo, il modello dell’apartheid ci piace perché fa sembrare Israele (relativamente) “normale”. E noi non vogliamo offendere nessuno, tantomeno i pochi ebrei che sono dalla nostra parte.

Ed ecco la domanda che vorrei rivolgere agli ebrei amanti della giustizia e agli amici sostenitori della Palestina sparsi per il mondo: credete davvero che il discorso sulla lotta contro lo Stato Ebraico dovrebbe lasciarsi condizionare dalla “sensibilità degli ebrei”? La lotta contro il nazismo si lasciò forse condizionare dalla sensibilità dei tedeschi? Abbiamo per caso tenuto conto dei punti sensibili degli Afrikaner quando facevamo campagna contro l’apartheid? Non è che per caso i tempi sono maturi per dire pane al pane? Comprendo bene l’importanza cruciale degli ebrei in questo movimento e cerco di lavorare insieme al maggior numero possibile di loro. Ma mi domando se non sia ora che gli ebrei superino la loro sensibilità e osservino la questione con gli occhi ben aperti. E non è forse ora che anche noi facciamo lo stesso? Non dovremmo forse chiedere ai sostenitori dello Stato Ebraico in cosa esattamente consista tale ”ebraicità”?

Io penso che questo sia esattamente ciò che dovremmo fare. Nell’interesse del futuro della Palestina, dobbiamo affrontare apertamente questi problemi cruciali. Credo anche che siano gli ebrei, più di chiunque altro, a doverli affrontare. Mi attendo che gli attivisti ebrei all’interno del nostro movimento si pongano a capo di questa iniziativa piuttosto che cercare di ridurla al silenzio.


[1] “Sionismo” può essere un termine utile per fare riferimento al fenomeno del lobbismo ebraico sparso per il mondo. Può servire a fare luce sull’attività dei Sayanim e può spiegare l’inclinazione di certi ebrei di Brooklyn a fare Aliya [cioè a chiedere il trasferimento  in Israele, NdT]. Può anche spiegare perché alcuni ebrei di sinistra prendano le parti delle istituzioni sioniste più fanatiche non appena qualcuno gli domanda in che cosa consista l’”ebraicità”.
[2] Si può ragionevolmente affermare che il rapporto tra i coloni israeliani della West Bank e le popolazioni indigene sia configurabile in termini coloniali.

di Gilad Atzmon
dal sito www.gilad.co.uk
traduzione di Gianluca Freda

mercoledì 24 giugno 2015

Diego Fusaro, ovvero sutor, ne ultra crepidam !, di Dante Lepore

Ha fatto molto scalpore la vicenda di Francisco
“Kiko” José Gómez Argüello Wirtz, già pittore spagnolo, poi iniziatore, assieme
a Carmen Hernández e a padre Mario Pezzi, del Cammino Neocatecumenale,
itinerario di formazione cattolica e di evangelizzazione, una “star” secondo “il
Giornale”[1], quando,
sabato 20 giugno, ha praticamente segnato il ritorno in una piazza San Giovanni
gremita, a sentir loro, di oltre un milione di persone,
della galassia ultracattolica italiana, con un argomento che ha lasciato in imbarazzo
la stessa gerarchia vaticana, quello del femminicidio. La CEI ha parlato di “caduta
di stile”. I dati dicono che attualmente il Cammino Neocatecumenale è presente
in 124 nazioni dei 5 continenti, in 1.479 diocesi di 6.272 parrocchie con
20.432 comunità.[2] Il comitato organizzatore “Difendiamo i nostri figli”,
riunisce al suo interno – tra gli altri – neocatecumenali, il gruppo teocon dei
“Parlamentari della famiglia”,  le Sentinelle
in Piedi, gli evangelici, l'associazione “Manif pour tous”, gli antiabortisti
del “Movimento per la vita” e i quotidiani cattolici come La Croce. L’intervento del pittore spagnolo è stato percepito come l’affermazione
che il femminicidio, se non proprio causato o giustificato da una sorta di colpa,
almeno motivato dal venir meno dell’amore che è alimento essenziale dell’essere
umano, per via dell’abbandono dei mariti da parte delle donne.  
Di tutta questa faccenda che bolle in
pentola cattolica e che ha fatto il giro del web non dice nulla il prof Diego Fusaro,
professore avvezzo alle banalità mediatiche, il quale gigioneggia in modo ammiccante
e ripetitivo su tutto e il suo contrario, e a proposito della “tifoseria” sviluppatasi
col Family Day romano[3], dice
di non parteggiare né con chi è per il matrimonio costituzionale né con chi vuole
estenderne la legalizzazione alle coppie dello stesso sesso. In realtà il
professore non si tira affatto fuori dalla sostanza comune ai tifosi, ossia da
una paccottiglia ideologica e morale piuttosto sordida, come tutte le tematiche
dell’odierna fase di putrescenza imperialista e di regressione sociale, anzi,
con candida nonchalance, continua, come è solito fare, a sproloquiare su Marx,
con la rituale premessa, “di metodo”, che… da Marx bisogna partire per comprendere
il movimento della storia reale, e tale movimento della storia “reale” sarebbe
esattamente quello che, non Marx nell’Ottocento, ma lui, il professore, avrebbe
fatto, manco a dirlo, nel suo studio Il
futuro è nostro
, nell’anno di grazia 2014.
Diego Fusaro sostiene che «il profondo fenomeno che è oggi in atto coincide
con la distruzione capitalistica della
famiglia», come risultato della «logica di sviluppo del capitale,
negli ultimi cinquant’anni» fino al «superamento di ogni limite reale e simbolico in grado
di opporre resistenza
all’estensione onnilaterale della forma merce a ogni ambito della realtà e del
pensiero».
Questa cosa brutta egli la chiama anche «il fanatismo economico», per cui «il capitale vuole vedere ovunque atomi
di consumo, annientando ogni forma di comunità solidale estranea al nesso mercantile». La famiglia, che il prof Fusaro non osa descrivere
secondo il metodo appena astrattamente invocato, come un prodotto storico “reale”,
sarebbe invece, sulla scorta di Aristotele e Hegel, «la prima
forma di comunità», un elemento originario naturale,
biologico, che «comporta, per sua natura, la
stabilità affettiva e sentimentale, biologica e lavorativa». Addirittura essa consisterebbe nella «comunità degli individui solidali che si rapportano
secondo criteri esterni al nesso mercantile del do ut des». Così
impostato il discorso sulla famiglia, al tempo stesso come fatto a-storico, “naturaliter
comunitario”, originario, ma anche come “inizio” storico, anziché (come in Marx!)
come processo storico nato proprio dalla distruzione dell’originaria Gemeinwesen
ad opera della divisione sociale del lavoro e dalla nascente proprietà privata
alla cui preservazione essa era destinata a presiedere, il professore sedicente
marxista ha buon gioco di riprendere la critica marxiana sul processo di sussunzione
reale di tutto a sé del capitale, e dunque a «neutralizzare ogni comunità
ancora esistente, sostituendola con atomi isolati incapaci di parlare e di intendere
altra lingua che non sia quella anglofona dell’economia di mercato». È
opportuno qui aprire una precisazione in merito a questa puerile ostentazione
di marxismo, peraltro condita ecletticamente di tutte le contaminazioni
possibili di filosofie ad esso estranee ma che dovrebbero coesistere con esso,
da Gentile ad Aristotele ed Hegel neppure raddrizzato. Marx riempì numerosi taccuini
di appunti, gli Ethnological Notebooks, sugli studi di H. L. Morgan (<p>La</p>società antica) che ricostruivano il modo di vivere e il sistema gentilizio
delle comunità primitive ancora viventi presso gli indiani d’America, ma anche
su quelli di Bachofen (Il diritto materno) sulla condizione gentilizia
dei greci nel trapasso dal matriarcato al patriarcato. Toccò ad Engels dipanare
questa materia complessa e lo fece nell’opera <p>L’origine della famiglia,</p>della proprietà privata e dello Stato, mai studiata da tutti coloro che
pontificano oggi sulla famiglia. In essa c’è abbondante documentazione
etno-antropologica e storica sulle condizioni che hanno portato alla disgregazione
della comunità primitiva che ignorava totalmente la famiglia. Dal punto di
vista storico, il tempo in cui la comunità materiale umana vive senza la
famiglia rispetto a quello in cui troviamo le differenti forme di famiglia,
tradotto in grafico, equivale all’incirca ad un palazzo di dieci piani rispetto
ad una moneta da un euro.
Il capitalismo, che Diego
Fusaro chiama «fanatismo economico» e che predominerebbe nella forma del
neoliberismo, nella sua tendenza all’«allargamento
illimitato della forma merce a ogni ambito dell’esistenza e del pensiero» entrerebbe in collisione con la famiglia tradizionale,
nella cui avversione, anziché nel riconoscimento dei diritti civili, anche le
“forze progressiste” manifesterebbero il proprio baricentro. La “destra del
denaro”, ossia, secondo il professore, quella che detta le leggi strutturali
del neoliberismo,  «decide che la famiglia deve essere rimossa in nome
della creazione dell’atomistica delle solitudini consumatrici». Questa ridicola e vuota espressione riassumerebbe
l’effetto dell’azione distruttiva del «fanatismo economico» sulla famiglia, cioè le …solitudini
consumatrici. D’altra parte, il neoliberismo imperante ha una seconda «apertura alare» nella “sinistra del costume” che ha il compito di fornirne le
sovrastrutture e la giustificazione simbolica, e che pertanto arriva alla «delegittimazione della famiglia come forma borghese
degna di essere abbandonata, silenziando
come “omofobo” chiunque osi dissentire», fino ad ostracizzare appunto
come omofobo, secondo la procedura dello “psicoreato” orwelliano, chiunque osi
pensare che secondo natura i figli sono il prodotto di un uomo e una donna.
Tirando le somme, il
messaggio del professore è tutto in una banalità, nell’illuminarci che «la categoria di omofobia… diventa essa stessa una nuova categoria dell’intolleranza, con cui non si accetta
l’esistenza di prospettive diverse». Per intenderci, come quando il bove dà del cornuto all’asino, o, fuor di
metafora, un candidato desse all’altro del “comunista”!



















[1] http://www.ilgiornale.it/news/cronache/false-accuse-sul-femminicidio-processare-family-day-1144244.html



[2] Cfr. <p>Famiglia</p>Cristiana, 10.02.2013.



[3] Tutte le citazioni sono tratte da Diego Fusaro, Di Family Day e distruzione della famiglia, in Il fatto quotidiano,
21 giugno 2015, http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/06/21/di-family-day-e-distruzione-della-famiglia/1799898/
.

Malcolm X - Negro da cortile e negro da fatica

Discorso di Malcolm X tratto dal film "Malcolm X" di Spike Lee.