domenica 24 settembre 2017

La Corea del Nord ha il diritto di difendersi, di Stefano Zecchinelli

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Il mio articolo contro la cinofobia della sinistra europea ha lasciato perplessi alcuni lettori – prevalentemente di formazione socialdemocratica – per il mio appoggio militare alla Corea del Nord. La questione è complessa e merita una risposta breve ma documentata.

Chi sono gli aggressori e chi gli aggrediti?

Il governo nord-coreano può non piacere ma la difesa della sovranità nazionale d’un paese è la condizione necessaria per qualsiasi processo di democratizzazione reale. Il filosofo Noam Chomsky ha chiarito che ‘’gli Usa attaccano solo paesi indifesi’’ quindi il deterrente nucleare ha permesso al governo di Pyongyang respingere le minacce imperialistiche. Trotsky spiegò molto bene che la burocrazia staliniana non doveva essere confusa con l’Armata Sovietica, i valorosi militari comunisti che durante la carneficina mondiale sconfissero il nazifascismo. Il rafforzamento dell’esercito nord-coreano e l’eroismo dei suoi soldati sono una garanzia di democrazia nella regione. Per questa ragione la mia solidarietà è rivolta al popolo coreano ed all’esercito che, da oltre sessant’anni, si esercita giornalmente per difendere lo Stato proletario degenerato dalle minacce imperialistiche.
Il politologo marxista Atilio Boron ha messo in ridicolo i media statunitensi: “per iniziare bisogna riconoscere che questo governo bellicoso non ha mai invaso, né minacciato, né aggredito alcun paese!” 1, gli Usa, al contrario, andrebbero processati per aver sterminato il 20% della popolazione coreana. Dean Rusk, Segretario di Stato sotto la presidenza Kennedy, ammise che “bombardammo ogni cosa che si muoveva in Corea del Nord”. Il paese finì diviso, ingiustamente, in due parti.

Un paese nel mirino dell’imperialismo Usa …

Gli Usa sono la principale potenza imperialistica mondiale. La Lega comunista internazionalista registra un aspetto interessante di questo Impero schizofrenico e massacratore: “l’egemonia militare americana, globale e senza rivali, contraddice il rapido declino della sua base economica. La tendenza dell’amministrazione Bush e della ampia fascia della classe dirigente americana che la sostiene, di vedere il mondo attraverso le lenti religiose apocalittiche dell’Armageddon ha le sue radici in questa contraddizione obiettiva” (“Difendere la Cina e la Corea del Nord! Usa giù le mani dal mondo!”, Workers Vanguard n. 843, marzo 2005). Per questa ragione Washington non tollera gli Stati indipendenti e non allineati che si collocano al di fuori della divisione sociale del lavoro capitalistica proiettata su scala globale.
Il gruppo dirigente antimperialistico formato da Kim Il Sung non ha nulla a che vedere con l’apparato burocratico ‘’confuciano’’, una burocrazia ben poco comunista collocata al vertice d’una nazione antimperialistica – la spinta progressista della Rivoluzione anticoloniale non è terminata – ma, nonostante la burocratizzazione, Pyongyang rappresenta un paese sovrano che resiste. Il Partito del lavoro nord-coreano è autoritario ed ha sovrapposto lo juche al marxismo-leninismo ma l’indipendenza nazionale, raggiunta con un tenace antimperialismo reale, gli consente di conservare uno Stato sociale forte ed il sostegno della classe operaia. La Rivoluzione politica ed antiburocratica – per il marxismo rivoluzionario e contro il confucianesimo – è complementare alla sconfitta dell’imperialismo Usa, in Corea e nel mondo ( contro la borghesia imperialistica ).
La Corea del Nord ha ragione politicamente perché le sue azioni si collocano all’interno della legalità internazionale. Il giurista Robert Charvin ha analizzato le cause storiche del conflitto: ‘’La crisi attuale è solo una continuazione della tensione che non cessa da decenni (tranne brevi periodi in cui Seoul e Stati Uniti accettarono di avviare un dialogo). Può essere risolta soltanto mediante negoziati, affinché si concluda il trattato di pace che sopprima lo stato di belligeranza che permane dal 1953. Questo trattato deve garantire le normali relazioni diplomatiche e commerciali, consentendo un progressivo ravvicinamento tra Nord e Sud della Penisola, per la successiva riunificazione, risolvendo numerosi problemi socioeconomici’’ 2. L’occidente è in torto ed in malafede per un motivo preciso: ‘’Se si ha paura delle Forze Armate della RPDC, perché, come ho già proposto, non sostengono un accordo regionale per la denuclearizzazione che ovviamente includa gli Stati Uniti? Quanto ai campioni dei diritti umani, civili e politici, ovviamente occidentali, perché non lo propongono quale unico mezzo per promuovere i diritti del popolo coreano, nel Nord come nel Sud?’’. Per questa ragione io ritengo che la Corea del Nord abbia il diritto di difendersi e colpire gli aggressori compreso l’imperialismo straccione italiano. I ‘’comunisti colonialisti’’ che si astengono dal prendere posizione – quindi i ‘’pacifisti’’ che si rifiutano d’appoggiare lo Stato proletario degenerato nord-coreano contro l’imperialismo italiano – sono, fregandomene del politicamente corretto, dei ‘’social-sciovinisti’’ un po’ come i laburisti inglesi che, di fatto, appoggiarono Mussolini contro il Negus d’Etiopia.

I diritti umani e la propaganda occidentale

La Corea del Nord garantisce al proprio popolo uno Stato sociale progredito ed una relativa libertà d’espressione. La libertà non è assoluta ma la colpa è ascrivibile, prima di tutto, all’accerchiamento imperialistico e soltanto in ultima istanza alla diffusione del confucianesimo nella elite al potere non priva di responsabilità. La Corea del Sud, al contrario, non offre garanzie sociali e la libertà politica delle forze di sinistra è fortemente limitata per non parlare dei comunisti seppelliti vivi nelle carceri dopo essere stati sottoposti a torture criminali.
Lo storico Davide Rossi, d’orientamento staliniano, ci dà una visione molto diversa di Pyongyang rispetto a quella dei media venduti ( senza virgolette ) occidentali: ‘’I miei viaggi in Corea e la collaborazione culturale da me realizzata a nome dell’ISPEC, l’Istituto di Storia e Filosofia del Pensiero Contemporaneo della Svizzera Italiana, con le istituzioni culturali coreane confermano del tutto la realtà di un paese sereno e laborioso, chiaramente indirizzato ideologicamente’’ 3. L’antimperialismo dell’esercito offre ‘’serenità’’ e permette la ‘’laboriosità’’ di questo popolo fiero ed orgoglioso. Che cosa chiede la Corea del Nord? Davide Rossi è puntuale nel rispondere: ‘’In Corea non sta succedendo nulla e non succederà nulla, il popolo coreano e il suo governo stanno semplicemente ribadendo la loro autonomia e indipendenza e nel farlo manifestano una disponibilità strategica difensiva considerevole. Ciò a cui aspira il governo coreano è la possibilità di trattare, come l’Iran, direttamente con gli Stati Uniti, senza la mediazione di Cina e Russia e senza la presenza di Giappone e Sudcorea. È difficile che questo si realizzi e forse il tavolo “cinque più uno”, che comprende tutte queste nazioni è maggiormente auspicabile, tuttavia l’attuale tensione internazionale è soltanto il risultato di questa ricerca di dialogo diretto, tutte le parti lo sanno e infatti nessuno paventa il rischio di uno scontro armato’’. Il governo nord-coreano è criticabilissimo ma, da un punto di vista del diritto internazionale si sta muovendo bene. I predoni sono i soliti noti: gli Usa, Israele ed i loro alleati.
La burocrazia confuciana non ha mai rinunciato alla repressione – al contrario di quello che fece il marxista Kim Il Sung – ma i media ‘’atlantisti’’ e le prostitute della disinformazione pro-Israele si rendono ridicoli. Leggiamo cosa scrive lo scrittore Roberto Quaglia: ‘’La visione che i media occidentali danno della Corea del Nord è caricaturale, addirittura fumettistica, e senza offesa per i fumetti. Il leader Kim Jong-un viene tratteggiato come uno psicopatico, dedito sì ad azioni crudeli, purché rigorosamente surreali. Ci raccontano che una volta all’anno egli faccia giustiziare qualche alto papavero con la contraerea. La prima volta niente di meno che il capo delle forze armate, reo di essersi addormentato durante una parata, e sulla seconda vittima i nostri giornali non concordano neppure sul nome. Con la contraerea? – per i nostri giornalisti non c’è nulla di strano, e così non mi stupirei se al prossimo giro Kim Jong-un facesse giustiziare i prossimi malcapitati con il siluro di un sommergibile, possibilmente atomico dato che così suona più spaventoso’’ 4. Le notizie che i ‘’nostri’’ pugilatori a pagamento ( come Marx chiamava i giornalisti borghesi ) danno, d’un paese da loro così lontano, non sono verificabili e, troppo spesso, condizionati dai dispacci della CIA e del Pentagono come quando l’International Business Times scrisse che ‘’I bambini disabili vengono soffocati negli ospedali. Stessa sorte per i ragazzi più grandi: le policy del governo sanciscono che in Pyongyang non possono esserci disabili’’ usando come fonte dei disertori anonimi alla Free North Korea Radio. La verità è che ‘’Nel Luglio 2002, il Comitato internazionale della Croce Rossa, in cooperazione con il Ministero della Salute Pubblica e la Croce Rossa della Corea del Nord, ha lanciato un programma di riabilitazione per gli amputati nel nuovo centro protesi di Songrim, a 30 chilometri a sud dalla capitale di Pyongyang’’ come riportato dal Comitato internazionale della Croce Rossa, Report Annuale 2003 5. Possiamo dare credibilità a chi mente in questo modo? La risposta è, ovviamente, no. Gli Usa comprano; Kim Jong-un non ha nessuno al suo servizio da questa parte del mondo.
Kim Jong-un non è un folle ma un leader nazionalista, a tratti antimperialista ( quindi contro gli Usa svolge una funzione positiva ) che ha seguito le orme del padre abbandonando il marxismo per un misto di patriottismo ( gli riconosco il merito di saper tenere testa all’imperialismo statunitense ), confucianesimo e Stato sociale ma senza rinunciare alla repressione che, con la massima indignazione politica, condanno. Come al solito l’analisi deve precedere la propaganda ed è questo il metodo che da sempre, non senza contraddizioni, cerco di seguire.
Trotsky amava citare Spinoza il quale diceva ‘’non ridere, non piangere ma comprendi’’. I trotskisti moderni preferiscono tutt’altri riferimenti. Quinte colonne.



Stefano Zecchinelli

domenica 3 settembre 2017

Ali-la-Pointe, by Saadi Yacef

Source: Saadi Yacef, Souvenirs de la Bataille d'Alger. Julliard, Paris, 1962.
Translated: for marxists.org by Mitchell Abidor;
CopyLeftCreative Commons (Attribute & ShareAlike) marxists.org.
Saadi Yacef commanded the FLN forces during the battle of Algiers. His memoirs of the battle served as the basis for Gillo Pontecorvo’s masterpiece, in which he starred, reprising the role he played in real life. In this excerpt he talks about Ali-la-Pointe, one of the heroes of the battle.

Risultati immagini per Alì La Pointe
I met him for the first time towards the end of December 1955, in the heart of the Casbah of Algiers. Standing before me was a handsome, brown-haired man with the build of an athlete. Eschewing big words, he told me of his calm determination to fight and die for the independence of the Algerian fatherland.
His first armed action in the ranks of the soldiers without uniform of the ALN took place at the beginning of 1956. It was directed against a police informant and was crowned with success.
This confirmed my first impression, that I was dealing with a truly elite individual. I decided to take him with me and install him in my own hideout, which was situated on the rue des Abderames. I myself was already being sought by the police, and Ali’s presence at my side contributed to the strengthening of the security of our small group of leaders.
In fact, it was he who first suggested to me the idea of a hidden passageway that, in case of alert, would permit us to rapidly reach the terraces of the houses situated near our hideout of the moment. The idea was often put into practice and in many cases allowed us to escape and save our lives. At these moments, Ali put to use all the techniques of his craft as a mason.
Always in the vanguard of action, with extraordinary courage he multiplied his acts of bravery and daring. Almost all of his actions ended in success...
Our capture was one of the major objectives of the colonialist apparatus. But since the Casbah had become, thanks to the organization, a veritable maquis as impenetrable as our djebels of Kabylia and the Aurès, the enemy decided to create “counter-terrorist” groups made up of natives, in an effort to destroy our networks. In fact, the “ultra” leaders and the police appealed to the mist degraded members of the Algiers Muslim underworld. With difficulty, they managed to gather a few of them together.
One of them, Abdelkader Rafai, alias Bud Abbot, a notorious pimp, was particularly zealous in this sorry task in service to the police. It was he who, accompanied by a handful of others, placed a bomb in the home of a Muslim doctor known for his sympathy for the FLN.
His evil deeds were too many to count. He didn’t bother concealing his arrogance and contempt for the people, thinking that the protection of the colonial apparatus rendered him invulnerable.
The justice of the FLN having condemned him to death. Ali requested the honor of killing him, and the mission was confided to him; brother Arbadji Abderahmane was assigned to accompany Ali.
Once the necessary intelligence was gathered it was handed over to Ali. The date of the execution was set for March 29, 1956.
That day, on the rue Héliopolis in Algiers, Abdelkader Rafai was dining in the company of a group of men as contemptible as he. It was during this dinner that Ali and Arbadji appeared before Rafai and his terrorized friends. Rafai’s cowardice was clear for all to see.
Understanding that his final hour had arrived, he asked for mercy and begged for the organization’s pity and forgiveness. Ali, who never lost sight of the psychological aspect of things, took the time to explain to all present the reasons for the FLN’s decision. It was only after this commentary on a regular and just verdict that the machineguns began to spit out death. Rafai’s body was shot full with bullets. The carrying out of this sentence spread terror in all circles of the Algiers underworld: the personality of the executor of justice and the tales told by the survivors had much to do with this. Many members of this milieu sought contact with the organization in order to escape a fate identical to that of “Bud Abbot.”
The FLN upped its demands, which were:
1. Confiscation of all individual arms in order to enrich the stock of the ALN;
2. Elimination of drug trafficking (cocaine, opium, kif).
3. Elimination of games of chance and the ignominious exploitation that is prostitution, while waiting for the later creation of conditions for the complete liquidation of this plague;
4. A selection in order to detect those elements still healthy and recoverable and capable of voluntarily accepting the difficult sacrifices of the combat for national independence;
5. The gathering of intelligence and funds, and the placing at our disposal of safe houses.
These objectives were largely attained, though most of these individuals, for reasons of legitimate authority, were kept outside the organization itself. Naturally, a large quantity of privately owned weapons was turned over to the organization.
Those who refused to bow before the will of the FLN and continued their “work” as informants – and they weren’t numerous – were pitilessly liquidated.
This was the case, for example, of a certain Medjebri, alias Lemdani, who ran a Moorish café on the rue de la Randon. There, too, it was Ali who intervened at the head of a small commando. Medjebri and two of his acolytes were the only ones targeted.
There was already a large number of customers in the Moorish café when Ali entered its main room. Despite this, Ali aimed his fire with remarkable precision and managed to strike only the three condemned men and avoided causing any innocent victims.
After each of these actions he was aware of having carried out a doubly useful task. On one hand, he eliminated a cleverly effective enemy of the organization; on the other he increasingly liberated the inhabitants of the Casbah, who were also daily victims of the often brutal conduct of these auxiliaries of the police, from fear.
His love for the people manifested itself on every occasion, and it came to be known to all. In particular, he earned the gratitude of all of the inhabitants of the Casbah the day he executed a police agent named Sahraoui. The latter was a zealous police officer who participated in the tortures inflicted on patriots and who, on his way home, would amuse himself by overturning the carts of street merchants and trampling their merchandise. His actions were even more odious the day a patriot was killed near Sahraoui’s home after bitter resistance. To demonstrate his zeal to those of his colleagues and superiors who were on the scene, he came out of his house in pajamas, revolver in hand, shouting insults, and put the final bullet in the head of the already dead patriot. When the death of Sahraoui was announced the Muslims congratulated each other on the streets, as if it were a party.
At times Ali’s love for the people manifested itself in a particularly moving fashion. Here is one example among many others.
We had to hold an important meeting and it was decided do so far from any location already used. The militants charged with the organization of the meeting quickly found a patriot who declared himself ready to receive us. Ali accompanied me there. Our host, Amar Blis, was waiting for us in his doorway, and the other brothers were already inside. We climbed a narrow and poorly lit stairway. Once we arrived at the end of it, our host invited us to bend over in order to pass through an opening at a height of about one meter, until we finally gained access to his “apartment” Having followed his recommendations, we entered the apartment. Immediately to the right there was a small, extremely narrow hallway, about two meters long, aired out by a kind of natural porthole. A big hole, imperfectly hidden by a piece of old material of no particular color, was in front of us. We quickly learned that in this hole – used as a second room – were our friend’s wife and his many children.
The atmosphere was unbreathable and the odor unbearable. We were nauseous. I had never had the occasion to see such terrible poverty laid out before me. Ali had tears in his eyes: he couldn’t bear the sight of so horrible a spectacle. He didn’t understand how humans could live in such conditions.
He immediately made me a proposal that I quickly accepted. It was simple: we had to remove patriots from this frightful situation by acquiring a small house in the Casbah in order to make them a gift of it. And this was done. A few days later the keys to a modest house with three small rooms, a kitchen, and a sunny terrace were turned over to the unfortunate brother, who couldn’t believe his eyes and who cried tears of joy.
This fact of minor importance considerably reinforced the authority of the Front among the little people of the Casbah. In fact – and this was to our great surprise, for we hadn’t revealed anything of this act of simple human solidarity – everyone had learned of the conditions under which brother Blis had changed residence. Everything was known, including our intervention, the intervention of the FLN.
Arrested a few months later while performing his ordinary activities as a militant, brother Amar was brutally tortured for many days and nights. His torturers wanted to force him to deliver the address of my hide-out and that of Ali-la-Pointe. He showed superhuman courage and declared to the police that he preferred to die rather than denounce us.
In all these circumstances Ali, infinitely touched, felt himself surrounded by the warm and fraternal affection of the people. Nothing could have given him more satisfaction.
He constantly did honor to that confidence by delivering ever more terrible blows to the enemy and his henchmen, until the day he himself fell, weapon in hand. He died with the certainty in his heart of an imminent free and independent Algeria, an Algeria where poverty and exploitation would no longer exist. He gave his life for a sovereign fatherland, where the people would be the sole master of their destiny, a nation where citizens of all origins would be equal and brothers, and where the arbitrariness of dictatorship could never be established. A modern Algeria, always bearing in mind justice and peace in the Maghreb, in Africa, and in the world.
That was Ali-la-Pointe: a hero, a patriot, a man!

venerdì 1 settembre 2017

L’imperialismo, le grandi potenze e i paesi minori, di Michele G. Basso

Michele G. Basso, 19/08/2017 - Fonte: Facebook e Il pane e le rose

Altri interventi di Michele G. Basso

Negli ultimi decenni dell'Ottocento la superiorità della teoria di Marx sulle altre forme di socialismo fu dimostrata, ma rimasero residui di concezioni precedenti, persino tra i bolscevichi, e costrinsero Lenin a polemici chiarimenti.

Risaliva ai proudhoniani la sottovalutazione della politica, soprattutto quella estera, e la tendenza a mettere sullo stesso piano tutte le potenze, grandi e piccole, ugualmente pericolose, secondo loro, per il proletariato.

I lassalliani erano fermi all'idea che i non proletari costituissero un'unica massa reazionaria, e quindi sull'impossibilità di trovare "compagni di strada" tra la piccola borghesia e i contadini.

I seguaci di Bakunin erano indifferenti al regime politico, per cui il proletariato non doveva intervenire per impedire colpi di stato monarchici. 
Nei socialisti di fine ottocento e d'inizio novecento, queste influenze spesso s'intersecano.

Riprendo le argomentazioni di un mio vecchio articolo, eliminando ciò che era legato alla polemica specifica di allora.

Poiché l’imperialismo non è un sistema economico sociale a sé, ma una fase del capitalismo, occorre esaminare l’era precedente: Marx ed Engels non considerarono mai ugualmente pericolosi per la causa proletaria i diversi stati, e neppure le diverse potenze. Nella lettera ad Engels del 4 novembre 1864, Marx, a proposito dell’Indirizzo inaugurale dell’Associazione Internazionale degli operai (la I Internazionale), sottolineava: “denunzio la Russia, non le minores gentium” (le nazioni minori). Si batté per far comprendere ai proletari la necessità di prendere posizione in politica estera, il che ai proudhoniani sembrava quasi una bestemmia.

Alla denuncia della Russia zarista come massimo pericolo, preferivano una generica protesta “contro tutti i dispotismi”. Ci sono anche l’Austria, la Prussia, la Francia, l’Inghilterra... – ripetevano- perché prendersela con la sola Russia? (1) A un’indagine superficiale, sembravano considerazioni basate sul buon senso. In realtà, la rivoluzione del 1848-1849 fu la dimostrazione che l’impero d’Austria non era in grado di piegare la rivolta ungherese, mentre l’intervento zarista fu determinante. Ancora più eloquenti esempi della funzione della Russia furono le guerre contro la repubblica francese e poi contro Napoleone, le terribili repressioni in Polonia, e la conquista del Caucaso, tra la colpevole indifferenza dell’Europa. “Questi due affari, la repressione dell’insurrezione polacca e la presa di possesso del Caucaso, io li considero come i due più importanti avvenimenti europei dal 1815 ad oggi. Pam (Palmerston) e Bonaparte possono dire adesso di non avere governato invano, e se la guerra dello Schleswig- Holstein è servita soltanto a buttar sabbia negli occhi della Germania e della Francia sui grandi avvenimenti, ha fatto tutto il suo a favore dei russi, qualunque possa essere l’esito della conferenza di Londra”. (Marx ad Engels, 7 giugno 1864). 

Naturalmente l’opinione pubblica vide la guerra dello Schleswig- Holstein e non si preoccupò per la conquista del Caucaso - posizione strategica di enorme importanza - e per la schiavizzazione delle sue popolazioni. Oggi è ancora peggio: pochi si rendono conto che gli Stati Uniti si stanno gradatamente impadronendo dell’intera Africa, mentre i maggiordomi inglese e francese e lo sguattero italiano reggono il candelabro. E col benestare di Russia e Cina, che non hanno mosso un dito per impedire che la Nato distruggesse la Libia, aprendo il varco verso l’intero continente.

Marx ed Engels da molto tempo avevano preso posizione contro lo zarismo, anche ricorrendo ad alleanze che potevano scandalizzare i filistei. Marx collaborò a lungo con Urquhart (e suoi cooperatori in Germania) scrivendo sui suoi giornali. A Lassalle, che chiedeva spiegazioni, rispose (2 giugno 1860) che con Urquhart non aveva mai scambiato una parola sulla politica interna “da quando ho dichiarato una volta per tutte che io sono rivoluzionario ed egli con la stessa franchezza mi ha dichiarato che tutti i rivoluzionari sono agenti o dupes (zimbelli) del gabinetto di Pietroburgo.” Quindi il rapporto era limitato “al campo della politica estera, nella quale noi andiamo d’accordo con gli urquartisti”.

Quanto a Urquhart “è certamente un reazionario dal punto di vista soggettivo (romantico)... ciò non impedisce affatto al movimento che egli guida in politica estera di essere oggettivamente rivoluzionario”. Questa ostilità di Marx ed Engels per la Russia zarista non aveva un carattere nazionalistico, ma derivava da un’approfondita analisi storica sulla funzione controrivoluzionaria di quel regime, perciò non impedì loro di seguire con estrema attenzione e di appoggiare, nei decenni successivi, i rivoluzionari russi, anche se di formazione populista.

L’insurrezione polacca e la conquista del Caucaso intese come i due fatti più importanti dal 1815 (più della rivoluzione 1848 -1849!), la collaborazione con Urquhart (reazionario in politica interna, ma rivoluzionario in politica estera), il tifo dei fondatori del marxismo, nelle guerre tra Russia e Turchia, per quest’ultima: ce n’era abbastanza per far girare la testa ai proudhoniani, con la loro generica protesta contro tutti i dispotismi e ai lassalliani, che consideravano tutte le classi non proletarie come un’unica massa reazionaria. Non potevano capire che solo il crollo del bastione controrivoluzionario russo poteva garantire la ripresa delle lotte rivoluzionarie in Europa, e coinvolgere nella caduta Asburgo, Hohenzollern e il regime turco. La caduta del muro maestro della reazione comporta anche il crollo dei muri divisori. Marx Engels davano, inoltre, un’estrema importanza alla lotta delle nazioni minori, soprattutto alla Polonia, baluardo contro lo zarismo, e all’Irlanda, la cui liberazione era indispensabile per l’emancipazione sociale del proletariato inglese, perché un popolo che ne assoggetta un altro non può essere libero.

Molto bene, questo al tempo di Marx - dirà qualcuno - ma ora siamo nell’era imperialistica. Vero, ma non deve essere la scusa per capovolgere la politica di Marx e tornare a una generica opposizione a tutti i dispotismi, come i proudhoniani, o considerare le classi non proletarie come un’unica massa reazionaria, come i lassalliani, e rinunciare a una precisa posizione in politica estera. La Terza Internazionale, almeno finché visse Lenin, non commise questi errori.

Si rifletta sulla gioia dei marxisti russi, Lenin in testa, per la sconfitta della Russia nella guerra nipponica, eppure già allora il Giappone era imperialista.

Lenin fu costretto a polemizzare duramente, non solo con notori opportunisti, ma anche con comunisti (Piatakov, Radek e persino Bucharin) che negavano o sottovalutavano la possibilità, nel periodo imperialistico, di portare avanti la rivendicazione del diritto di autodecisione dei popoli, e la lotta per le riforme e la democrazia (2). Con riforme non s’intendono quelle chieste dai partiti borghesi, ma quelle che aprono la via allo sviluppo del movimento operaio, come, ad esempio, la riduzione per legge dell’orario di lavoro. Democrazia riguarda, non i mille trucchi dei politici borghesi, ma, per esempio, il diritto all’autodecisione, l’emancipazione della donna, che non esiste in buona parte del mondo, ed è limitata anche in paesi di grande sviluppo economico. Riguarda pure l’agibilità politica e sindacale dei lavoratori, la difesa contro gli arbitri polizieschi, e così via. Queste rivendicazioni sono rese più difficili dall’imperialismo, ma non impossibili, e non devono essere abbandonate.

Mi sembra utile riportare un passo di un intervento di un esponente della Frazione di sinistra del PCdI alla Conferenza nazionale della Ligue Communiste de France (ottobre 1931): divideva le parole d’ordine democratiche in 4 tipi. Si possono riassumere così:

1) le parole d’ordine che rispondono a esigenze vitali - non solo economiche, ma anche in certi contesti, politiche – delle masse lavoratrici e della loro lotta contro il capitale, per esempio il diritto di espressione, di riunione, d’associazione, di sciopero, ecc. Si chiamano democratiche perché riguardano anche altre classi.

2) Le parole d’ordine che traducono il contenuto di rivoluzioni borghesi, di cui il capitalismo non può e non vuole spingere avanti la realizzazione, in particolare nel campo agrario. La mancata soddisfazione di queste esigenze dà ai contadini poveri e senza terra un potenziale sovversivo suscettibile di fornire un contributo prezioso alla rivoluzione proletaria.

3) Le parole d’ordine corrispondenti alla situazione dei paesi coloniali, in cui i problemi della rivoluzione proletaria sono indissolubilmente intrecciati con quelli della rivoluzione borghese e della lotta contro l’imperialismo. Senza rivendicarle come proprie, il proletariato (e il suo partito) deve dare apertamente il suo appoggio a queste esigenze.

4) Le parole d’ordine relative all’esercizio del potere della borghesia. Il proletariato dei paesi avanzati non può appoggiarle, se non vuole cadere nel riformismo (3).

Condivido pienamente queste posizioni.

Nonostante gli insegnamenti di Lenin, la tendenza a disconoscere alcune di queste rivendicazioni, segnatamente quella dell’autodeterminazione dei popoli, rinasce continuamente, anche perché ha un’apparenza particolarmente radicale.
Lenin dice: “La rivoluzione socialista può divampare non soltanto in seguito a un grande sciopero o a una grande dimostrazione di strada, o a una rivolta dovuta alla fame, o in seguito a un ammutinamento militare, o a un’insurrezione coloniale, ma anche in seguito a una qualsiasi crisi politica come l’affare Dreyfus, l’incidente di Zabern, oppure a un referendum sulla questione della separazione di una nazione oppressa, ecc” (4). L’incidente di Zabern: si riferisce a violenze di un prussiano contro alsaziani, nel novembre 1913 a Zabern in Alsazia.

Lenin non si lega le mani e non pronuncia un voto di castità in politica estera dichiarando che le contraddizioni tra paesi minori e tra grandi potenze non possono essere utilizzate in chiave antimperialistica. Pensate a Lenin e ai bolscevichi, che trattarono con lo stato maggiore tedesco il viaggio in Russia sul famoso vagone piombato. Usarono tatticamente i contrasti tra nazioni imperialistiche. Gli accordi di Brest-Litovsk, l’appoggio dato alla Turchia nella guerra contro l’Intesa, il congresso di Baku in cui s’invitavano i popoli d’oriente a condurre una “guerra santa” contro l’Inghilterra, sarebbero stati inani tentativi? 
Se esistono nazioni imperialiste, esistono necessariamente nazioni vittime dell’imperialismo, ma questo, per alcuni, fa parte di una logica puramente interna all’imperialismo. Ne deriva che, se Israele invade Gaza o il Libano, o gli Stati Uniti invadono Grenada, o occupano Haiti con la scusa di portare soccorso ai terremotati, le lotte e le proteste che ne derivano non si possono utilizzare in senso classista. Provate ad applicare questo criterio alle guerre di liberazione d’Algeria, del Congo, del Vietnam, alla rivolta delle colonie portoghesi. Le straripanti piazze che in America e in Europa protestavano contro l’invasione del Vietnam sarebbero risultati fenomeni interni all’imperialismo? Un proletario del paese dominante che scende in piazza per rivendicare la liberazione di una colonia del proprio paese fa una scelta internazionalistica.

La lotta di liberazione del Congo mostrò una chiara connessione col gigantesco sciopero del 1960 nella madrepatria, il Belgio. Quanti giovani di allora fecero i primi passi verso l’internazionalismo partendo dall’indignazione per le repressioni dell’imperialismo in Kenia, in Algeria, in Congo, e dall’entusiasmo per le lotte di liberazione! Lo stimolo a leggere Marx e Lenin venne anche dalla necessità di comprendere questi fatti storici.

Le rivoluzioni borghesi in Africa e Asia non ebbero la possibilità di trascrescere in rivoluzioni socialiste perché ai vecchi colonialismi (inglese, francese, belga, olandese, portoghese, quello italiano estinto con la guerra mondiale) subentrò il più potente imperialismo USA, che, ipocritamente, non chiama colonie ma libere democrazie i paesi occupati e guidati da Quisling, o dall’ambasciatore USA, in realtà un proconsole con pieni poteri.

Oggi, il dominio della repubblica stellata è in crisi. La particolare pericolosità odierna degli USA è accentuata dal fatto che la loro supremazia economica è al tramonto, e tutto l’attivismo diplomatico, politico, spionistico, militare, terroristico ha lo scopo di ritardare l’ascesa di nuove grandi potenze globali.

Gli Stati Uniti sono alla testa di un’alleanza, la Nato, al confronto della quale la Santa Alleanza era un gioco da fanciulli; da soli spendono la metà del bilancio mondiale degli armamenti, trattano gli alleati come vassalli, invadono con i più diversi pretesti i paesi petroliferi e quelli sulla rotta dei gasdotti e oleodotti, con i droni inseguono terroristi veri e presunti massacrando nel frattempo migliaia di innocenti. Hanno riempito Europa e Asia di loro basi, e, tra la colpevole indifferenza degli altri paesi, stanno creando in tutta l’Africa una rete di contatti e di presenze militari del tutto analoga a quella che nei decenni scorsi ha schiavizzato l’America latina. Hanno finanziato, fingendo di combatterli, i peggiori terroristi, da Al Qaeda a Boko Haram al Califfato dell’ISIS, per crearsi il pretesto per interventi militari. Questo regime è caratterizzato da un revisionismo bellico paragonabile solo a quello dei paesi dell’asse negli anni trenta, con la differenza che si ammanta di ideali democratici.

Sarebbe assurdo se un comunista, invece di denunciare gli Stati Uniti, e le altre potenze, dirigesse le sue lotte principalmente contro i piccoli paesi, le “minores gentium” di Marx. Tra gli imperialismi più importanti, nonostante le ridotte dimensioni territoriali, c’è Israele, che ha un armamento atomico quantitativamente paragonabile a quello della Cina, un esercito rifornito delle più moderne armi da Stati Uniti, Francia, Inghilterra, Germania, Italia; può compiere le sue esercitazioni devastando e inquinando la Sardegna, ed è continuamente rimpinzato di dollari, non solo dei banchieri e miliardari, ma anche e soprattutto del disgraziato contribuente americano. Lo sciovinismo bellico di Israele è stato denunciato da molti ebrei coraggiosi. Quanto a Gran Bretagna, Francia, Italia hanno classi dirigenti sempre più agli ordini di Washington. Per noi, comunisti e lavoratori italiani, la lotta contro il nostro imperialismo, quello della NATO e degli Stati Uniti in particolare, diventa una sola perché il nostro paese è una piattaforma di basi per le guerre in Africa, in Medio Oriente, e, potenzialmente, contro la Russia. Lenin disse che nella prima guerra mondiale il male minore sarebbe stato la sconfitta della Russia zarista, noi con altrettanta chiarezza dobbiamo dichiarare che il male minore sarebbe la sconfitta della Nato, del suo malefico potere militare, della CIA e delle altre organizzazioni spionistiche americane, che danno ordini anche ai nostri servizi segreti. Anche perché una sconfitta degli USA, che li costringa ad abbandonare effettivamente ( e non sostituendo i soldati con i contractor o altri mercenari) l’Iraq, l’Afghanistan, il Pakistan e gli altri paesi occupati, può risvegliare il gigante in grado di colpire al cuore l’imperialismo più forte, il proletariato americano. Dobbiamo capire che il crollo del muro maestro del capitalismo, gli USA, può scatenare la rivoluzione mondiale. Come avvenne per la Russia , che da centro principale della reazione zarista divenne con l’ottobre rosso il centro della rivoluzione, la stessa cosa potrebbe avvenire con Washington. Per questo, occorre concentrarsi nella lotta contro i grandi imperialismi: “I grandi risultati si traggono dietro i piccoli; e gli effetti strategici possono quindi raccogliersi intorno a determinati centri di gravità”, scriveva Clausewitz, e Lenin consigliava ai bolscevichi di studiare il suo trattato, per le evidenti analogia tra politica e arte militare.

Occorre denunciare, oltre agli Stati Uniti e Nato, anche la Russia di Putin, che rivaluta lo zarismo e i pope, definisce Lenin e i bolscevichi “traditori della Patria” per il loro disfattismo rivoluzionario, corteggia Israele anche quando questa distrugge Gaza. Attrae l’opposizione dei borghesi danneggiati dalle sanzioni imposte dagli USA, e si ammanta di un’immeritata fama di antimperialismo. La posizione fondamentalmente difensiva non è frutto di una maggiore saggezza di Putin rispetto ad Obama, ma dei rapporti di forza, soprattutto militari.

In conclusione: la impostazione di Marx - Engels e quella di Lenin, in perfetta continuità e compatibilità, pur tenendo conto degli sviluppi storici, lasciano molte vie aperte alla lotta di classe, molti “detonatori” che possano facilitare l’esplosione della lotta di classe nelle metropoli. Questi nascono dalla ribellione delle nazionalità oppresse, dalle rivolte delle masse contadine povere ma non ancora pienamente proletarizzate di Asia, Africa e America latina. Dal fatto che, persino nei paesi più sviluppati, esistono settori arretrati, e che le guerre riportano paesi relativamente evoluti come Iraq, Siria, Libia ad una economia del baratto e della borsa nera. Lenin criticò Bucharin, che vedeva la società completamente imperialista in tutti i suoi aspetti, e ribadì che non esiste imperialismo puro senza il sottofondo del vecchio capitalismo concorrenziale.

Quanto al totalitarismo, non è specifico dell’epoca recente, ma è presente nella società imperialista fin dall’inizio, col massacro dei popoli coloniali, l’indifferenza con cui la classe dominante mandava milioni di persone a morire nelle trincee, o gli assassinii, nel paese per eccellenza della democrazia, gli USA, di neri e di comunisti. Il fascismo nacque quasi cento anni fa. Nessuno pensi, quindi, che ci sia una differenza di natura tra l’imperialismo dell’età di Lenin e quello attuale, e che le sue conclusioni teoriche siano da relegare in soffitta.

Note

1) Memoria dei delegati francesi al congresso di Ginevra (1866).

2) Lenin, “Sulla tendenza nascente dell' "economicismo imperialistico", (agosto-settembre 1916); “Intorno a una caricatura del marxismo e all’economismo imperialistico” (agosto-ottobre 1916)

3) «Trotsky, ‘La Fraction de gauche du PC d’Italie’ et les ‘Mots d’ordre démocratiques’», in ‘Programme Communiste’ n. 84-85, Ottobre 1980, marzo 1981.

4)Lenin, “La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione”.(gennaio-febbraio 1916)

https://umbvrei.blogspot.it/2017/08/limperialismo-le-grandi-potenze-e-i.html?spref=fb

lunedì 28 agosto 2017

L’imperialismo israeliano insanguina il proletariato europeo, di Stefano Zecchinelli

Governi corrotti e ‘’giornalisti venduti’’ continuano la guerra contro i mulini a vento dell’islamismo



L’analisi degli attentati attribuiti al terrorismo wahhabita fanno a pezzi le versioni ufficiali le quali non reggono a nessuna confutazione scientifica. Il giornalista Gianluca Ferrara ha scritto, giustamente, che il fine dei commenti degli intellettuali è ‘’sempre lo stesso: dividere in modo ipocrita il mondo tra buoni e cattivi, in modo da permettere a coloro che esercitano il vero potere di raggiungere gli obiettivi prefissati. Obiettivi atti a giustificare nuove spese militari, ulteriori restrizioni delle libertà in Occidente e la possibilità di usare, ancora un volta, la religione come maschera per celare la vera posta in palio che è la razzia di petrolio, gas e stupefacenti. Negli ultimi anni pianificate guerre dirette e per procura hanno destabilizzato un’importante area geografica’’ 1. L’ottimo Ferrara pone un problema interessante: negli ultimi anni sono state ‘’pianificate guerre dirette e per procura hanno destabilizzato intere aree geografiche’’ gettando le popolazioni autoctone nel caos. Il problema adesso va rovesciato: questa strategia destabilizzatrice come si riproduce nel cuore d’Europa? Vale a dire, gli Usa come portano nel cuore dell’Impero metodi colonialistici basati sulle operazioni false flag? Gli intellettuali di regime a questa domanda preferiscono non rispondere ed il motivo lo comprendo perfettamente.

Un giornalista investigativo è, prima di tutto, un avversario dei governanti quindi quello che non deve fare è riportare, come un pappagallo senza cervello, le tesi ufficiali spacciandole per verità. Diceva bene lo scienziato marxista Emilio del Giudice: le informazioni ci arrivano, sempre, dal nemico di classe. Non sbaglia, dall’altra parte, Fulvio Grimaldi quando si spinge a dire che il nostro paese è pieno di ‘’Giornalisti addestrati e pagati dalla Cia’’ 2, la lezione del giornalista tedesco Udo Ulfkotte – che rivelò d’essere stato pagato dalla Cia per diffondere notizie false – sarà servita a qualcosa? Gli scettici ed i cacciatori di ‘’fake news’’ ( come se il ‘’sistema’’ volesse il monopolio delle bufale ), ancora una volta, preferiscono non entrare nel merito delle questioni. Purtroppo per loro i fatti hanno la testa dura.
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La domanda che sorge spontanea sui fatti di Barcellona è di tutt’altra natura: perché la Spagna s’è trasformata, negli ultimi anni, in un covo di spie del Mossad israeliano? Il fatto che il Mossos venga addestrato dal Mossad, per un giornalista dell’esperienza di Fulvio Grimaldi, ‘’ci rivela gli obiettivi strategici di questi mercenari di Stato: imparare dallo Stato illegale sionista,massimo esperto di pulizie etniche e di repressione della popolazione sul proprio territorio, le tecniche per reprimere la propria popolazione in caso di manifestazioni e di qualsiasi espressione di subordinazione sociale. E' probabile che quanto Israele insegna ai robocop iberici, lo faccia anche, nella solita discrezione degli Stati canaglia, con altri Stati i cui governi siano inseriti nel progetto della dittatura mondiale dei globalisti, vedi paesi Nato’’. L’imperialismo sionista, col suo agire stragista, pone problemi di tenuta democratica per i paesi capitalistici europei, del resto la penetrazione delle multinazionali israeliane è sottovalutata dalla maggioranza degli analisti. Disattenzioni che si pagano.

Grimaldi ha diffuso un interessante video pubblicitario di Guardian Spain ‘’una impresa specializzata in corsi di formazione in sicurezza. Non si tratta di una tipologia qualsiasi di sicurezza, ma di ciò che in inglese si chiama ‘’Homeland Security’’ un concetto che in alcuni ambiti istituzionali è molto di moda negli ultimi anni. ‘’Homelad Security’’ si può tradurre con ‘’Sicurezza Nazionale’’ però preferiamo la traduzione ‘’Sicurezza Cittadina’’’’ 3. La repressione può riguardare un nemico esterno ma anche un nemico interno quindi la finalità è sempre la stessa: aumentare il senso di insicurezza per spingere i cittadini a chiedere leggi più repressive. Guardian Spain ha una particolarità: si tratta di una multinazionale al 100% israeliana.
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Logo di Guardian Spain

L’esperienza sul campo ha permesso a Grimaldi di guardare lontano e di capire cose che, solitamente, sfuggono, agli analisti alle prime armi. Israele è un laboratorio di tecniche repressive avanzate per questo cerca di sfruttare il mercato capitalistico per vendere alle borghesie europee i suoi metodi del terrore. Si tratta d’un vero e proprio marketing sionista promosso dalla Israeli Innovation Center a Gerusalemme la quale ‘’attirerà centinaia di migliaia di  studenti, soldati, capi di Stato, turisti e delegazioni commerciali,  per assistere alla straordinaria storia di come Israele sia diventata  leader di avanguardia dell’innovazione nel mondo”, ed ancora “In collaborazione con gli Stati Uniti, Israele promuove una   start-up Nazione per la leadership mondiale della tecnologia”. Il giornalista tradizionalista Maurizio Blondet ha una formazione culturale contrapposta alla mia ma, su questi argomenti, è molto attento e preparato. La fonte è inoppugnabile:

“Israele investe oggi circa il 6 per  cento del Pil in sicurezza”, dice un esperto sionista, ma “buona parte della nostra spesa per la sicurezza torna sul mercato, perché va alle industrie israeliane  che operano in questo settore e finanzia così start-up e compagnie  capaci di sviluppare tecnologie innovative. … L’Europa, in media,  investe circa l’1,5% del suo Pil in sicurezza”.  Troppo poco, come badano a ripetere Boaz Ganor e   compari: vedete quanti terroristi islamici incontrollati girano tra voi….
Un altro esperto del settore cyber security, italiano e dunque opportunamente anonimo: “Di norma le persone che escono dal Mossad o che necessitano di copertura mentre lavorano all’estero, finiscono per lavorare nel settore della cybersecurity (programmi, programmatori, progettisti, sistemisti, impianti che utilizzano droni per difesa/sorveglianza, sistemi di sorveglianza attiva e passiva …). In Italia il mercato è praticamente vergine, un boccone goloso per Israele”. 4

Aldilà del’insopportabile tradizionalismo politico di Blondet si tratta d’una pagina giornalisticamente interessante perché ricollega gli attentati wahhabiti alla necessità dell’imperialismo israeliano di fare affari in Europa. Urge un attentato in Italia, il mercato è ancora vergine e la domanda di ‘’sicurezza’’ deve salire. Gli italiani non sono abbastanza frastornati.
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Israele vende i prodotti ma non i segreti militari ed inoltre coi suoi corsi – i quali comprendono anche le esercitazioni nel combattimento corpo a corpo – recluta agenti collaboratori che nel linguaggio sionista prendono il nome di sayanim. Si tratta d’una rete del terrore sionista che, mettendo le mani avanti, riguarda la borghesia nazionalistica dello Stato ‘’per soli ebrei’’ non il mondo ebraico vittima indiretta delle malefatte del Mossad. Chiarito questo devo dirvi che i profitti sono immensi e fanno d’Israele uno dei pilastri del capitalismo globale, come dice lo storico marxista Marco Sacchi: un ingranaggio della controrivoluzione mondiale. Finita l’epoca dei De Gaulle ed Olof Palme le borghesie europee sono troppo vili per prendere di petto la questione e gli Usa non rinunceranno mai al suo primo alleato nella regione. Un problema ed un pericolo per il mondo del lavoro. Norman Finkelstein lo ripete da anni: ‘’Israele è uno Stato pazzo’’. Domanda: la guerra in Europa ( terrorismo wahhabita e sionista insieme ) è una conseguenza dell’impazzimento israeliano?
Il giornalista, Eduardo Martín de Pozuelo, ha scritto per La Vanguardia, nel giugno 2011, un articolo dove denunciava l’infiltrazione sionista e statunitense degli apparati burocratici spagnoli. Leggiamolo:

‘’Entre los motivos para considerar Catalunya como “el foco de radicales islamistas más peligroso del Mediterráneo”, los servicios secretos de EE.UU. apuntan a la alta inmigración legal e ilegal desde el norte de África –Marruecos, Túnez y Argelia– así como de Pakistán y Bangladesh, lo que a su entender supone un “imán para reclutar terroristas”. La preocupación de las autoridades incluso ha provocado encuentros de expertos y miembros de diferentes servicios de inteligencia acreditados en España, como el celebrado hace unas semanas en Madrid. Una reunión sólo para hablar de Catalunya como “nuevo epicentro del yihadismo”.

Como consecuencia de la magnitud del fenómeno, se ha constatado la llegada a Barcelona de un flujo constante de agentes secretos de distintos países con la misión de vigilar e infiltrarse entre las comunidades musulmanas donde se sospecha que pudieran ocultarse extremistas, tanto los establecidos en el país como los que estarían de paso bajo el amparo y protección de residentes.’’ 5

Arrivati a questo punto le domande sono tante. Ne formulo qualcuna: chi manovra questi ‘’jihadisti’’ provenienti quasi sempre dal sottoproletariato? Perché le armi che si portano dietro sono, quasi sempre, fasulle e soprattutto per quale particolare motivo nessuno di loro viene mai catturato vivo?Le false flag potrebbero replicarsi anche in Italia?
La polizia italiana ha mutuato i metodi israeliani e si addestra in Israele. Dobbiamo preoccuparci? La polizia milanese segue ‘’Corsi mirabolanti che spaziano dalla guida veloce all’irruzione in ambienti con persone armate, tecniche notturne di avvicinamento in zona ostile utilizzando fumogeni al posto delle bombe, uso della corda con o senza discensore ecc. ecc sono le amenità che si trovano su Internet e nei programmi pubblicizzati’’ ( Fonte: https://www.asaitalia.org/index.php/item/176-tecniche-operative-per-la-polizia-locale ). Per non parlare dei corsi di Krav Maga che servono a reclutare sayanim alla luce del sole. Domanda: quanti neofascisti sono pronti a lavorare per Israele?

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Il sionismo è un pericolo reale ma il terrorismo islamista da dove proviene, chi sono i veri registi? Si tratta d’una prosecuzione del conflitto iniziato contro il mondo musulmano con altri mezzi, scendono in campo gli stragisti ed i ‘’giornalisti venduti’’ gli danno copertura mediatica. Una guerra psicologica difficile da decifrare almeno per ora. Non aspettiamoci nulla dai grandi giornali, sarebbe una ingenuità imperdonabile.
Il poliziotto romano ‘’spaccabraccia’’ ha mutuato, senza saperlo, una frase del generale sionista Rabin il quale ordinò ai suoi sicari di ‘’rompere le braccia dei bambini palestinesi’’ durante la prima Intifada. Si tratta d’una macabra coincidenza oppure è uno dei tanti sintomi della israelizzazione del nostro senso comune? La catastrofe è imminente ma il mondo del lavoro ha, nella sua storia passata, le armi teoriche e pratiche per fronteggiarla con successo. Non tutto è perduto.
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Stefano Zecchinelli