giovedì 3 settembre 2015

I profughi dovrebbero ospitarli le sinagoghe, di Gilad Atzmon

Ieri la Germania se lè presa con la Gran Bretagna per la crisi dei migranti . La Germania si prepara ad accettare 800.000 richiedenti asilo entro la fine dell’anno . Anche la Gran Bretagna  si sta preparando per il disastro di rifugiati in crescita: ha chiuso le porte .  Il richiamo tedesco ha un certo senso, devo ammettere . Dopo tutto , è stato Tony Blair e il suo governo laburista che ha lanciato la guerra criminale che ha portato a questa crisi umanitaria globale . Ma Blair non era solo. In realtà egli era soltanto un Sabbos Goy .

Quando Blair ha trascinato la Gran Bretagna in Iraq i suoi principali raccoglitori di fondi erano Lord Michael Levy del”Labour Friends of Israel” detto Bancomat. I commentatori del Jewish Chronicle, David Aaronovitch e Nicl Cohen sono stati i più vocali avvocati per le immorali guerre interventiste nei media, non solo britannici. Da allora , abbiamo visto la lobby ebraica premere apertamente per guerre, sempre più guerre, ancora più guerre: Siria , Iran, Libia , ecc. In Francia sono stati il CRIF e Bernard Henri Lévy che ha spinto per l’intervento in Libia che ha trasformato il Mediterraneo in una trappola mortale .

Non so quanti rifugiati Lord Levy , Bernard Henri Lévy e David Aaronovitch possono ospitare nelle loro camere per gli ospiti. Ma sono convintissimo che la comunità ebraica debba porsi immediatamente in prima linea in qualsiasi sforzo umanitario per i rifugiati . In primo luogo perché gli ebrei sostengono di conoscere più di chiunque altro di sofferenza . Ma soprattutto perché è stata la politica ebraica di aggressione, con il lobbismo globale sionista, che hanno provocato questa colossale crisi dei profughi.
http://www.maurizioblondet.it/i-profughi-dovrebbero-ospitarli-le-sinagoghe-gilad-atzmon/

Per capire il Venezuela. Il Venezuela prima, durante e dopo Chávez, di Attilio Folliero

Messaggio di Attilio Folliero alla “Festa del fuoco e della parola” svoltasi a Cava dei Tirreni (Salerno) il 6 e 7 dicembre 2014 ed organizzata da ANROS Italia. In tale occasione si è svolto il primo Congresso Nazionale dell'Associazione Nazionale di Reti e Organizzazioni Sociali - Sezione Italia (ANROS Italia).

Attilio Folliero, Caracas 04/12/2014


Prma di tutto un saluto caloroso e rivoluzionario dal Venezuela, dalla Terra del sole. Mentire è manipolare, veritare è rivoluzionare. Quando i popoli si ribellano o cercano di ribellarsi allo sfruttamento ed alla miseria in cui li ha cacciati il capitalismo, la classe dominante reagisce sempre manipolando l’informazione mondiale circa questa ribellione.


E’ il caso precisamente del Venezuela. Il Venezuela è un paese immenso, quasi un milione di chilometri quadrati, tre volte l’Italia, pochisima popolazione, la metà di quella italiana e ricchissimo di risorse naturali. Tutti sanno che in Venezuela c’è la più grande riserva di petrolio del mondo, quasi 300 miliardi di barili stimati, il 20% di tutto il petrolio esistente. Tutti sanno che per mezzo secolo il Venezuela è stato il secondo produttore mondiale ed il primo paese esportatore di petrolio; è stato il paese che più di tutti ha impulsato la nascita dell’OPEC, l’organizzazione dei paesi produttori di petrolio.

Il Venezuela però non è solo petrolio; possiede anche gas, bauxite, cioè alluminio, coltan, ferro, terre rare ed oro per citare le principali risorse. Riguardo l’oro in Venezuela si trova probabilmente la miniera con la maggior riserva del mondo; “Las Cristinas” nello stato Bolivar con 500 tonnellate di oro stimate è una delle miniere più grandi del mondo, se non la più grande in assoluto. Tutti conoscono il Venezuela anche per il cacao; il cacao “Chuao” è la qualità più pregiata, che rappresenta il punto di riferimento di tutto il cacao mondiale.

Da sempre, gli ingressi derivanti da queste immense risorse finivano nelle tasche dell’oligarchia locale, che dopo l'indipendenza si è appropriata della direzione del paese, del governo.

Quando si scopre il petrolio, l’imperialismo statunitense in cambio dello sfruttamento di queste immense risorse a prezzo regalato appoggia militarmente le varie dittature che si susseguono. Queste dittature grazie appunto all’aiuto militare statunitense possono governare come credono, sfruttando il popolo, opprimendolo ed arricchendosi grazie agli introiti derivanti da tutte le risorse che finiscono nelle tasche delle classi dominanti. Le grandi multuinazionali petrolifere ottengono enormi benefici da questa situazione, pagando infime regalie, magari dell’1%.

Quando nel 1957 cade l’ultima dittatura formale, quella di Marcos Perez Jimenez, il popolo pensava di aver conquistato la libertà, la democrazia, un po’ di giustizia e migliori condizioni economiche e sociali. Ma così non sarà. Alla dittatura formale succede una dittatura ancora più feroce, anche se con sembianze democratiche. Una apparente democrazia in cui i governi erano eletti in presunte elezioni libere e democratiche. Ma a partire proprie dalle elezioni, la democrazia era solo un vestito sotto il quale si celeva una feroce dittatatura durata 40 anni, i terribili 40 anni della IV Repubblica. Nasce in questo periodo la figura del “Desaparecido”; l’avversario político o semplicemente la persona che espressava avversione al regime veniva letteralmente fatta sparire. Migliaia di persone in questi 40 anni sono “desaparecidos”. In caso il cadavere del desaparecido venisse ritrovato, per evitare ogni possibile riconoscimento, allo sfortunato “avversario politico” venivano amputate perfino le mani; i responsabili della polizia politica erano “premiati” proprio in base al numero di mani che amputavano; riempivano sacchi interi!

Particolarmente violenta fu la repressione della polizia politica sotto la direzione di un personaggio tristemente celebre: Luis Posada Carriles, agente della CIA. Posada Carriles, tra l’altro è l’autore materiale dell’attentato all’aereo cubano (6 ottobre 1976) in cui morirono le 73 persone a bordo, tra le quali i 24 membri della nazionale giovanile di scherma cubana, di ritorno dai Campionati Centramericani e Caraibici. Luis Posada Carrilles è reo confesso e praticamente ammette tutte le responsabilità nel suo libro di memorie “Los Caminos del Guerrero” del 1994. Oggi, il ricercato Posada Carrilles vive liberamente protetto negli Stati Uniti, che hanno sempre negato l’estradizione delle autorità venezuelane e cubane.

E le elezioni democratiche, libere e segrete? Hugo Chávez ha raccontato spesso come si svolgevano queste elezioni o meglio come avveniva il conteggio dei voti. Lui era un militare di carriera e spesso gli è toccato partecipare alle elezioni come membro delle forze dell’ordine. Racconta Chávez, testimone oculare, che quando dall’urna usciva un voto a favore dei partiti di opposizone, per esempio a favore del Partito Comunista, il cui simbolo è il gallo, nel seggio si gridava: “Chicchirichi questo voto è per me” e si contabilizzava a favore di uno dei due partiti che si alternavano al governo: i socialdemocratici del Partito “Accion Democratica” o i socialcristiani di “COPEI”; all’uscita del seguente voto a favore di un partito dell’oposizone si gridava: “Chicchirichi questo voto è per te” contabilizzandolo all’altro partito; in questo modo i due partiti che si alternavano al governo si spartivano tutti i voti espressi a favore dell’opposizione.

Mentre l’oligarchia si appoderava di tutte le risorse del paese, il popolo sfruttato cadeva sempre più nella povertà.

Il 27 febbraio del 1989 scoppia il “Caracazo”, la prima ribellione di un popolo contro le politiche neoliberali imposte dal Fondo Monetario Internazionale. Era successo che il governo di Carlos Andres Perez, recentemente insediatosi, a fronte di un prestito concesso dal FMI aveva adottato politiche neoliberali profondamente antisociali: dallo smantellamento e privatizzazione di tutte le imprese statali, all’aumento indiscriminato dei prezzi di beni e servizi. La goccia che fece traboccare il vaso, fu l’aumento del prezzo della benzina e per conseguenza l’aumento del prezzo del trasporto. Mentre i salari erano congelati (e rimasero congelati per 4 anni di seguito) a fronte di una inflazione galoppante che arrivò a superare il 100% all’anno, il popolo letteralmente moriva di fame; emblematico l’aumento del consumo di perrarina, il cibo per i cani. La stragrande maggioranza del popolo non potendosi permettere di comprare carne o latte era costretta a comprare il cibo che si dava ai cani, enormemente più economico.

L’oligarchia del Venezuela di fronte all’enorme aumento della domanda del cibo per i cani, intravide un’altra opportunità di guadgano, aumentando anche tale prezzo. Insomma al popolo non rimase altra alternativa per sopravvivere che assaltare i negozi.

Inchiesta "Gente que come Perrarina" del periodico "Producto" di Caracas, diciembre 1990, Anno 8, N. 87, pag. 110. Cliccare per ingrandire.

La reazione dell’oligarchia dominante e del governo fu talmente smisurata che dopo tre giorni di dura repressione si ebbero migliaia di morti. Il numero esatto dei morti non fu mai accertato e praticamente non si accerterà mai, ma una cosa è certa furono migliaia. Il ministro della Difesa, l’Italo-venezuelano Italo Del Valle Alliegri diede l’ordine all’esercito di sparare e reprimere la ribellione casa per casa. 

Antonio Ledezma, deputato, segretario privato del Presidente Carlos Andres Perez, uomo importante del partito di governo "Acción Democrática", futuro governatore di Caracas ebbe un ruolo importante nella repressione. 

Nei quartieri più poveri di Caracas, come El Valle o Coche, l’esercito e la polizia metropolitana entrava negli edifici e negli appartamenti e sparava senza pietà. Celebre la frase, típica di tutto il periodo della IV Repubblica e quindi anche in occasione della ribellione del Caracazo: “Dispara primero y averigua después”, ossia l’ordine impartito ai militari era “Prima spari e dopo ti accerti dell’identità della persona a cui hai sparato”.

Dopo la repressione e le migliaia di morti tornò una calma apparente a Caracas e nel resto del Venezuela. Il governo sospese le garanzie costituzionali ed istituì un coprifuoco che inizava alle sei di sera. Il coprifuoco fu l’ennesima occasione per liberarsi di centinaia di avversari politici, presunti o veri, che vennero ammazzati con la scusa di aver violato il coprifuoco.

Anche dopo il Caracazo, la situazione del popolo continua a peggiorare. Nel 1994 la società Venezuela già in profonda crisi sotto ogni punto di vista, economico, politico, sociale e morale avrebbe sperimentato un ulteriore aggravamento con la crisi bancaria, ossia il tracollo del settore bancario ed assicurativo: fallirono oltre la metà delle banche e degli istituti finanziari del paese, tra cui la principale, il “Banco Latino”.

Come reagì il Governo? Invece di aiutare e sostenere il popolo che perse tutti i pochi e sudati risparmi depositati, il governo trasferì ingenti quantità di denaro pubblico alle banche per evitare il fallimento. I banchieri letteralmente afferrarono il malloppo, rappresentato dai risparmi depositati e dagli aiuti del governo e scapparono all’estero. Nessuno è mai finito in galera, neppure per un giorno.

Intanto nel 1992, un gruppo di militari al comando di un tenente sconosciuto, tale Hugo Chavez tenta una ribellione militare. Ai militari era toccato l’ingrato compito di reprime il popolo e molti si erano rifiutati di obbedire agli ordini. I militari in Venezuela sono esponenti del popolo, membri delle classi più umili ed erano molto indignati per aver dovuto usare le armi contro il proprio popolo. “Maldito el soldato que dispare contra su pueblo”, ebbe a dire Bolivar, in italiano “Sia maledetto il soldato che spara contro il proprio popolo”.

Un migliaio di militari decidono di ribellarsi e dare l’assalto al palazzo presidenziale, il 4 febbraio del 1992; la ribellione fallisce, ma consegna al popolo la speranza di un futuro migliore. Succede che quel giorno, il comandante dei ribelli, Hugo Chavez, che aveva utilizzato per la direzione delle operazioni un fortino militare, denominato “Cuartel de la montaña” proprio di fronte al palazzo presidenziale (dove sarebbe stato seppellito alla sua morte, nel 2013) mentre viene arrestato è intervistato da una televisione e per l’occasione lancia un famoso messaggio ai compagni ribelli che ancora resistevano ed al popolo intero; il famoso discorso del “Por Ahora”, “Per adesso”… “Per adesso le cose non sono andate come speravamo, ma verranno tempi migliori”. Con questa frase, quel militare entra nell’immaginario collettivo; per la prima volta un militare, una persona dava speranza per il futuro… verranno tempi migliori.



Discorso del "Por ahora" di Hugo Chavez

Molti militari ribelli si erano asserragliati in un edificio nella zona di Catia, un quartiere popolare di Caracas, vicino al “Cuartel de la Montaña”, la caserma scelta da Chavez come base per le operazioni miliari. Ebbene, quando questi militari si arresero e scesero uno ad uno per essere arrestati e trasportati in autobus, spontanamente la folla cominciò ad applaudirli.

Chavez ed i militari ribelli sono tutti condannati e finiscono in carcere. La via della rebillione militare, però non finisce quel giorno; il 27 novembre di quel 1992 scoppia un’altra ribellione militare, che fallisce ugualmente.

La situazione del paese è drammatica; la crisi è generale ed il popolo è sempre più povero, abbandonato ed affamato.

Nel 1996, secondo dati ufficiali della Banca Centrale del Venezuela (BCV), l’85,78% della popolazione venezuelana viveva in povertà ed il 65,32% in estrema miseria. La situazione del paese era realmente drammatica.

Accanto alla crisi economica c’è la crisi política ed istituzionale. Il 20 maggio 1993 il Presidente Carlos Andres Perez è destituito dalla Corte Suprema, accusato di appropriazione indebita e appropriazione indebita fraudolenta. Durante il proceso si accertò, tra l’altro, che una parte dei fondi sottratti al paese furono utilizzati nel favorire l’ascesa di Violeta Chamorro alla presidenza del Nicaragua.

A Carlos Andrés Perez seguí un presidente ad interim nella persona di Octavio Lepage e successivamente un presidente eletto dal Senato, nella persona di Ramón José Velásquez in attesa delle nuove elezioni presidenziali.

Con i partiti tradizionali, come Accion Democratica e COPEI ormai allo sbando, ne approfitta un vecchio politico, Rafael Caldera, già presidente per il partito COPEI tra il 1969 ed il 1974. Caldera non solo si presenta alle elezioni con una nuova formazione per ricrearsi una verginità política a cui ovviamente nessuno crede, ma promette al popolo che in caso fosse eletto presidente avrebbe concesso l’indulto ad Hugo Chavez ed ai militari delle due ribellioni. Aveva capito che Chávez godeva di grande popolarità. Sfruttando la sua promessa venne eletto e mantiene la promessa di concedere l’indulto a Chavez ed ai militari ribelli.

Chávez esce dal carcere e trova ad attenderlo una folla sterminata. Comprende di essere estremamente popolare e di poter arrivare alla presidenza attraverso il voto. Fonda un Movimento político, denominato MVR, Movimento Quinta Repubblica e si presenta alle elezioni del dicembre 1998 e vince. Hugo Chavez asume la presidenza del Venezuela il 2 febbraio  del 1999 ed inzia immediatamente ad attuare il programa sottoposto agli elettori: rifondare la Repubblica.

I primi due anni, sono dedicati alle grandi riforme costituzionali; viene emanata una nuova costituzione e una serie di leggi fondamentali, tra le quali quella sugli idrocarburi.

Chávez sa che se vuole attuare appieno il programa presentato agli elettori, basato sulla giustizia sociale ed una migliore ridistribuzione delle risorse fra tutte le classi sociali, deve poter disporre degli introiti derivanti dal petrolio.

L’industria petrolifera, PDVSA, era stata nazionalizzata nel 1976, ma in realtà era gestita dall’oligarchia come una impresa privata. Riguardo PDVSA, si parlava come di uno stato dentro lo stato, ovvero pur essendo una impresa dello stato, gli introiti non affluivano allo Stato! Era un assurdo, ma era la realtà. Per poter disporre degli introiti di PDVSA, da utilizzare poi per colmare il debito sociale di secoli, Chavez dovette scontrarsi con l’oligarchia nazionale ed internazionale. Di qui il colpo di stato dell’11 aprile del 2002, la successiva serrata padronale fra il 2 dicembre 2002 ed il 2 febbraio 2003 e numerosi tentativi di omicidio dello stesso Chavez. Non mi soffermo su questi eventi per non appesantire il discorso e comunque sono certo che i partecipanti a questo incontro siano ampiamente informati. 

Dico solo che il Golpe del 2002 andrebbe studiato nelle università di tutto il mondo, per comprendere la manipolazione mediatica, ovvero la manipolazione di cui è capace la classe dominante attraverso i suoi media.

Chavez durante tutto il periodo di governo è stato costantemente al centro di una manipolazione dei media nazionali ed internazionali, includendo ovviamente i media di regime italiani, senza tralasciare giornali di presunte organizzazioni politiche di sinistra.

Chavez riuscendo a sottrarre gli introiti del petrolio all’oligarchia ed a dirottarli nelle arche dello stato, può iniziare finalmente un programma político, incentrato sulla distribuzione delle risorse tra tutte le classi sociali e particolarmente a favore di quelle più umili, storicamente emarginati; non dimentica i nativi, gli indigeni del paese che per la prima volta acquistano “visibilità”. Simbolica ma significativa la collocazione dei resti di Guaicapuro nel Panteon nazionale accando a Simon Bolivar e gli altri eroi nazionali. Alla ceremonia parteciparono i rappresentati dei nativi di tutto il continente americano, dall’Alaska alla Terra del fuoco.

Chavez all’inizio del suo mandato aveva anche un altro problema; oltre agli introiti derivanti dal petrolio che finivano nelle tasche dell’oligarchia e non dello stato, aveva anche il problema che questi introiti erano estremamente bassi, quindi insufficienti per il suo programma di governo. Ciò era dovuto al fatto che il prezzo internazionale del petrolio era ai minimi storici ed in particolare il prezzo del petrolio venezuelano, più basso rispetto agli altri petroli del mondo, essendo un petrolio pesante, era di soli 7 dollari al barile!

Chavez inizia un giro in tutti paesi petroliferi dell’OPEC al fine di trovare un accordo per il taglio della produzione e far risalire il prezzo. Questo accordo si raggiunge nella storica riunione di tutti i capi di stato dei paesi OPEC, svoltasi a Caracas il 25 e 26 settembre 2000. Era dal 1975 che non si riunivano i capi di stato di tutti i paesi dell’OPEC.

Con il controllo dell’industria petrolifera nazionale, l’aumento crescente dei prezzi del petrolio e la sconfitta di tutti i tentativi di colpi di stato, dal 2003 può iniziare l’attuazione del suo programma sociale, anche se gli ostacoli non erano del tutto finiti.

Nell’attuazione dei programmi sociali incontrava una vera e propia resistenza interna: il boicottaggio proveniva dalle istituzioni, dai ministeri, i cui dirigenti e funzionari erano stati ereditati dalla IV Repubblica. Per ovviare a questo boicottaggio nascono le missioni, che sono dei veri e propri ministeri paralleli. Ad esempio non potento contare sul Ministero dell’Educazione (o Istruzione come si direbbe in Italia) per sradicare l’analfabetismo e favorire a tutti l’accesso agli studi di ogni ordine e grado, è costretto a creare le Missioni: Mission Robinson, Rivas, ecc…

Non mi dilungo sulle singole missioni intraprese, sempre per non appesantire ulteriormente il discorso, diciamo solo che sono stati intrapresi programmi sociali in tutti i settori.

Alla vigilia del governo Chavez, l’85% della popolazione venezuelana – come visto prima – viveva in povertà; tutte le città era circondate da baraccopoli in cui vivevano milioni di venezuelani a cui era negato il diritto ad un’abitazione dignitosa; l’inflazione era superiore al 100%; i salari congelati per anni; l’accesso agli studi per la stragrande maggioranza dei giovani era una chimera; l’assistenza sanitaria un privilegio riservato solo ai ricchi e la pensione un privilegio riservato solamente a 100.000 fortunati vecchietti!

Nei dieci anni di governo, fra il 2003 (dal 2 febbraio 2003, dopo la sconfitta del “paro petrolero”, ossia la serrata padronale) ed il 2012 (l’8 dicembre del 2012 giorno del suo congedo ed ultimo discorso pubblico), la situazione del popolo venezuelano cambia radicalmente: la povertà è scesa al 20% circa e la miseria estrema al 7%; l’inflazione attorno al 20%, ancora alta ma enormemente inferiore rispetto a prima; tutti godono dell’assistenza sanitaria e dell’accesso gratuito agli studi di ogni ordine e grado; gli studenti universitari sono oltre 3 milioni, a fronte di una popolazione di circa 28 milioni (per un paragone con l’Italia, basta dire che oggi il numero degli studenti universitari in Italia è circa la metà di quelli venezuelani, a fronte di una popolazione più che doppia); il numero dei pensionati oggi è 3 milioni. Tutti hanno la possibilità di accedere ad una abitazione dignitosa: le banche, per legge sono obbligate a concedere il mutuo anche a chi vive con uno stipendio minimo; il tasso d’interesse sui mutui per l’acquisto della prima casa è fissato ad un terzo rispetto a quello ufficiale; inoltre per l’acquisto della prima casa è previsto un finanziamento a fondo perduto concesso dallo stato, variabile a seconda del reddito.

Malgrado tutti i benefici previsti, l’acqisto di un’abitazione era ancora un sogno per milioni di venezuelani. E’ allora che scatta la “Misión vivienda”, a cui si iscrivono 3 milioni di famiglie venezuelane. L’obiettivo diventa costruire queste tre milioni di abitazioni in 5 o 6 anni, ossia il programma elettroale di Chavez al momento della rielezione nel 2012 era incentrato su povertà e miseria zero, un’abitazione dignitosa per tutti, e la scomparsa di tutte le baraccopoli.

Ovviamente sotto il governo di Chavez non sono mancate le grandi opere infrastrutturali, come il secondo ponte sul fiume Orinoco, l’avvio del terzo ponte, l’inizio della costruzione di linee ferroviarie; in Venezuela non esisteva neppure un chilometro di ferrovia, perchè chi dettava legge erano le grandi multinazionali del petrolio e dell’automobile per cui impedivano che potesse svilupparsi un mezzo di trasporto concorrente all’automobile. La sola metropolitana di Caracas (che oggi consta di 7 linee, oltre a Metrocable, Cabletren e Buscaracas) ha una estensione pari a quella di tutte le linee metropolitane italiane, che come tutti gli italiani sanno sono presenti solamente a Roma, Milano, Napoli e Catania, per un totale di 171 Km; ed a Genova, Milano, Napoli, Torino e Brescia nella modalità di metrolpolitane leggere, per altri 42 km. L’80% delle linee metropolitane di Caracas sono state costruite nell’era Chavez.

Chavez lascia il governo l’8 dicembre del 2012 e muore il 5 marzo del 2013. Bisogna dire che probabilmente il cancro che lo ha portato alla morte è stato indotto. E’ probabile, dunque che Chavez sia stato ammazzato.

Tutto il periodo di Chavez si caratterizza per un attacco perenne contro di lui e per una manipolazione mdiatica continua a livello nazionale e mondiale. Qualunque opera venisse inaugurata, qualunque azione svolgesse il governo di Chavez, qualunque obiettivo fosse raggiunto per la maggior parte dei media venezuelani, tutti nelle mani dell’oligarchia, non esisteva niente di niente. Per i media dell’opposizione in Venezuela c’era solamente un dittatore che violava ogni sorta di diritto, che riempiva le carceri di oppositori politici, tutti prigionieri politici, scarsità di ogni tipo di bene,  inflazione alle stelle… insomma manipolazione totale. E lo stesso avveniva ed avviene con i media internazionali. Per esempio, anche nei media italiani durante le ultime elezioni presidenziali, ma anche in quelle precedenti, troviamo appoggio totale ed incondizionato al rappresentante dell’oligarchia, Capiles, venduto ai propri lettori come “progressista” quando in realtà si tratta di una fascista, appoggiato dall’oligarchia internazionale e finanziaria, il cui programma neoliberista farebbe arrossire perfino Reagan, Tacher o Pinochet.

Qual è la situazione del Venezuela oggi? Purtroppo la situazione attuale del Venezuela, a meno di due anni dalla morte di Chavez è estremamente difficle, per una serie di motivi: l’attacco dell’oligarchia nazionale ed internazionale, la caduta dei prezzi del petrolio e purtroppo – bisogna dirlo – si pagano anche gli errori commessi.

Il governo di Maduro, il successore di Chavez, si è subito trovato ad affrontare una situazione di grave violenza scatenata dal candidato perdente, il fascista Capriles che non ha accettato la sconfitta delle urna. Su istigazione di Capriles sono state attaccate e distrutte varie sedi del partito socialista, ospedali, scuote, banche pubbliche, ministeri ed edifici delle istituzioni, mezzi di trasporto pubblico; ovviamente ci sono stati anche decine e decine di morti. La violenza che è andata avanti per mesi dopo le elezioni di Aprile 2013 è ripresa con maggior vigore a partire dalla fine di gennaio di quest’anno (2014). Altri 43 morti, un migliai di feriti, con centinaia di invalidi permanente e danni notevolissimi. In questo caso il principale istigatore, Leopoldo Lopez, è stato arrestato; si è consegnato volontariamente alla giustizia dopo un breve periodo di latitanza perchè aveva capito che lui stesso era l’obiettivo della destra; ossia il piano dell’estrema destra era sacrificarlo, ammazzarlo e far ricadere la colpa sul governo e quindi scatenare una guerra civile nel paese; l’altra principale istigatrice, Maria Corina Machado, ovviamente oligarca come Lopez, proprio in questi giorni è stata incriminata.

Il Governo Maduro di fronte a questa violenza ha cercato in tutti i modi di pacificare il paese, senza usare la forza ed i militari. Ha chiamato a conversare attorno ad un tavolo tutte le parti sociali, inclusi i principali rappresentanti dell’oligarchia. In TV tutti hanno visto le conversazioni di pace in cui tra gli altri erano presenti, oltre ai rappresentati politici dell’opposizone anche i principali oligarchi del paese, tra i quali spioccava la presenza del golpista Mendoza della potente familia dei Mendoza che praticamente controlla l’intero settore alimentare del Venezuela. Ogni volta che in Venezuela si vota, per creare malconetento nella popolazione e quindi additare la colpa al governo, scarseggiano i beni di prima necessità; i Mendoza da sempre sono complici in questo gioco al massacro, in cui accaparanno i prodotti ed affamano il popolo.

Veritare è rivoluzionare. La verità va detta fino in fondo. Sedersi ad un tavolo a negoziare ed ottenere la pacificazione, la fine della violenza ha significato anche dare qualcosa in cambio e si è visto chiaramente quali sono state le concessioni fatte dal governo, che stanno creando profondo malcontento nella popolazione.

Il governo attuale, oltre alla violenza si è trovato di fronte altri due grossi macigni: il debito pubblico alle stelle, nel quale il debito estero ha una grossa  importanza e la caduta dei prezzi internazionali del petrolio. Oggi il Venezuela è stremato; la situazione è grave.

Tra il 2012 ed il 2013, ossia nel prima anno di governo di Maduro il PIL è crollato: è passato dai 300 miliardi di dollari del 2012 ai 227 del 2013 ed è destinato ulteriormente a scendere nel 2014 (secondo l’ultima previsione il PIL 2014 sarà di circa 200 miliardi); il debito pubblico è passato dai 44 miliardi, il 15% del PIL, del 2008 ai 115 miliardi di fine 2013, ovvero il 50% del PIL, ai 122 miliardi del primo trimestre 2014, ultimo dato disponibile, il 60% del PIL; le riserve internazionali che tanto hanno aiutato Chavez nei momenti più difficili, sono crollate dai 43 miliardi  del 2008 ai 21 miliardi del 2013, scese fino ai 19 miliardi del primo trimestre 2014. L’inflazione sotto controllo nell’era Chavez ha ripreso a galaoppare e per quest’anno sarà prossima al 100%; il salario minimo che alla fine del 2012 era uno dei più alti del continenete americano si è letteralmente sciolto come neve al sole; le continue svalutazioni del bolívar nell’era Maduro hanno praticamente ridotto il salario minimo venezuelano ad uno dei più bassi al mondo.

La eliminazione o una maggiore flessibilizzazione del controllo del cambio è sempre stata una delle principali richieste dell’oligarchia, a cui Chavez ha sempre resistito.

La política economica di Chávez e Giordano, il suo Ministro dell’Economia per quasi tutti e 14 anni di governo (tranne una breve parentesi in seguito al decesso della moglie) si è basata sul controllo del cambio. E’ stato lo strumento che ha permesso utilizzare le ingenti entrate in dollari, derivanti dalla vendita del petrolio, per fini sociali.

Controllo del cambio non signiica solo fissare il prezzo del bolivar da parte del governo, ma significa anche stabilire le modalità con cui i privati possono accedere alla pur sempre limitata risorsa rappresentata dai dollari. Malgrado le grandi risorse naturali di cui dispone, il Venezuela “produce” ed esporta solo petrolio; tutto il resto è importato. Per accedere al mercato internazionale, per importare qualiasisi tipo di bene è necessario disporre di dollari.

I dollari, derivanti dalla vendita del petrolio erano accentrati nelle mani del governo che tramite appunto il controllo del cambio, oltre a fissare il prezzo di cambio del dollaro in bolívar, stabiliva quanti dollari concedere ed a quali settori concederli.

Premesso che una parte dei dollari venivano utilizzati direttamente dal governo per gli investimenti sociali, il resto veniva dato alle differenti attività commerciali, dando priorità a quegli operatori che si dedicavano all’importazione di beni alimentari. Tutti i settori erano pienamente soddisfatti e difatto per undici anni, dal 6 febbraio 2003, data d’entrata in vigore del controllo cambiario, al 26 marzo 2014, data dell’introduzione del SICAD2 e della flessibilizzazione, il Venezuela non ha avuto grosse scarsità di beni, l’inflazione seppur alta era sotto controllo ed oscillante attorno al 20/30%, contro il 100% ed oltre del periodo anteriore a Chavez e successivamente all’entrata in vigore della flessibilizzazione, ossia attualmente.

Anteriormente al controllo del cambio di Chávez, con il cambio libero fissato dal mercato e senza alcuna restrizione nella quantità di dollari acquistabili, i dollari andavano quasi totalmente nelle tasche dei più ricchi che in definitiva li esportavano, depositandoli in conti bancari negli Stati Uniti e nei paradisi fiscali, che abbondano ai Caraibi.

I governi di destra che si alternavano al governo non solo non avevano nessuna volontà política di fare investimenti nel sociale (scuola, istruzione, sanità, previdenza sociale, investimenti in infrastrutture di base, ecc…) ma erano anche impossibilitati dalla mancanza di risorse, dato che appunto i dollari derivanti dalle entrate petrolifere finivano nelle tasche degli oligarchi e dei più ricchi.

Il controllo del cambio è stato lo strumento centrale che ha permesso a Chávez sviluppare una política tendente ad una maggiore distribuzione delle risorse tra tutte le classi sociali.

Controllando il valore del dollaro e distribuendo i dollari in maniera appropriata fra tutti i settori economici ha potuto soddisfare le esigenze anche delle classi più umili; anzi le classi più umili venivano continuamente beneficiate dal fatto che il salario era annualmente aumentato ed in misura sempre superiore all’andamento dell’inflazione. In coclusione il valore del bolívar era fissato dallo stato, a volte rimanendo invariato per anni, per cui i beni importati avevano sempre lo stesso valore rispetto al bolívar e dall’altra parte aumentando e rivalutando continuamente stipendi e pensioni, anche le classi più umili sono potute uscire dal limbo della povertà in cui si trovavano.

Con Chavez ancora vivo (sarebbe morto il 5 marzo del 2013) il governo Maduro inizia a svalutare il Bolivar, senza che ci fossero dei motivi (almeno visibili): il 9 febbraio del 2013 il bolivar passa da 4,30 a 6,30, una svalutazione praticamente del 50%. Quindi di un solo colpo gli stipendi, soprattutto delle classi più umili, quelli a stipendio minimo (circa il 40% della popolazione, includendo i circa 3 milioni di pensionati il cui assegno di pensione è aggangiato al salario minimo) perdono potere d’acquisto.

Successivamente iniziano le tappe per flessibilizzare il controllo del cambio: si introduce il SICAD1 ed il 26 marzo 2014 si arriva al SICAD2. In sostanza si tratta di altre svalutazioni; con il SICAD1 il cambio del bolívar col dollaro è fissato attorno a 12; con il SICAD2 il cambio arriva a 50. Ossia da un cambio a 4,30 bolivares per dollari si è passati in pochi mesi di gestione Maduro a tre cambi: 6,30 utilizzato per le importazioni di prodotti di prima necessità, a 12 per prodotti mediamente importanti ed a 50 per prodotti presuntamente meno importanti, tra i quali biglietti aerei per voli internazionali, computer, cellulari, toner per stampanti. Tutte queste svalutazioni hanno ridotto enormemente il potere d’acquisto degli operai e dei salariati in genere.

Abbiamo detto che il debito pubblico pesa ormai come un macigno ed i debiti vanno rispettati soprattutto quelli esteri, per cui pagare i debiti significa sottrarre risorse in dollari da destinare all’importazione (e conseguente aumento dell’inflazione, che quest’anno viaggia attorno al 100%).

Ultimamente però si è aggiunto un ulteriore problema: la caduta internazionale dei prezzi del petrolio; se ancora ad inizio agosto i prezzi del petrolio erano attorno ai 90/100 dollari al barile, a fine novembre il prezzo scende al di sotto dei 70 dollari per barile. Con un minore ingresso di dollari, si è ulteriormente ristretta la quantità di dollari destinati all’importazione.

Ad agosto il giornalista ed ex político e collaboratore di Chavez, Jose Vicente Rangel, ha denunciato che la destra prepara un “golpe parlamentare”, stilo quello operato in Paraguay ai danni del presidente Fernando Lugo. L’obiettivo della destra è ottenere la maggioranza assoluta nelle prossime elezioni parlamentari del 2015 e con la maggioranza assoluta destituire il presidente Maduro; ovviamente i meccanismi per estromettere un presidente son ben altri e vanno oltre la semplice maggioranza assoluta in Parlamento. Detto in parole povere: Rangel ha voluto avvertire il governo che il malcontento popolare potrebbe consentire alla destra di ottenere la maggioranza assoluta in parlamento.

Che lezione trarre dal Venezuela e dalla rivoluzione bolivariana? Almeno due lezioni.

La prima è che quando i popoli si ribellano e chiedono maggiori diritti, migliori condizioni economiche ed una distribuzione più egualitaria delle risorse del paese, tra tutte le classi sociali, la classe dominante non è mai disposta a cedere; farà di tutto per conservare il proprio predominio ed utilizzerà tutto il potere di cui dispone, a partire dallo strumento di manipolazione rappresentato dai media, per screditare chi cerca di governare a favore dei più umili, come successo con Chavez.

L’altra lezione è che una rivoluzione cosiddetta pacifica è sempre destinata a fallire, per due motivi; prima di tutto perchè lascia inalterato il potere della classe dominate; prendere il potere político attraverso la via del voto, la dove fosse possibile, e governare nel rispetto delle regole democratiche, non toccando il potere economico delle classi dominanti, significa dare al nemico, la classe borghese dominante, proprietaria dei mezzi di produzione borghese la possibilità di riprendersi e tornare all’attacco.

L’altro motivo per cui una rivoluzione pacifica è destinata a fallire è dovuto al fatto che quando un governo è costretto continuamente a cercare il consenso nelle urna (praticamente ogni anno c’è una elezione; se non è quella presidenziale, c’è quella parlamentare, quella amministrativa, un refernedum….) deve impiegare le risorse, sempre limitate, non in atti di governo di lungo periodo ma sempre a breve termine. Che significa in sostanza? Nel Venezuela di Chavez sono stati commessi errori, dovuti alla pressione di cercare il consenso nelle urna, errori che stanno emergendo oggi. Le ingenti risorse derivanti del petrolio sono state si investite nel sociale, ma non in maniera produttiva; ossia una delle grandi preoccupazioni espresse sempre da Chavez era di romprere con il paradigma del monoprodotto assegnato dalle potenze coloniali; anche quando i paesi dell’America Latina hanno raggiunto l’indipendenza non sono riusciti a liberarsi della cultura del monoprodotto.

Al Venezuela, il colonialismo un tempo e l’imperialismo oggi hanno assegnato il compito di produrre petrolio, impedendo qualasiasi sviluppo di una industria locale; tutto è importato. Chavez voleva rompere con questo paradigma, ma sviluppare una industria locale al fine di ridurre la dipendenza dalle importazioni, significava investire una parte anche consistente delle risorse derivanti dal petrolio; i benefici si sarebbero visti quindi nel lungo periodo; ma investire sul lungo periodo avrebbe significato mancanza di risorse nell’immediato, cosa che avrebbe fatto vacillare il consenso. Per esempio il Venezuela è ricco di oro, ma sfruttare le miniere d’oro significa investire ingenti quantità di risorse. Il Venezuela oggi ha grandi riserve d’oro ma non può estrarlo perchè non ha investito. Tutte le risorse venivano impiegate nel sociale, a favore del popolo, ma non in maniera produttiva.

Il Venezuela è rimasto legato al petrolio, alla politica del monoprodotto, imposta dall’imperialismo. Oggi crollano i prezzi del petrolio, il Venezuela non ha le risorse per importare e ciò crea svalutazione, inflazione e malcontento crescente che si ripercuoterà nel momento delle elezioni. In fin dei conti, l’attuale presidente Maduro ha vinto con solamente 200.000 voti di vantaggio; quindi l’opposizone col malcontento crescente ha la possibilità di riprendersi il potere nel silenzio delle urna.

In definitiva la lezione che viene dal Venezuela è che una rivoluzione per avere ssuccesso deve procedere a:

  • Espropriare tutte le grandi e medie imprese industriali, commerciali e di servizio senza compenso alcuno;
  • Chiusura e sparizione delle Borse;
  • Controllo operaio collettivo e permanente della produzione e della contabilità in tutte le imprese, garantendo la trasparaenza informativa per il pieno conoscimento della verità in ogni momento ed in ogni ambito della vita sociale;
  • A ciascuno secondo il proprio lavoro (nella fase del socialismo); nella fase del comunismo si arriverà al principio “A ciascuno secondo i pripri bisogni”
  • Governo basato sulla democrazia diretta, dove tutte le cariche sono revocabili in qualiasi momento.
http://umbvrei.blogspot.it/2014/12/per-capire-il-venezuela-il-venezuela.html

lunedì 31 agosto 2015

Kahalil: Conflicto es Siria sólo se resolverá si respetan su soberanía

La falta de respeto a la soberanía y la libre autodetermianción en Siria es lo que ha dificultado resolver el conflcito en el país. Sin embargo, ello representa una amenaza para las dictaduras petroleras y aliadas a EE.UU. en la región, sostuvo Susana Kahalil, politóloga y especialista en Medio Oriente. Por ello, el plan de paz para Siria de la ONU debe tomarse con cuidado, ya que busca "imponer un gobierno de transición". 

domenica 30 agosto 2015

Resistenza a viso aperto, di Bahar Kimyongur

Riporto questa datata intervista al Sheik Hassan Al Zargani fatta dal giornalista Bahar Kimyongur. La ritengo importante, a distanza di anni, perchè ci aiuta ad inquadrare il ruolo dei musulmani sciiti nella formazione dei movimenti di liberazione nazionale in Medio Oriente. Buona lettura. S. Z.

Sheik Hassan Al Zargani, ministro degli esteri di Moqtada Sadr

"Resistenza a viso aperto"
Sheik Hassan Al Zargani, ministro degli esteri di Moqtada Sadr

D: Puಠfarci un´aggiornamento della situazione nell´Iraq del sud e in particolare della corrente di Moqtada Sadr?
Il nostro movimento ha avuto inizio con la caduta del regime di Saddam. Ci siamo presi la responsabilità  di fornire assistenza medica, approvvigionamenti e carburante dato che lo stato Iracheno era assente. Lo stesso ਠavvenuto per quanto riguarda la sicurezza. Organizziamo la gente attorno alle moschee per garantire la sicurezza e la fine dei saccheggi. Regoliamo anche il traffico.
Il movimento di Sadr proviente da una lunga tradizione ed ਠparte della coscienza del popolo Iracheno. Esiste fin dagli anni ´70 con il primo Sadr ed ਠcontinuato con il Secondo Sadr che ਠstato martirizzato nel 1999. Ora ਠguidato dalla leadership di Moqtada Sadr dopo suo padre, suo fratello, sua zia e suo zio sono stati uccisi.
Possiamo chiamarlo "corrente" oppure "linea" o qualsiasi altra cosa, questo movimento nasce dal popolo e lavora per il popolo di cui rappresenta la metà . Questa fedeltà  proviene lealtà  di Moqtada ai propri principi e responsabilità . La corrente non ha alcuna intenzione di prendersi cariche istituzionali. Ci siamo rifiutati di far parte del nuovo governo basato sulle principio delle quote confessionali.
Molti settori delle masse e anche molti leader religiosi si sono riuniti attorno a questa giovane ed energica guida. Dopo la caduta di Bagdad ha immediatamente partecipato alla resistenza pacifica che consiste in scioperi, dimostrazioni e tutte le forme di protesta.
Poi ਠarrivato il momento in cui le truppe Americane hanno iniziato a sparare sulle dimostrazioni pacifiche e hanno chiuso gli uffici dell´Imam Moqtada Sadr e il suo giornale. Ci hanno minacciato con una multa di 100.000 dollari se avessimo continuato a pubblicare e a parlare del movimento. Hanno fatto ciಠperchà© scrivevamo per il popolo e lavoravamo per i suoi interessi. Non abbiamo chinato la testa. Abbiamo iniziato una sollevazione popolare. Siamo stati gli unici ad aver ufficialmente adottato la resistenza. Lottiamo a viso scoperto, con una nome conosciuto ed una linea politica risaputa da tutti. Siamo orgogliosi di cià². Perchà© non c´à¨ altra forza sulla terra apertamente contro gli USA che sta sulla propria terra e lotta con le proprie masse senza dover per questo scomparire nel sottosuolo.
D: Quali sono i rapporti con le altre forze della resistenza?
Noi coordiniamo tutte le forze della resistenza ma non consideriamo come resistenti coloro che vogliono soltanto esportare in Iraq la violenza criminale, mettendo bombe nelle moschee, nelle chiese, tra gli studenti e i semplici poliziotti uccidendo gente innocente. Questi sono terroristi e sono le reali forze che resistono alla resistenza. Loro danneggiano la reputazione della resistenza, indebolendo le sue basi popolari ed incrementando la spaccatura tra le diverse confessioni. Ma praticamente siamo coordinati con le altre parti della resistenza e abbiamo partecipato alla battaglia di Fallujah. A Fallujah i mujahidin hanno innalzato le foto di Moqtada Sadr e gli striscioni con la scritta "Da Fallujah a Kufa, non consegneremo la nostra patria". Ora abbiamo un cimitero a Fallujah che ਠdetto dopo Sadr. Dall´inizio degli scontri a Fallujah – ed intendo difendere la città  contro l´invasione e non la guerriglia nellle strade – ci sono state quattro brigate di Mahdi Army a difendere la città .
Esiste un documentario ed un libro ufficiale. Tutti lo dicono e nessuno si sogna di negarlo. Anche coloro che hanno combattuto a Fallujah sono venuti a Najaf e hanno partecipato alla battaglia che li si ਠsvolta. Ci hanno fornito cibo e medicine nel corso della battaglia di Najaf come noi abbiamo fatto con loro. Ciಠha spossato il nemico. In conseguenza a ciಠhanno incrementato i loro attacchi contro l´Imam Sadr e hanno asserito che i Kurdi e gli Sciiti erano vittime del precedente regime e che la Resistenza esiste soltanto nelle zone Sunnite, rappresentata soltanto dai seguaci del regime Baath. La resistenza capeggiata da Sadr – che ਠstato egli stesso un importante oppositore del precedente regime – travalica i limiti confessionali e da alla resistenza una dimensione Irachena nazionale.
Il secondo punto ਠil carisma di Moqtada Sadr che ha raggiunto la popolarità  dopo lo scontro con gli Americani distruggendo l´immagine degli USA invincibili utilizzando armi molto semplici. Il terzo punto ਠche la resistenza ha formato una forte solidarità  tra tutti gli Sciiti della popolazione ed ha mostrato che la resistenza ਠun fattore importante che unisce il popolo Iracheno. E´ questo il motivo per cui gli attacchi all´Imam Sadr sono stati cruciali e sono stati accompagnati da una forte campagna diffamatoria. Il popolo Iracheno ha capito questo ruolo e le relative difficoltà  e responsabilità . Il supporto alla currente di Sadr ਠincrementato e le masse hanno difeso gli uffici di Moqtada Sadr a Najaf, Kufa e in tutte le città  del Sud, del Centro e del Nord e anche a Kirkuk. Devo ricordare che Kirkuk ci chiese aiuto riguardo ai danni causati dai Kurdi. Nessuno era in grado di aiutarli se non l´Esercito Mahdi. E´ per questo che la gente di Kirkuk ਠorgogliosa dell´Esercito Mahdi e ringrazia Moqtada Sadr che li ha salvati dall´egemonia degli alleati USA peshmergas.
D: Quali sono le prospettive per il futuro?
Noi speriamo in un Iraq migliore poichà© ci sono molte persone che resistono che rifiutano l´occupazione, ma dobbiamo fare attenzione perchà© alcuni gruppi fondamentalisti stanno cercando di innescare un conflitto, mettendo bombe, tra le confessioni o tra i gruppi politici, tra le diverse nazionalità  o tra mussulmani e cristiani. Ci sono ancora molti cambiamenti da affrontare. L´occupazione e i traditori sono ancora qui. Ma abbiamo ancora le grandi basi delle masse popolari che credono nella vittoria della patria Irachena contro tutti questi fenomeni.
Intervista: Bahar Kimyongür, Fronte per i Diritti e la Libertà  (HOC; Turchia)
Intervista realizzata da Bahar Kimyongür, Fronte per i Diritti e la Libertà  (HOC; Turchia)
Nota editoriale
E` un fatto che la profonda ostilita´ del movimento radicale e antimperialista di Moqtada verso Saddam ma anche verso qualsiasi forma di baathismo rappresenta un gravissimo problema per le sorti della resistenza irachena (che risulta divisa in due blocchi principali), mentre questa divisione e´ un punto di forza per gli occupanti. E´ indiscutibile che la spina dorsale della Resistenza e´ costituita, se non da tutto il vecchio partito Baath, dalle componenti che a vario titolo fanno riferimento all´eredita´ baathista ( e cio´ fa senz´altro onore al baathismo iracheno). Pensare di cacciare gli angloamericani senza di esso e´ certo una pia illusione. Per questo, da lontano, non possiamo che esprimere l´augurio che certe divisioni abbiano fine e si possa vedere quanto prima la formazione di un Fronte Unito di liberazione nazionale.
Campo Antimperialista
http://www.antiimperialista.org/tr/node/1233