sabato 16 maggio 2015

Israele pratica il terrorismo in America Latina, di Marc Vandepitte

Nel precedente articolo Israele, ingranaggio della controrivoluzione mondiale ho messo in evidenza il ruolo che Israele svolge a livello mondiale. Ebbene questo articolo che viene dall’America Latina è l’ennesima prova di questo ruolo.
http://www.resistenze.org – osservatorio – della guerra – 14-06-10 – n. 323
da http://www.rebelion.org/noticia.php?id=107774
Traduzione dallo spagnolo per http://www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Israele non si “difende” solo in Palestina ma pratica il terrorismo anche in America Latina
di Marc Vandepitte – Granma
13/06/2010
(Estratto)

Il mondo ha reagito con orrore per la strage recentemente compiuta da Israele contro il convoglio umanitario. Le brutalità dello Stato ebraico sono ben note, in particolare quando riguardano la Palestina. Meno noti sono invece gli interventi nelle guerre sporche svoltesi in America Latina negli ultimi cinquant’anni.
(…)
Israele non ha le mani pulite nemmeno in Sudamerica. I popoli latinoamericani non hanno un buon ricordo dell’ingerenza dello stato ebraico nel continente. Fin dall’inizio Israele ha appoggiato un ampio ventaglio di regimi di destra e dittature militari. La lista dei paesi cui ha fornito armi, assistenza e formazione di militari e paramilitari è estesa: Argentina, Bolivia, Brasile, Colombia, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Haiti, Honduras, Nicaragua, Panama, Paraguay, Perù e Venezuela.
Gli israeliani sono stati molto attivi in varie guerre sporche, mettendo a disposizione dei regimi più brutali le loro esperienze e conoscenze. In El Salvador negli anni sessanta hanno formato la polizia segreta, la stessa da dove sono poi nati gli squadroni della morte responsabili di decine di migliaia di vittime, specialmente civili. L’ufficiale più noto da loro istruito è Roberto D’Aubuisson, colui che ha diretto l’assassinio di Monsignor Romero e di migliaia di altri salvadoregni. In seguito, questo ufficiale ha poi tranquillamente mandato suo figlio a studiare in Israele.
Gli israeliani hanno mostrato il peggio di loro stessi anche in Nicaragua, fornendo fino all’ultimo armamenti al dittatore Somoza. Subito dopo la sua caduta, gli israeliani hanno addestrato i “contras” che operavano partendo dall’Honduras e dalla Costa Rica seminando terrore all’interno del Nicaragua e provocando migliaia di vittime civili innocenti.
La loro partecipazione è stata ancora più sanguinaria in Guatemala, questo dagli anni settanta fino agli anni novanta. Hanno fornito armi, equipaggiamenti militari – compresi aerei – e hanno perfino costruito una fabbrica di munizioni. Sono stati implicati in una delle più violente campagne controrivoluzionarie conosciute nell’emisfero occidentale dai tempi della conquista spagnola. In quell’operazione sono morte più di 200 mila persone, in gran parte indigeni. In quella guerra “l’esperienza” israeliana è stata molto utile. Come capitato ai palestinesi, gli indigeni sono stati deportati e i loro agglomerati urbani rasi al suolo.
La Colombia è il paese dell’America Latina in cui vi sono stati più uccisioni di sindacalisti, militanti per i diritti umani e giornalisti. In tutto ciò Israele non era certo assente. Carlos Castaños è stato (fino alla sua scomparsa) il capo della AUC (Autodifese Unite Colombiane) la milizia paramilitare di destra più forte mai esistita. Questa milizia supera in barbarie quelle di tutti i paesi del continente. Castaños ammette nella sua biografia: “In Israele ho imparato un sacco di cose… devo a quel paese buona parte della mia essenza, dei miei successi umani e militari… ho imparato il concetto di milizia paramilitare in Israele”.
I motivi per cui gli israeliani sono così attivi in operazioni di guerra sporca sono due. Anzitutto l’industria bellica. Da tempo questo paese è uno dei primi produttori di armi al mondo. Ogni anno vende armamenti per 3,5 milioni di dollari e il settore impiega 50 mila persone, ossia il maggiore datore di lavoro del paese, ed inoltre Israele ha la più alta spesa per armi pro capite del mondo.
La seconda ragione è strategica. Lo stato ebraico dipende dagli Stati Uniti. Senza l’appoggio finanziario e militare della Casa Bianca quel paese non sopravvivrebbe, né potrebbe essere una potenza dominante in Medio Oriente. Tel Aviv, in cambio, è disposto a fare il lavoro sporco per la potenza che la protegge. Si tratta dello stesso ruolo giocato dagli anticastristi a Miami. In cambio del sostegno di Washington le organizzazioni terroristiche fanno il lavoro sporco. In quasi tutte le operazioni militari e paramilitari più importanti in America Latina dagli anni settanta, si incontrano le facce dei “Miami boys”. Qualche esempio: nelle guerre dei “contras” contro i Sandinisti, più recentemente nel fallito golpe in Venezuela nel 2002 e in quello dell’Honduras nel 2009.
Non si tratta di una coincidenza che Israele sia implicato nel golpe in Honduras; quando la Casa Bianca non può intervenire direttamente per questioni d’immagine, fa regolarmente intervenire il suo alleato israeliano. Documenti declassificati dimostrano che gli USA hanno sostenuto la controrivoluzione in El Salvador e Guatemala. In un rapporto dell’infame colonnello Oliver North, un membro della sicurezza nazionale di Ronald Reagan, si può leggere: “Così come deciso ieri, ho chiesto alla CIA e ai Ministeri di Difesa e Interni di fornire assistenza a Guatemala e El Salvador. Potrebbero occuparsene gli israeliani”. In un altro documento si legge: “Abbiamo buone ragioni di credere che i nostri amici israeliani siano pronti – o che lo abbiano già fatto – a fornire importanti aiuti militari al governo del Guatemala”.
Sono d’accordo col presidente Chávez, Israele deve comparire di fronte alla Corte suprema internazionale. Ma secondo la mia opinione questo non vale solo per il recente massacro e per quanto fatto a Gaza e in molte altre operazioni in Palestina, ma anche per il ruolo giocato in America Latina.

 https://marcos61.wordpress.com/2010/06/22/israele-pratica-il-terrorismo-in-america-latina/

Lo Stato contro la Repubblica, di Thierry Meyssan

Su richiesta del Presidente François Hollande, il Partito Socialista francese ha pubblicato in questi giorni una Nota sul movimento internazionale «cospirazionista». Lo scopo: elaborare una nuova legislazione che gli proibisca di esprimersi. Negli Stati Uniti, il colpo di Stato dell’11 settembre 2001 ha permesso la messa in atto di uno «stato d’urgenza permanente» (Patriot Act) e l’inizio di una serie di guerre imperiali. Poco a poco, le élite europee si sono allineate sulle loro omologhe d’Oltreatlantico. Dovunque i cittadini temono di essere abbandonati dai loro Stati e mettono in discussione le loro istituzioni. Nel tentativo di mantenersi al potere, le élite sono ormai pronte a usare la forza per imbavagliare i loro oppositori.


Il Presidente della Repubblica francese, François Hollande, ha assimilato ciò che definisce «teorie del complotto» al nazismo e lanciato un appello affinché se ne proibisca la diffusione su internet e sui social network.
Al Memoriale della Shoah il 27 Gennaio 2015 ha dichiarato:
«[L’antisemitismo] nutre le teorie del complotto che si diffondono all’infinito. Quelle teorie del complotto che in passato hanno dato vita al peggio» (...) «[La] risposta, consiste nel prendere coscienza del fatto che le tesi complottiste si diffondono attraverso internet e i social network. Ora bisogna ricordare che fu prima di tutto con il verbo che si preparò lo sterminio. Occorre agire a livello europeo, e anche internazionale, perché venga definito un quadro giuridico, perché le piattaforme internet che gestiscono i social network siano messe di fronte alle loro responsabilità, e perché ci siano sanzioni in caso di mancato rispetto» [1].
Diversi ministri hanno anche schernito quelle che chiamano teorie del complotto come altrettanti «fermenti di odio e di disintegrazione della società».
Sapendo che il Presidente Hollande chiama «teorie del complotto» l’idea che gli Stati, di qualunque regime - ivi incluse le democrazie -, abbiano una propensione spontanea ad agire nell’interesse proprio e non in quello degli amministrati, se ne può concludere che ha scelto questo paragone per giustificare un’eventuale censura dei suoi oppositori.
A conferma di questa interpretazione, vi è la nota pubblicata dalla Fondation Jean-Jaurès, think tank del Partito socialista di cui Hollande è stato Primo Segretario, intitolata «Cospirazionismo: stato dell’arte» [2].
Lasciamo da parte le relazioni politiche di François Hollande, del Partito Socialista, della Fondazione Jean-Jaurès, del suo Osservatorio delle radicalità politiche e dell’autore della nota, e concentriamoci sul suo messaggio e contenuto ideologico.

Definizione delle «teorie del complotto»

Le espressioni «teorie del complotto» e «cospirazionismo» si sono sviluppate in Francia in seguito alla pubblicazione del mio libro sull’imperialismo statunitense post-11-Settembre, L’Effroyable Imposture [3]. A quell’epoca facevamo fatica a capire il loro significato perché rimandavano alla storia politica americana. Negli Stati Uniti, si usava chiamare «cospirazionisti» quelli che sostenevano che il presidente Kennedy non era stato assassinato da un uomo solo ma da più persone, e che ci fu appunto una cospirazione (nel senso giuridico). Col tempo, queste espressioni sono entrate a far parte della lingua francese e si sono sovrapposte a ricordi degli anni 30 e della Seconda Guerra mondiale, quelli della denuncia del «complotto ebraico». Queste espressioni sono dunque oggi polisemiche, e evocano a volte la legge del silenzio statunitense e altre volte l’antisemitismo europeo.
Nella nota, la Fondazione Jean-Jaurès dà la sua definizione del «cospirazionismo».
È «un racconto "alternativo" che dice di voler scompigliare in modo significativo la conoscenza che abbiamo di un avvenimento e quindi porsi in concorrenza con la "versione" comunemente accettata, stigmatizzata come quella "ufficiale"» (p.2).
Diciamo pure che questa definizione non si applica soltanto ai deliri dei malati mentali. Così Platone, con il mito della caverna, affermava di mettere in discussione le certezze del suo tempo; Galileo con la sua tesi eliocentrica sfidava la lettura che la sua epoca dava della Bibbia; ecc.
Per quanto mi riguarda e siccome mi si definisce il «papa del cospirazionismo» o meglio l’«eresiarca», secondo l’espressione del libero pensatore italiano Roberto Quaglia, riaffermo il mio impegno politico radicale, nel senso del radicalismo repubblicano francese, di Léon Bourgeois [4], di Georges Clémenceau [5], di Alain [6] e Jean Moulin [7]. Per me, così come per loro, lo Stato è un Leviatano che, per sua natura, abusa di coloro che governa.
Da repubblicano radicale, sono cosciente che lo Stato è il nemico dell’interesse generale, della Res Publica; per questo motivo intendo non abrogarlo ma domarlo. L’ideale repubblicano è compatibile con diversi regimi politici - ivi compresa la monarchia, come già stabilito dagli autori della Dichiarazione del 1789.
Questa opposizione, che l’attuale Partito Socialista contesta, ha segnato così tanto la nostra storia che nel 1940 Philippe Pétain abrogò la Repubblica e proclamò lo «Stato francese». Ho denunciato il petainismo di François Hollande [8] sin dal momento in cui ha assunto la carica. Oggi Hollande si dichiara a favore della Repubblica per meglio combatterla e il suo invertire i valori getta il paese nella confusione.

Chi sono i «cospirazionisti»?

I «cospirazionisti» sono dunque dei cittadini che si oppongono all’onnipotenza dello Stato e che vorrebbero metterlo sotto sorveglianza.
La Fondazione Jean-Jaurès li descrive così:
«[È un] pensiero eteroclite, fortemente legato al pensiero negazionista, e che mette fianco a fianco ammiratori di Hugo Chávez e sostenitori incondizionati di Vladimir Putin. Un ambiente equivoco composto da ex militanti di sinistra o di estrema sinistra, ex-"Indignados", sovranisti, nazional-rivoluzionari, nostalgici del III Reich, militanti anti-vaccinazione, seguaci del sorteggio, revisionisti dell’11-Settembre, antisionisti, afrocentristi, survivalisti, adepti delle "medicine alternative", agenti di influenza del regime iraniano, basharisti, integralisti cattolici o islamici» (p.8).
Si noterà gli amalgami e le ingiurie di questa descrizione che vuole screditare le persone a cui si riferisce.

I miti dei «cospirazionisti»

La Fondation Jean-Jaurès prosegue poi nel suo denigrare e accusa i «cospirazionisti» di ignorare le realtà del mondo e di credere ingenuamente a miti non più attuali. In questo modo, crederemmo al «complotto sionista mondiale», al «complotto Illuminati» e al «mito Rothschild» (p.4). E a supporto di queste tre affermazioni, cita un solo esempio che riguarda esclusivamente il «mito Rothschild»: il blogger Étienne Chouard - la cui riflessione non si limita alla Repubblica ma va ben oltre e tratta della Democrazia [9] - afferma che la legge Pompidou-Rothschild del 1973 è all’origine del debito della Francia. E la Fondazione confuta questa affermazione citando un articolo del giornale Libération.
Diciamo che l’esempio di Étienne Chouard ci delude in quanto non dice niente degli altri due miti menzionati. Soprattutto la Fondazione si indirizza a ignoranti che non hanno letto la risposta di Chouard all’editoriale di Libération [10] né il contributo del «cospirazionista» Michel Rocard [11]. In effetti, da questo dibattito emerge che la legge del 1973 ha permesso un’esplosione del debito francese a beneficio di banche private, cosa che non sarebbe stato possibile prima.

La «complosfera»

Secondo la Fondation Jean-Jaurès, gli intellettuali cospirazionisti sarebbero
«essenzialmente nordamericani. Citiamo in particolare Webster Tarpley e William Engdhal (tutti e due ex membri dell’organizzazione politico-settaria americana diretta da Lyndon LaRouche), Wayne Madsen (WayneMadsenReport.com), Kevin Barrett (VeteransToday.com) o anche Michel Chossudovsky (Mondialisation.ca). Con i loro omologhi europei, questi formano una sorta di Internazionale alla quale Thierry Meyssan, presidente del Réseau Voltaire, ha tentato dare una forma concreta quando, nel Novembre 2005, riunì a Bruxelles una “conferenza anti-imperialista” – “Axis for Peace” - la cui lista di partecipanti si legge come un who’s who degli autori cospirazionisti più in vista a quell’epoca» (p.8).
Per prima cosa, sembra che la Fondazione Jean-Jaurès legga solo il francese e l’inglese e abbia letto distrattamente la lista dei partecipanti di Axis for Peace se crede che il fenomeno di cui parla riguardi solo la Francia, il Canada e gli Stati Uniti quando invece include anche una vasta letteratura in tedesco, arabo, spagnolo, italiano, persiano, polacco, portoghese e russo - tutte lingue che sono per di più maggioritarie ad Axis for Peace.
Osserviamo anche il carattere malevolo dell’allusione all’«organizzazione politico-settaria americana diretta da Lyndon LaRouche». In effetti, all’epoca in cui Webster Tarpley e William Engdhal ne erano membri, questo partito organizzava i suoi congressi assieme all’organizzazione francese sorella, Lutte ouvrière.
Un po’ più avanti nella nota, la Fondazione Jean-Jaurès non manca di citare l’umorista Dieudonné M’Bala M’Bala, di cui lo Stato sta tentando di proibire gli spettacoli, il sociologo Alain Soral, il cui sito internet (EgaliteEtReconciliation.fr) registra un record di audience in Francia e Alain Benajam (facebook.com/alain.benajam), presidente del Réseau Voltaire France e rappresentante del governo Novorossiano del Donbass.
JPEG - 15.5 Kb
Nel 1989, l’ex capo dell’Intelligence statunitense in Europa, Irwing Brown, confidava ai giornalisti Roger Faligot e Rémi Kauffer di aver reclutato Jean-Christophe Cambadélis quando militava con i trotskisti lambertisti. 25 anni più tardi, Cambadélis è diventato Primo Segretario del Partito Socialista francese.

Le idee politiche dei «cospirazionisti»

Dopo questi "aperitivi", la Fondazione Jean-Jaurès entra nel cuore del dibattito, quello delle idee politiche. Definisce così le idee dei «cospirazionisti»:

- «cancellazione di ogni distinzione di natura fra i regimi autoritari e le democrazie liberali (reputate più "totalitarie" dei peggiori totalitarismi)»;
- «[opposizione ad] ogni legislazione antirazzista con la scusa di difendere la "libertà d’espressione"»;
- «[rifiuto della] pertinenza dell’opposizione destra-sinistra, sostenendo che la vera opposizione sta fra «il Sistema» (o “l’Impero” o “l’Oligarchia”) e quelli che resistono»; (p.8)
- «l’idea che il sionismo sia un progetto di dominazione del mondo» (p.9).
La Fondazione Jean-Jaurès inquadra precisamente i temi di conflitto ma rende grossolano il tratto per screditare i suoi oppositori. Per esempio nessuno si è opposto alla legislazione anti-razzista ma unicamente ed esclusivamente alla disposizione della legge Fabius-Gayssot che punisce col carcere il dibattito sullo sterminio degli ebrei d’Europa [12].

Cos’è il sionismo?

La Fondazione entra poi in una lunghissima analisi dei miei lavori sul sionismo. Prima li travisa poi li commenta:
«L’antisionismo rivendicato qui da Thierry Meyssan è privo di relazione con la critica della politica congiunturale, dei governi che si sono succeduti a capo dello Stato d’Israele. Non corrisponde ad un anticolonialismo che si riterrebbe soddisfatto dal ritiro d’Israele dai territori occupati dopo la guerra dei Sei Giorni e dalla creazione di uno Stato palestinese. Non nasce neanche da un internazionalismo che nutrirebbe sospetti, per principio, verso ogni movimento nazionale di qualunque origine perché, precisamente, non considera il sionismo come un movimento nazionale. Questo antisionismo di tipo paranoico non vuole combattere il sionismo inteso nelle sue diverse espressioni storiche, ma come una fantomatica idra che sarebbe all’origine dei mali della terra» (p. 9).
Volendo concludere su questo dibattito e dandogli uno spazio considerevole nella sua analisi, la Fondazione Jean-Jaurès ne sottolinea l’importanza. In effetti difendo una posizione ad oggi assente nel dibattito politico occidentale [13]:
- Il primo capo di Stato ad aver affermato la sua intenzione di raggruppare gli ebrei di tutto il mondo in uno Stato che fosse loro fu Lord Cromwell, nel 1600. Il suo progetto, chiaramente spiegato, consisteva nell’utilizzare la diaspora ebrea per estendere l’egemonia inglese. Questo progetto è stato sostenuto da tutti i successivi governi britannici e inserito da Benjamin Disraeli nell’ordine del giorno della Conferenza di Berlino.
- Theodor Herzl era lui stesso un discepolo di Cecil Rhodes, il teorico dell’Impero britannico. Herzl aveva inizialmente proposto la creazione di Israele in Uganda o in Argentina, niente affatto in Palestina. Quando riuscì ad ottenere l’adesione dei militanti ebrei al progetto britannico, comprò delle terre in Palestina e creò l’Agenzia ebraica i cui statuti sono la copia integrale della società di Rhodes in Africa Centrale.
- Nel 1916-17, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti si riconciliarono impegnandosi insieme a creare lo Stato d’Israele, con la Dichiarazione Balfour per Londra e i 14 punti di Wilson per Washington.
Per cui è perfettamente assurdo sostenere che Herzl inventò il sionismo, dissociare il progetto sionista dal colonialismo britannico, e negare che lo Stato d’Israele sia uno strumento del progetto imperiale comune di Londra e Washington.
La posizione del Partito Socialista su questo punto non è innocente. Nel 1936, con Léon Blum, il partito propose che gli ebrei tedeschi fossero trasferiti a Sud del Libano per far sì che, una volta creato, Israele potesse annettere quel territorio [14]. Tuttavia il progetto fu prontamente rigettato dall’Alto Commissario francese a Beirut, il conte Damien de Martel de Janville, perché violava in modo quanto mai evidente il mandato della Società delle Nazioni. Oggi la lobby israeliana, creatasi nel 2003 all’interno del Partito Socialista, mentre François Hollande era Primo Segretario, si chiama dunque naturalmente Circolo Léon-Blum.

Osservazioni conclusive

Nel 2008, il professore Cass Sunstein, consigliere del Presidente Barack Obama e marito dell’ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, aveva redatto una nota simile [15].
Scriveva:
«Possiamo facilmente immaginare una serie di possibili risposte.
1- Il governo può proibire le teorie della cospirazione.
2- Il governo potrebbe imporre una specie di tassa, finanziaria o di altro tipo, a carico di chiunque diffondesse queste teorie.
3- Il governo potrebbe impegnarsi in un contro-discorso per discreditare le teorie del complotto.
4- Il governo potrebbe ingaggiare alcune parti private credibili affinché s’impegnino in un contro-discorso.
5- Il governo potrebbe impegnarsi in una comunicazione informale con le terze parti e incoraggiarle.
»
In definitiva, il governo degli Stati Uniti aveva deciso di finanziare degli individui, sia in casa che all’estero, con lo scopo di disturbare i forum dei siti internet «cospirazionisti» e creare dei gruppi che gli dessero il contraddittorio.
Siccome tutto ciò non è bastato, la Francia è chiamata a prendere misure autoritarie. Come in passato, le élite francesi, di cui il Partito Socialista rappresenta l’ala presuntamente di sinistra, si sono messe agli ordini della principale potenza militare di turno, in questo caso gli Stati Uniti.
Per mettere in atto questo progetto, resta da definire a quale istanza, necessariamente amministrativa, si darà l’incarico della censura e quali ne saranno i criteri. Non facciamo gli ingenui, si avvicina un’inevitabile prova di forza.
Traduzione
Matzu Yagi
Fonte
Megachip-Globalist (Italia)

 http://www.voltairenet.org/article186998.html

11 considerazioni con 11 quesiti per gli 11 anni dai fatti dell' 11 settembre, di Roberto Quaglia

Consiglio la lettura di questo articolo - metterò in allegato il link - di Roberto Quaglia, davvero molto approfondito. Vi rimando al sito dell'autore che sul tema è uno dei giornalisti indipenendeti più esperti in Italia e non solo. Buona lettura, S.Z.

1. Quando a maggio del 2003 diffusi il mio primo breve saggio sostenendo che la versione ufficiale dei fatti dell’11 settembre era un agglomerato di falsità, la quasi totalità degli italiani ancora credeva al mito che l’attentato fosse opera di Osama Bin Laden. Un punto di vista condiviso in buona parte del mondo. Undici anni dopo, quelli che non credono più alle narrazioni ufficiali si misurano in percentuali a due cifre sulla popolazione. Domanda: Riuscite ad estrapolare una tendenza da tutto ciò? Ovvero quale percentuale di persone ritenete che crederà ancora alla versione ufficiale fra trent’anni?



LEGGI TUTTO: http://www.roberto.info/2012/09/12/11-anni-da-11-settembre/

venerdì 15 maggio 2015

Roberto Quaglia: IL MITO DELL'11 SETTEMBRE E L'OPZIONE DOTTOR STRANAMORE


Venezuela expels Israeli ambassador- Hugo Chavez Speech - English Translation


¿Y la de Ilich Ramírez?

Pedro Marillan, Caracas 06/01/2014

Presidente MADURO: Muy justo exigir la Libertad de Oscar López Rivera. ¿Y la de Ilich Ramírez?
Creo que la lealtad y compromiso con los Derechos Humanos, debe comenzar por extraditar a casa, a nuestro compatriota Ilich Ramírez, el también es otra víctima de la injusticia y es nuestro, es venezolano, creo que por lo menos al unísono con el camarada de Puerto Rico, debiera levantarse la voz, uno por su extradición y al camarada puertorriqueño por su liberación, es justicia enmendar este error u omisión, cometida en contra de nuestro compatriota, ambos camaradas están privados de su libertad por luchar contra la injusticia y en contra del imperialismo, nos parece muy justo de su parte señor Presidente, esta solidaridad con el camarada puertoriqueño, pero como reza el dicho; *La solidaridad comienza por casa, las gestiones por extraditar a nuestro compatriota las comenzó Nuestro GIGANTE, presidente MADURO , continúelas sin pausa, la exigencia de liberar a nuestros compatriotas de la Patria Grande debe unirse la de Ilich Ramírez.
 
http://umbvrei.blogspot.it/search/label/Ilich%20Ram%C3%ADrez