venerdì 14 luglio 2017

L'islamismo (3/6): I Fratelli musulmani, dalla ribellione alla sottomissione, di Mohamed Hassan

A differenza degli islamisti reazionari, i Fratelli musulmani, durante la creazione del loro movimento in Egitto, si sono opposti alle ingerenze britanniche.

E' vero. La Società dei Fratelli musulmani è stata fondata nel 1928 da un giovane insegnante egiziano, Hassan al-Banna. Ufficialmente, l'Egitto aveva conquistato la propria indipendenza sei anni prima. In realtà, il paese era governato da un fantoccio, re Farouk, rimanendo sotto il dominio dalla Gran Bretagna. I Fratelli musulmani si opposero a questa ingerenza e all'imposizione di uno stile di vita occidentale. Volevano che gli egiziani si avvicinassero ai valori islamici e si impegnarono quindi a islamizzare la società dal basso. Un processo che Banna ha riassunto così: "Vogliamo l'essere umano musulmano, poi la famiglia musulmana e infine, la società musulmana".

L'appello dei Fratelli trovò orecchie attente tra le classi medie e la piccola borghesia, soprattutto tra coloro che erano chiamati gli effendi. Erano burocrati o professionisti, non occidentali, particolarmente adirati contro le ingerenze coloniali. In effetti, i coloni britannici si presentavano come virili giramondo in contrapposizione agli egiziani di cui era data un'immagine svilente di uomini effeminati che sguazzano nel sottosviluppo. In risposta a ciò, molti giovani si dedicarono alla lotta allenando e irrobustendo il corpo. Fu più di una semplice moda passeggera. La reazione di questi effendi superò il puro quadro estetico fino ad alimentare una certa avversione per il colonialismo paternalista dei britannici.

Il programma islamico della Fratellanza è stato accolto anche nelle campagne, contesto sensibile al messaggio religioso. Nel corso degli anni, la Società finì con l'avere numerosi membri attivi soprattutto nelle università.

Come tradizionalisti, pertanto, i Fratelli musulmani hanno respinto i costumi occidentali imposti attraverso il colonialismo?

Infatti, la loro lotta va oltre. I Fratelli nutrono anche come obiettivo finale la restaurazione del califfato. Il califfato era un territorio comune ai musulmani che riconoscevano l'autorità del califfo, il successore del profeta Muhammad. L'ultimo califfato è stato ufficialmente abolito nel 1924 da Mustafa Kemal Atatürk, il fondatore della Repubblica di Turchia. In primo luogo perché l'Impero ottomano che includeva molti territori musulmani era stato smantellato. Poi, perché Mustafa Kemal era un sostenitore della laicità. L'abolizione del califfato portava quindi una ventata di freschezza allorché Banna fondava la Società nel 1928.

E' perché rifiutavano l'interferenza britannica, che la Fratellanza Musulmana sostenne il colpo di Stato degli ufficiali egiziani nel 1952?

Sì, ma le differenze sono emerse ben presto tra Nasser e la Società. Per diversi motivi. In primo luogo, Nasser stabilì un programma per far uscire l'Egitto dal feudalesimo. Al centro di questo programma stava la riforma agraria, che non incantava la borghesia rurale presso cui i Fratelli musulmani avevano molti seguaci.

E sul piano ideologico, il divario era enorme. I Fratelli rifiutavano il nazionalismo portato da Nasser finalizzato ad affermare l'identità araba per unire il popolo e liberarsi dal colonialismo. Questo è a mio parere una mancanza di prospettiva da parte loro. In effetti, il mondo arabo era stato diviso arbitrariamente dalle potenze coloniali, oggetto di oppressione e saccheggiato delle sue risorse. Con una tale eredità, i governi di nuova indipendenza con una nazione da costruire dovevano necessariamente farlo su una base accettabile per tutti. Torno al concetto di "Nation Building", la costruzione della nazione, di cui abbiamo accennato in precedenza. In Egitto, un paese che aveva una popolazione molto varia, le differenze passarono in secondo piano e tutti i cittadini furono messi sullo stesso livello. Musulmani, cristiani, ebrei, ecc, tutti sono stati considerati prima di tutto arabi e lo slogan del tempo era: "La religione per Dio, la patria per tutti". Questa unità è molto importante soprattutto quando si sa come gli imperialisti si basino su fattori di divisione per controllare meglio i popoli. Il nazionalismo arabo ha il merito di costituire un blocco omogeneo e solido.

Ma i Fratelli musulmani rifiutano il concetto di Stato-nazione che vede un gruppo di persone organizzarsi politicamente su un determinato territorio sulla base di una comune identità. Ma quando questo gruppo di persone è composto da diverse etnie o religioni è necessario superare queste differenze. E lo si può fare stabilendo una separazione tra politica e religione. In effetti, se il vostro paese contiene musulmani, cristiani ed ebrei e nonostante tutto volete stabilire una repubblica islamica, confinerete automaticamente una parte della popolazione allo status di cittadini di seconda classe.

I Fratelli lo respingono. Per loro, lo Stato-nazione è un'invenzione occidentale e non ci può essere separazione tra religione e Stato. Nel loro pensiero, questi due elementi non sono contraddittori, sono uno come un'altra espressione dell'Islam. Anche se la Società promette ancora di proteggere le minoranze religiose, la visione è settaria. Essa induce necessariamente a una divisione del popolo basata sulla religione.

Non c'era come una lotta di potere tra Nasser e i Fratelli? Dopo aver appoggiato il colpo di Stato degli Ufficiali liberi, la Società prevedeva di ottenere un qualche ministero nel nuovo governo. Ma Nasser sembrava aver blindato il potere. Venne chiamato un membro della Società, lo sceicco Hassan Al-Bakouri, al Ministero dei Beni religiosi, ma prima si dimise dalla Fratellanza Musulmana e la sua nomina fu vista come un tradimento dai suoi ex compagni. Ritennero che il ruolo di Bakouri, che patrocinava la famosa università di Al-Azhar e gli imam ufficiali, fosse di dare legittimità religiosa al governo per tagliare l'erba sotto i piedi ai Fratelli musulmani.

Sì, le tensioni erano molto alte. Dopo aver inizialmente sostenuto gli Ufficiali liberi, i Fratelli organizzarono successivamente manifestazioni contro il governo. Un punto critico è stato probabilmente l'attentato contro Nasser. Ci sono molte teorie intorno a questo evento. Secondo la versione ufficiale, il 26 gennaio 1954, quando il presidente stava pronunciando un discorso al Cairo per celebrare il ritiro delle forze britanniche, un membro dei Fratelli musulmani sparò otto colpi in direzione di Nasser senza riuscire a colpirlo.

Un tiratore maldestro!

Un'altra teoria afferma che Nasser stesso abbia messo in scena l'attentato per reprimere la Società dei Fratelli musulmani. Comunque, ciò è quanto è successo in seguito. L'organizzazione è stata formalmente bandita e migliaia di Fratelli furono imprigionati. La maggior parte di coloro che sono sfuggiti alla carcerazione o alla forca furono poi esiliati nelle monarchie del Golfo, soprattutto in Arabia Saudita.

Sembra che gli islamisti reazionari e i Fratelli musulmani non fossero del tutto sulla stessa lunghezza d'onda. Fin dagli anni '30, la Società aveva pubblicamente messo in dubbio lo stile di vita sfarzoso e "non-islamico" di Saud. Inoltre, la monarchia saudita doveva la sua ascesa all'aiuto britannico, mentre i Fratelli avevano combattuto quella presenza in Egitto. Con tutte queste contraddizioni, come ha fatto la Fratellanza musulmana a trovare rifugio in Arabia Saudita?

In teoria, la Società si oppone all'ingerenza occidentale, mentre le petromonarchie dipendono dal sostegno dell'Occidente stesso. Ma per capire i Fratelli musulmani, si deve prima sapere che questa organizzazione brilla per il suo pragmatismo. Il suo scopo è di islamizzare le società arabe e infine, ripristinare il califfato. Nel tentativo di raggiungerlo, la Società, nel corso della sua storia, ha imboccato molteplici vie che possono apparire confuse se lette sotto l'unica luce dei testi fondanti del movimento. In realtà, i Fratelli si sono adattati alle situazioni. In primo luogo, per consentire alla Società di sopravvivere, poi per raggiungere il loro obiettivo.

I Fratelli musulmani hanno quindi cercato rifugio nelle monarchie del Golfo, rimangiandosi le loro critiche sullo sfarzo delle dinastie locali e le loro relazioni con l'Occidente. Questo non è stato però l'unico ostacolo. Infatti, per islamizzare le società arabe e ripristinare il califfato, la dirigenza dei Fratelli musulmani ha sempre scelto modalità legali. Vale a dire quelle che rifiutano la lotta armata, ma si prefiggono di avanzare per tappe, poco a poco, partecipando, ogni volta che fosse possibile, alle elezioni. Ora, voi potrete ben immaginare che le monarchie del Golfo non sopportano la vista di una scheda elettorale.

Eppure, hanno aperto le loro porte ai Fratelli!

Perché, come i Fratelli musulmani, queste monarchie non hanno sostenuto il nazionalismo arabo difeso da Nasser. Ma anche per altri motivi. Se i Fratelli hanno respinto da un punto di vista strettamente ideologico quello che vedevano come un'invenzione occidentale, la monarchie temevano soprattutto di essere contaminate dal virus che aveva attaccato il feudalesimo.

Da questo punto di vista, l'Arabia Saudita e i suoi piccoli vicini hanno sostenuto l'islamismo dei Fratelli musulmani come alternativa al nazionalismo arabo. Nasser era molto più popolare nella regione. Gli imperialisti e i loro alleati del Golfo hanno in questo modo voluto contrastare la sua influenza.

Questa partnership, tuttavia, è stata oggetto di un tacito accordo. Le monarchie avrebbero accolto e sostenuto la Società. In cambio, i Fratelli avrebbero mantenuto la loro buona parola fuori dei confini reali e non avrebbero cercato di creare succursali. Le monarchie non volevano vedere nascere manifestazioni di condanna del loro stile di vita o che si esigessero elezioni.

Chiaramente, i Fratelli musulmani hanno rispettato questo accordo.

Lo ripeto, i Fratelli sono molto pragmatici e davvero non avevano altra scelta. Mentre in Egitto la repressione infuriava, non potevano certo fare a meno di questo supporto offerto dalle petromonarchie.

Che tipo di influenza questo esodo verso le monarchie del Golfo avrà sulla Società?

A contatto con gli wahhabiti, alcuni dirigenti della Società sono diventati più reazionari. Altri si sono notevolmente arricchiti facendo affari con la borghesia compradora del Golfo.

Inoltre, l'Arabia Saudita ha inondato di denaro le università della regione per promuovere l'islamismo. I campus sono stati un terreno fertile per la predicazione della Società. Negli anni '50 e '60, questi campus erano generalmente divisi in due: da un lato i comunisti e dall'altro gli islamisti. La Società non aveva atteso il sostegno dell'Arabia Saudita per far arrivare le sue idee un po' ovunque. Ma l'alleanza con le petromonarchie ha letteralmente "potenziato" la diffusione del suo messaggio. Poi ci fu la morte di Nasser, il cambio di direzione di Sadat e la caduta del blocco sovietico. Ed è l'ideologia islamista che ha vinto la battaglia delle università. Ciò ha avuto un impatto considerevole sulla formazione politica dei giovani arabi, impatto che si sente ancora oggi attraverso le manifestazioni che scuotono la regione.

Dopo la morte di Nasser, i Fratelli musulmani sono stati in grado di tornare in Egitto. Ma Sadat inizialmente e Mubarak in seguito, se da un lato tolleravano la Società dall'altro le si opposeroapertamente. Come si spiega questa posizione ambigua?

Sadat voltò le spalle all'eredità di Nasser facendo leva sull'islamizzazione dell'Egitto. Ha così permesso ai Fratelli di tornare e quest'ultimi hanno approfittato della politica d'apertura economica adottata dal nuovo presidente. Infatti, Sadat ha sepolto la riforma agraria. Le terre che erano state distribuite ai piccoli e medi agricoltori sono state rese ai grandi proprietari, tra i quali i Fratelli avevano molti seguaci.

Ma la contro-riforma agraria ha anche indebolito la classe contadina. Presi alla gola, i più poveri hanno lasciato le campagne per tentare la fortuna nella città dove, anche lì, il lavoro mancava. Le condizioni di vita erano molto dure. In tal modo, queste vittime dell'Infitāh [apertura economica] sono state sostenute dai Fratelli musulmani che avevano sviluppato un vasto sistema di aiuto basato sulla carità islamica. La Società aveva così notevolmente rafforzato la sua base sociale.

Il governo egiziano non vedeva ciò di buon occhio?

Sadat e Mubarak l'hanno riconosciuta fin tanto che la Società non ha cercato di prendere il potere. I Fratelli musulmani si sono quindi reintrodotti nel corpo egiziano gradualmente e si sono sviluppati, approfittando del processo di islamizzazione, tutto allo stesso tempo.

Tuttavia, anche se l'Egitto aveva preso una strada radicalmente diversa, dopo la morte di Nasser, il potere restava nelle mani dell'esercito. Su questo argomento, la contraddizione con i Fratelli musulmani era sempre presente. E' culminata nel colpo di Stato guidato dal generale Al Sisi contro il presidente islamista Mohamed Morsi il 3 luglio 2013.

Per opposizione al nasserismo, le potenze imperialiste e i loro alleati del Golfo avevano sostenuto l'islamismo dei Fratelli musulmani. Ma, a parte il Qatar, non hanno protestano contro il colpo di Stato del luglio 2013. Perché?

Per gli imperialisti l'esercito egiziano non pone più nessun problema dal momento in cui si è allontanato dal socialismo. Con Sadat e Mubarak, l'esercito è diventato un partner privilegiato dell'Occidente. Che i militari o i Fratelli musulmani governino il paese non ha alla fine molta importanza per gli imperialisti fino a quando i due sacri principi sono rispettati: apertura dell'economia e pace con Israele.

L'Arabia Saudita e il Qatar non erano divisi sulla questione, Riad sostenendo l'esercito e Doha i Fratelli musulmani? 

Le relazioni tra l'Arabia Saudita e i Fratelli musulmani sono deteriorate in qualche modo dopo gli attentati dell'11 settembre. La maggioranza dei terroristi implicati nel crollo delle torri erano di origine saudita. Questo, ovviamente, non doveva mettere in discussione le eccellenti relazioni che Washington aveva con Riyadh, ma Bush si era lanciato nella lotta contro il terrorismo ed occorrevano responsabili.

Da quando l'Egitto era rientrato "sulla retta via" con Sadat, i Fratelli musulmani apparivano molto meno utili agli occhi dei Saud. Dopo gli attentati dell'11 settembre, la famiglia reale ha quindi trasformato la Società in un capro espiatorio sostenendo che fosse responsabile di tutti i mali della regione.

Il Qatar, è rimasto più vicino ai Fratelli musulmani. Dopo le cosiddette "primavere arabe", il piccolo emirato contava sull'influenza della Società per crescere di importanza in campo diplomatico.

L'Arabia Saudita e il Qatar, sostenevano dunque ciascuno un campo opposto durante il colpo di Stato del 2013 Ci possono essere contraddizioni della regione finché queste contraddizioni non arrivano alle porte delle petromonarchie. Concludendo, si sono ricongiunti all'esercito che ha spodestato il presidente Morsi. Ma non è stata una loro decisione, ma dei loro padroni occidentali. In realtà, i monarchi del Golfo sono schiavi fortunati. E ancora ... Normalmente, una persona è costretta in schiavitù a causa della sua estrema povertà. Ma sono i ricchi che pagano per essere schiavi!

Ci hai detto che gli Stati Uniti non avevano problemi a vedere i Fratelli musulmani governare in Egitto a patto che l'economia fosse restata aperta alle multinazionali e la pace con Israele fosse continuata. L'egiziano Samir Amin ha detto nello stesso ordine di idee che Mubarak e la Società sono state le due facce della stessa medaglia. Al momento della loro creazione, i Fratelli musulmani erano tuttavia contrari all'ingerenza occidentale. Come spiegare questa evoluzione?

I Fratelli sono essenzialmente pragmatici. E bisogna guardare tutti i progressi che hanno effettuato da quando Banna ha fondato la Società per capire la loro posizione di oggi. Inizialmente hanno sostenuto gli Ufficiali liberi per rovesciare la monarchia e sbarazzarsi del dominio britannico. Ma sono stati in seguito repressi da Nasser e sono dovuti fuggire dall'Egitto. Il loro soggiorno in Arabia Saudita ha esercitato un'influenza importante sulla loro ideologia. Sono diventati più conservatori e alcuni quadri si sono considerevolmente arricchiti. Quando hanno potuto ritornare in Egitto, fu per coabitare con Sadat quindi con Mubarak che sono stati entrambi allineati sulla politica estera degli Stati Uniti e avevano abbracciato il neoliberismo. Per recuperare la loro influenza in Egitto, i Fratelli musulmani non si sono opposti. Semplicemente si sono adattati a questa nuova situazione che corrispondeva anche al segno lasciato dal loro passaggio attraverso le monarchie del Golfo.

I Fratelli perseguono un obiettivo: islamizzare la società egiziana e ripristinare il califfato. Il perdono offerto da Sadat ha permesso loro di avvicinarsi a questo obiettivo al prezzo di alcune concessioni ideologiche che il loro leggendario pragmatismo li ha aiutati a superare abbastanza facilmente. Poi, sotto Mubarak, la Società ha potuto sedersi talvolta in Parlamento: a volte in alleanza con i partiti di sinistra, a volte in alleanza con i partiti di destra. Questo non è sorprendente, infine, se si considera che i Fratelli avanzano con il loro obiettivo principale in bella vista.

Quando Mubarak è stato rovesciato, la Società ha creduto che il suo momento di gloria fosse arrivato. Dopo aver sperimentato la repressione sotto Nasser, dopo aver vissuto in semi-clandestinità con Sadat e Mubarak, i Fratelli aveva finalmente l'occasione, più di ottanta anni dopo la loro nascita, di prendere le redini dell'Egitto per realizzare il loro obiettivo. Per cogliere questa occasione occorreva garantirsi la benevolenza di Washington mantenendo l'economia aperta e la pace con Israele e certamente i Fratelli erano pronti a piegarsi a queste esigenze.

Negli anni '80, i Fratelli siriani avevano tentato di rovesciare il governo di Hafez el-Assad. Avevano redatto un programma, il Bayan della rivoluzione islamica in Siria, che appare molto distante dalle posizioni attuali della Società in Egitto. Vi si leggeva che i settori chiave dell'economia devono rimanere nelle mani dello Stato, che il capitale occidentale non era il benvenuto, che era necessario sviluppare il concetto di giustizia sociale ... Come spiegare tale differenza con i Fratelli egiziani?

Innanzitutto, come qualsiasi organizzazione politica, la Società dei Fratelli musulmani non deve essere considerata come un blocco monolitico. È attraversata da varie tendenze, alcune più conservatrici, di altre più progressiste. E c'è un confronto tra queste correnti. In Egitto, si può dire che la destra domina il movimento, anche se i dibattiti sono molto forti, soprattutto perché la Società ha ampliato la propria base sociale portando un aiuto caritatevole alle vittime dell'Infitāh. La società dei Fratelli musulmani è anche un'organizzazione internazionale. Ha ramificazioni in vari paesi e queste, se condividono una base ideologica comune, non hanno inevitabilmente la stessa posizione su tutto.

Rispetto alla Siria, dobbiamo vedere quale governo i Fratelli stavano cercando di abbattere. Hafez el-Assad aveva acquisito una certo zoccolo duro negli ambienti popolari con la riforma agraria a favore dei piccoli e medi contadini, con lo sviluppo delle cure sanitarie, scuole, ecc. Molti siriani ne aveva beneficiato. I Fratelli siriani non respingevano dunque in blocco il socialismo che aveva permesso ad Assad di conquistare le masse, ma ne proponevano una forma particolare, il socialismo islamico. Perché è nel campo della religione che i Fratelli speravano di distinguersi e di separare i leader alauiti dalla loro base popolare a maggioranza sunnita.

Se si prosegue il raffronto tra i fratelli egiziani e siriani, si constata un'altra differenza importante. I primi hanno sempre privilegiato la via legalista, mentre i secondi si sono risolti a prendere le armi per tentare di rovesciare il governo di Assad. Questa scelta è ugualmente stata oggetto di un vivo dibattito. Inizialmente, la guida dei Fratelli siriani, Isam al-Attar, era restata fedele alla linea moderata che cerca di privilegiare il dialogo con il potere. Ma è stato allontanato a vantaggio dei partigiani della lotta armata.

Infine, il Bayan della rivoluzione islamica dei Fratelli siriani deve essere considerato per ciò che è, uno strumento teorico. In pratica, le cose potrebbero essere diverse. Ad esempio, il testo afferma che i cittadini hanno il diritto di organizzarsi in partiti politici, ma si pone una condizione la cui interpretazione può essere problematica. Questi partiti, precisa il Bayan della rivoluzione islamica, non dovranno essere in opposizione alle basi dottrinali della nazione. Ecco come un quadro della Società lo spiegava al Le Monde nel 1981: "La libertà di costituire partiti non si estenderà ai partiti o ai gruppi marxisti, anche quelli che sono attualmente ostili al regime baathista". 1

Il socialismo islamico dei fratelli non poteva costituire una buona alternativa?

Ancora una volta, il problema dei Fratelli musulmani è la loro mancanza di visione politica. Non potete pretendere di risolvere un problema se, fin dall'inizio, si parte da una cattiva diagnosi. Così, i fratelli respingono il concetto "di classi sociali". Non sono dunque capaci di risolvere il problema delle diseguaglianze attaccando il male alla radice. La loro soluzione passa per la carità. Si prende un po' ai ricchi, non troppo, e si redistribuisce ai poveri. Questo è un approccio molto limitato!

Nel Bayan della rivoluzione islamica che è stato menzionato, i Fratelli siriani mettono in primo luogo delle loro rivendicazioni economiche il diritto alla proprietà privata, vi è incluso dunque il diritto dei più grandi capitalisti e proprietari terrieri di sfruttare il lavoro della gente. Raccomandano anche di mettere un termine alla riforma agraria. Così, i fratelli respingono teoricamente la nozione di classi sociali ma, nei fatti, si mettono al servizio della classe possidente. Ciò che vogliono soprattutto, è ottenere la loro fetta di torta.

I Fratelli musulmani incarnano questa tendenza degli islamisti che conduce la lotta sul fronte politico mettendo la religione al centro del programma. Ma non sono i soli. 

Effettivamente i Fratelli musulmani sono la figura più emblematica di questo movimento per islamisti ma ci sono altre varianti, talvolta con differenze piuttosto marcate. Prendiamo il caso dell'Iran, dove l'Ayatollah Khomeini ha condotto una rivoluzione islamica nel 1979. La sua ideologia è abbastanza vicina a quella dei Fratelli musulmani, ma è comunque caratterizzata da concezioni proprie dell'islam sciita

Per i sunniti, l'imam è colui che garantisce il servizio religioso alla moschea. Per gli sciiti, l'imam designa l'erede del Profeta. Gli sciiti duodecimani, che si trovano in Iran, sono in attesa del ritorno del dodicesimo Imam, chiamato l'Imam nascosto o il Mahdi, che si suppone debba riapparire alla fine dei tempi per regnare in pace. Considerando l'imam come l'unico legittimo sovrano della comunità musulmana, gli sciiti hanno avuto la tendenza a trascurare lo spazio politico. Con la sua rivoluzione, Khomeini ha sviluppato un principio teologico, il velayat-e faqih, che ha contribuito a conciliare religione e politica. Secondo Khomeini, la gestione politica dovrebbe tornare alla guida suprema, cioè al migliore giurista-teologo, a quello che sarebbe più competente per dirigere la Comunità come avrebbe potuto farlo l'Imam stesso.

Altri islamisti, come i Fratelli musulmani e Khomeini, hanno collocato la religione al centro della loro azione politica, ma da un punto di vista molto più progressista. Al modo della Teologia della liberazione in America Latina negli anni 60 e 70, che aveva visto sacerdoti interpretare nuovamente la bibbia con lo sguardo dei poveri per denunciare l'oppressione del capitalismo e anche quella della chiesa, gli islamisti hanno attuato approcci simili per lottare, a partire dalla religione, contro il capitalismo e l'imperialismo.

Nota

1. Citato in Michel Seurat, Syrie, l'État de barbarie, PUF, novembre 2013

Segue: I patrioti, Hamas ed Hezbollah resistono agli USA

http://www.resistenze.org/sito/os/mp/osmphe22-019160.htm

giovedì 6 luglio 2017

Edoardo Agnelli: disconosciuto e ‘’giustiziato’’ dal padre?, di Stefano Zecchinelli

Il regista iraniano Habibollah Kasesaz, autore del famoso documentario dell’IRIB sulla figura di Edoardo Agnelli ha rilasciato, sempre all’IRIB, una importante intervista dove, con grande impegno giornalistico, ricorda Edoardo entrando nel merito di alcuni problemi tanto politici quanto religiosi. Edoardo Agnelli fu una atipica, e per certi aspetti affascinante, figura politica ed imprenditoriale italiana. Kasesaz, inoltre è ricoverato in ospedale per una grave malattia, quindi non possiamo che augurargli una pronta guarigione. Il suo impegno è lodevole.


Habibollah Kasesaz con la giornalista di Radio IRIB Amani Razie

Rispondendo alla domanda ‘’perché ha voluto occuparsi di Edoardo Agnelli’’ ha detto:
‘’ Tutto cominciò quando abbiamo saputo che un italiano musulmano che proveniva da una potentissima e ricchissima famiglia di nome Agnelli, è stato trovato morto sotto un ponte. I media italiani e occidentali parlavano del suicidio mentre siamo riusciti a raggiungere delle persone molto vicine a Edoardo che con tanto di prove e documenti, dimostravano che Edoardo non poteva essersi tolto la vita ma era stato sicuramente ucciso.
In seguito adiverse ricerche e studiando il caso abbiamo saputo che Edoardo aveva deciso di scegliere l'Islam, dopo aver studiato in modo approfondito le parole di Dio nel Sacro Corano, giungendo alla conclusione che queste, non potevano che essere le Parole divine. Questo è quanto ci hanno raccontato diverse persone che avevano un rapporto di amicizia molto vicino con lui.
La questione più eclatante e triste della grande menzogna sul suicidio di Edoardo è che la sua stessa famiglia non ha mai voluto nemmeno indagare ne sapere la verità sulla morte per lo meno sospetta di lui’’ 1.
Perché la famiglia Agnelli ha preferito non occuparsi della morte di Edoardo? La risposta è semplice: Edoardo nei suoi scritti ha duramente criticato il capitalismo finanziario, c’è chi ritiene che simpatizzasse per il marxismo-leninismo ma soprattutto si convertì all’Islam sciita. Inoltre era ben intenzionato a fare chiarezza sui paradisi fiscali del padre Gianni smantellando l’impero finanziario di una delle più losche famiglie dell’imperialismo italiano. Kasesaz prosegue: ‘’Io credo che Edoardo non si è suicidato ma è stato uccido per mano di coloro che non potevano tollerare che un impero potentissimo è ricchissimo come quello degli Agnelli potesse andare in eredità a un musulmano, che ha sempre difeso i suoi ideali e valori umani e soprattutto la sua fede religiosa, fino a sacrificare tutto persino la vita’’. Domanda: Edoardo Agnelli fu una vittima dell’Operazione Gladio? Pare di sì, ma è bene lasciare la parola agli storici.

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Lo storico Giuseppe Puppo ritiene che Edoardo non può essersi suicidato anche perché non era nelle condizioni fisiche – zoppo ad una gamba ed in evidente sovrappeso – di lanciarsi da un’auto prossima a schiantarsi ad altissima velocità. Sappiamo che la famiglia Agnelli, più volte, provò a corrompere Edoardo, a convincerlo a rinunciare al suo impero, offrendogli una enorme quantità di beni mobili ed immobili, ma il giovane imprenditore rinunciò; era seriamente intenzionato a fare chiarezza sulle attività eversive del padre, i suoi scritti non lasciano spazio al dubbio. Puppo ne ha raccolti diversi.
La tesi dello storico Puppo e del regista Kasesaz viene avvalorata dalla testimonianza di Jas Gawronsky, amico della famiglia, il quale rivela che “L’avvocato Agnelli dopo la morte del figlio Edoardo non è cambiato molto. Non era di certo uno che faceva trasparire i suoi sentimenti perché lo considerava come una cosa poco elegante. Direi che certamente spero e penso che abbia avuto un senso di colpa per quanto è successo e anche, forse, nel grandissimo dolore, un leggerissimo senso di sollievo perché certamente la sparizione di Edoardo gli aveva evitato un problema che avrebbe continuato per tutto il resto della sua vita. Cioè lui vedeva in Edoardo oltre che un figlio anche un problema permanente.” 2. La domanda che giornalisticamente dobbiamo porci è questa: la morte di Edoardo Agnelli si colloca all’interno dell’Operazione Gladio ovvero l’eliminazione eterodiretta dall’imperialismo Usa e dalla loggia P2 degli uomini politici ostili all’imperial-globalismo? Gli assassinii dei Kennedy, Olof Palme ed Edoardo Agnelli hanno tutti lo stesso mandante?
Edoardo Agnelli era un uomo coltissimo, capace di condurre una polemica con Margherita Hack sull’astrologia. Convertito all’Islam sciita e c’è chi dice marxista-leninista. Insomma, uno strano erede per una famiglia di iene, vero? Chi fu il mandante del suo assassinio, le carte più compromettenti, forse, restano proprio negli archivi di ‘’papà’’. Il vizietto degli Agnelli: dal fascismo all’imperialismo Usa, una famiglia di iene capitalistiche.
Lo storico Luigi Cipriani, di Democrazia Proletaria, ha scritto un lungo articolo dove ricostruisce il ruolo antidemocratico di questa famiglia del capitale. Leggiamo qualcosa:

(1)  ‘’Sono del resto molto note le connessioni tra Fiat e fascismo e non è il caso di dilungarvici in questa sede. Conviene piuttosto mettere in evidenza aspetti meno noti. Ad esempio i percorsi attraverso i quali le tre banche private di allora, Comit, Credito italiano e Banco di Roma finirono all'IRI, dove sono tuttora’’
(2)  ‘’Dopo la caduta del fascismo, nel 1946, una commissione nominata dalla costituente affermò che allora "le responsabilità delle perdite non vennero messe in luce, né i responsabili furono inquisiti". Il perché era molto semplice, nei consigli di amministrazione delle tre banche erano presenti i maggiori sostenitori del regime fascista. Nella Banca commerciale italiana su ventisei membri del consiglio di amministrazione nove erano senatori, Arlotta, Borromeo, Conti, Crespi, Malagodi, Odero, Puricelli, Sammartino di Valpenga, Silvestri e un deputato, Ferretti. Nel Credito italiano vi erano sette senatori,Giovanni Agnelli, Borletti, Carmianti, Cavallaro, Cantorini, Corbino e i deputati Medici, Motta e Pavoncelli. Nel Banco di Roma erano presenti i senatori Cremonesi e Marcello e i deputati Benni, Canelli,Chiesa e Pesenti. I gruppi di comando delle banche erano anche presidenti delle più grandi società industriali (Fiat, Pirelli, Montecatini, Stipel, Tecnomaso italiano, Acciaierie Terni, Chatillon, cotonificio Crespi, Italcementi, Breda ed altre decine) e costoro utilizzarono i depositi bancari per finanziare ed acquistare titoli delle proprie società per fini speculativi. Il sopraggiungere della grande crisi coinvolse le industrie che trascinarono nel crac le banche. Lo stato dovette intervenire accollandosi le perdite dei privati, creando l'Istituto per la ricostruzione industriale (IRI) , cui affidò anche le tre grandi banche fallite. Nella inchiesta che seguì si venne a conoscenza del fatto che i gruppi di comando avevano finanziato con i depositi dei risparmiatori la maggior parte del loro capitale azionario, il 94% per la Comit, il 78% per il Credito italiano ed il 94% per il Banco di Roma. In questo modo i grandi industriali che controllavano le banche ed attraverso queste i più grandi gruppi industriali non avevano rischiato una lira dei loro capitali. Il fascismo non solo li scagionò ma, accollandosi le perdite, lasciò intatti i loro patrimoni personali’’

Nel dopoguerra gli Agnelli entrarono in affari con la famiglia Rockefeller collaborando attivamente con la CIA, l’obiettivo era sempre lo stesso: un golpe bianco. Gianni Agnelli fu a capo della sezione italiana della Commissione Trilaterale, con un ruolo dominante rispetto agli stessi servizi d’intelligence dell’imperialismo italiano. Continuiamo la lettura dell’articolo di Cipriani:
‘’Dalla tipologia degli assunti e dei respinti, risultò che l'operaio ideale per la Fiat doveva essere apolitico, frequentatore della parrocchia, godere di buona reputazione pubblica, e andava bene anche se iscritto ai partiti di centro, oppure monarchico e missino.
Inventore delle schedature fu il presidente della Fiat, il massone Vittorio Valletta. La struttura del sistema di spionaggio Fiat era articolatissima ed utilizzava dai servizi segreti dello stato ai messi comunali e ai vigili urbani dei paesi minori, alle parrocchie. A capo del servizio di spionaggio interno vi era un ex colonnello di aviazione, Mario Cellerino (pilota personale di Giovanni Agnelli) che per vent'anni era stato nei servizi segreti. Venne assunto nel 1965 alla Fiat insieme ad una ventina di ex carabinieri. Il Cellerino, con il consenso del Sid, costituì il collegamento esterno dello spionaggio Fiat, che prevedeva il passaggio di informazioni reciproche con carabinieri, polizia, Sios dell'aeronautica di Torino e Sid. La Fiat assunse praticamente anche il colonnello dei carabinieri Enrico Settermaier che comandava il Sid di Torino.
I dirigenti della Fiat addetti alla selezione del personale avevano praticamente libero accesso agli schedari del Sid, del Sios, dei carabinieri e della polizia e potevano commissionare a basso costo - rilevarono gli inquirenti - qualunque tipo di schedatura. Per la Fiat lavoravano anche Marcello Guida, questore, ex carceriere di Pertini a Ventotene, implicato nel caso Pinelli a Milano e costruttore della pista anarchica per piazza Fontana; e Filippo De Nardis, che Giovanni Leone dopo la nomina a presidente della repubblica volle a capo dell'ispettorato di Ps al Quirinale. Anche l'ufficio di collocamento di Torino era al servizio della Fiat e si limitava a dare il nullaosta sulle richieste avanzate dall'azienda.
I lavoratori che costruirono la fabbrica di Togliattigrad in Urss ed i tecnici sovietici in Italia furono costantemente sorvegliati dai servizi segreti Fiat. Le schedature proseguirono tranquillamente anche dopo l'approvazione dello Statuto dei lavoratori nel 1970.’’
Il capitalismo schiavista della FIAT non era altro che un esperimento d’americanizzazione integrale del modello neoindustrialista europeo il quale coniugava ‘’lavoro salariato’’ e Welfare State. Per Gianni Agnelli e la ‘’massoborghesia’’ ( Gramsci ) le concessioni sociali non dovevano esistere. Domanda: padre e figlio si collocavano su fronti politicamente contrapposti? Gli storici non hanno dubbi: Edoardo era in rotta di collisione coi genitori e la CIA non poteva restare indifferente; il padre Gianni in che misura ne fu complice?
Il regista Kasesaz conclude dicendo "Io dico a chi vuole rendere un sevizio reale alla causa di Edordo agnelli, se è musulmano, di seguire lo spirit del vero Islam e se non e' musulmano di essere un uomo libero". Domanda: i magistrati italiani i quali mettono sotto accusa – come è successo di recente a Stefania Limiti – i giornalisti che vogliono fare chiarezza sui crimini dell’ Operazione Gladio in che misura possono dirsi ‘’uomini liberi’’? Hanno il collare ed una ‘’manina atlantica’’ li manovra. Ne sono consapevoli?
Gli Agnelli – prima fascisti poi neofascisti atlantici – si confermano una famiglia di iene. Edoardo Agnelli fu l’eccezione, un uomo troppo scomodo per il potere del clan. Il padre lo sapeva. Domanda: può aver provveduto di persona ad eliminare il figlio? Il cinismo d’una certa (masso)borghesia non conosce limite.

http://parstoday.com/it/news/iran-i101788-habibbollah_kasesaz_all'irib_il_ricordo_di_edoardo_agnelli_non_morira'_mai
http://www.iskrae.eu/il-mistero-della-suicidio-di-edoardo-agnelli/
https://www.fondazionecipriani.it/Scritti/agnelli.html

Stefano Zecchinelli

giovedì 1 giugno 2017

Gilad Atzmon Physically Attacked by Antifa

On May 30th I was attacked from behind by 3 Antifa activists on my way to a literature event in Edinburgh  with political commentator David Scott.  Police was informed and as you can see we posses photos of two of the overwhelmingly enthusiastic 'anarchists.'

http://www.gilad.co.uk/writings/2017/6/1/gilad-atzmon-physically-attacked-by-antifa

venerdì 26 maggio 2017

L'islamismo (2/6): I reazionari, la "meravigliosa" Arabia Saudita, di Mohamed Hassan

L'islamismo è un concetto univoco? Nel libro Jihad made in USA, Mohamed Hassan distingue cinque diverse correnti riconducibili all'islamismo, con interessi a volte contrastanti. Il secondo estratto è dedicato alla corrente reazionaria.

Grégoire Lalieu intervista Mohamed Hassan | investigaction.net
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

13/04/2017

L'islamismo (2/6): I reazionari, la "meravigliosa" Arabia Saudita

Vedi parte prima.

Nel tuo libro sostieni che la Gran Bretagna ha applicato a tutto il Medio Oriente la ricetta usata in India. E' questo che l'ha spinta ad avvicinarsi all'Arabia Saudita?

La Gran Bretagna prima e gli Stati Uniti poi hanno dato il pieno sostegno all'Arabia Saudita e alla visione oscurantista dell'Islam difesa da questo paese: il wahhabismo. A questo movimento religioso è stata dedicata una particolare attenzione sin dalla sua fondazione da parte del teologo Mohammed ben Abdelwahhab nel 18° secolo, sostenuto da Mohammed Ibn Saud, un principe della penisola arabica. Attraverso queste due famiglie, una portatrice di un nuova corrente mussulmana e l'altra avida di potere, Londra vedeva la possibilità di indebolire l'Impero Ottomano con la creazione di divisioni.

Così nei primi anni del 19° secolo, Abdullah Ibn Saud e il nipote di Abdelwahhab tentarono una rivolta. Accusando gli sciiti di divinizzare Ali, il quarto califfo e figlio del profeta Maometto, la coppia distrusse i santuari di Karbala, della Mecca e di Medina. L'Impero ottomano inviò le truppe del Pascià d'Egitto, Mohammed Ali, che schiacciò la rivolta. Abdelwahhab e Saud vennero arrestati e condannati a morte. I loro corpi vennero esposti dopo la forca per giorni. Mohammed Ali rifiutò di farli seppellire, sostenendo che i corpi dei due agitatori potessero contaminare la terra santa dell'Islam. Sono stati quindi tagliati a pezzi e gettati in mare. Da qui si dipana la storia dei Saud.

Da allora, possiamo dire che questa famiglia ha fatto molta strada...

Effettivamente. I Saud tentarono a più riprese di creare il loro regno. Infine, con la Prima guerra mondiale, il crollo dell'Impero Ottomano e l'aiuto britannico, riuscirono a creare un paese con il loro nome in cui il wahhabismo venne stabilito come religione ufficiale.

Le potenze imperialiste escogitarono di dare all'Arabia Saudita, paese al loro soldo, il pieno sostegno per farne il Vaticano del mondo musulmano, dato che il Regno inglobava i luoghi santi dell'islam e difendeva una visione reazionaria della religione. Gli Stati Uniti sono succeduti agli inglesi nel ruolo di sostenitori dell'Arabia Saudita. E questo aiuto è stato notevolmente rafforzato con la scoperta del petrolio, da un lato, e l'ascesa del nazionalismo arabo, dall'altro.

In che modo gli islamisti reazionari erano utili agli imperialisti per combattere il nazionalismo arabo?

La scoperta di enormi giacimenti di petrolio ha fatto del Medio Oriente una regione altamente strategica per gli imperialisti. Con lo sviluppo del nazionalismo, i paesi arabi esprimevano il desiderio di prendere il destino nelle proprie mani e disporre sovranamente delle loro ricchezze. Questo sarebbe stato un disastro per gli occidentali che non solo sarebbero stati privati del petrolio a basso costo, ma avrebbero dovuto anche affrontare un rivale potente, se il panarabismo di Nasser avesse dato i suoi frutti. Il leader egiziano voleva, infatti, che i paesi della regione, arbitrariamente sezionati dalle potenze coloniali, si unissero nuovamente attorno alla loro identità araba.

Da parte loro, gli islamisti reazionari vedevano di mal occhio la nascita del nazionalismo arabo poiché questa corrente era vettore innanzitutto di modernità. Inoltre, anche se l'Islam era riconosciuto come parte essenziale della cultura araba, Nasser aveva fatto del laicismo una linea guida della gestione politica. Il nazionalismo arabo era quindi agli antipodi di ciò che il reazionario Golfo applicava a casa propria.

Il nemico del mio nemico è mio amico. L'alleanza tra reazionari e imperialisti ha quindi operato su questo principio?

In realtà, i legami erano molto più stretti. Gli imperialisti hanno sempre temuto di veder unirsi i popoli del Sud. Con la loro visione settaria, gli islamisti reazionari avevano e hanno ancora il profilo dell'alleato ideale. Inoltre, questi tiranni feudali del tutto anacronistici rispetto la nostra epoca non possono contare sul sostegno di massa delle popolazioni per rimanere al potere. Sono quindi totalmente dipendenti dal sostegno e dalla protezione degli imperialisti.

Così, le potenze occidentali, che pretendono di difendere la democrazia e i diritti dell'uomo in tutto il mondo, mantengono rapporti ultra-privilegiati con paesi come l'Arabia Saudita. Il grottesco opposto di quello che l'Occidente sostiene di difendere, dove non sono mai state organizzate vere elezioni, dove viene ancora praticata la schiavitù e dove le donne non possono guidare o uscire senza un tutore di sesso maschile.

Segue: I Fratelli Musulmani, la ribellione alla sottomissione

http://www.resistenze.org/sito/os/mp/osmphd19-019117.htm

L'islamismo (1/6): I tradizionalisti storici di fronte al colonialismo, di Mohamed Hassan

L'islamismo è un concetto univoco? Nel libro Jihad made in USA, Mohamed Hassan distingue cinque diverse correnti riconducibili all'islamismo, con interessi a volte contrastanti. Il primo estratto è dedicato alla corrente tradizionalista.

Grégoire Lalieu intervista Mohamed Hassan | investigaction.net
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

06/04/2017

L'islamismo (1/6): I tradizionalisti storici di fronte al colonialismo

Cosa si intende per islamismo tradizionalista?

I tradizionalisti hanno segnato la fine del 19° secolo e l'inizio del 20°. In Africa, sono figure emblematiche come Abdelkrim al-Khattabi (1882-1963) in Marocco, l'emiro Abdelkader (1808-1883) in Algeria, Omar Al Mokhtar (1862-1931) in Libia, il Mahdi del Sudan (1844-1885) o Mohammed Abdullah Hassan (1856-1921) in Somalia.

A differenza della maggior parte dei combattenti islamici attuali, i tradizionalisti non avevano come obiettivo primario quello di creare uno stato musulmano. Temevano soprattutto di essere traviati da tutte queste pratiche, nuove e sconosciute, che portava il colonialismo.

L'Islam era soprattutto uno strumento per mobilitare la popolazione e per radunare i combattenti alla lotta contro le potenze coloniali. Troviamo ancora questo tipo di combattenti islamici nel Vicino e Medio Oriente, in paesi come l'Egitto, l'Iraq e la Turchia.

L'Islam è stato uno strumento efficace di lotta anti-coloniale?

Alcuni tradizionalisti hanno dato filo da torcere alle potenze coloniali, ma anche queste potevano utilizzare l'Islam per realizzare i loro disegni. Gli inglesi sono stati precursori in materia e Allan Octavian Hume incarnò bene questo approccio. Questo governatore insediato in India durante la seconda metà del 19° secolo fu particolarmente esposto agli effetti della carestia che flagellava la colonia dell'epoca. Gli indiani, tuttavia, erano molto produttivi nel settore agricolo. Ma la produzione veniva saccheggiata interamente dalla metropoli che la rivendeva sul mercato mondiale. Quando i coloni britannici si trovarono a fronteggiare un movimento di protesta significativo con la rivolta dei Sepoy (1857), movimento che si riferiva tanto all'induismo che all'Islam, Sir Hume concludeva che era necessario governare in modo diverso a pena di vedere la colonia andare fuori controllo.

Governare in modo diverso?

Ritenne che gli inglesi dovessero coinvolgere maggiormente l'élite indiana nel governo della colonia. Sir Hume promosse la creazione del Partito del Congresso, che in seguito divenne una delle punte di diamante della lotta per l'indipendenza ed è ancora uno dei principali partiti politici in India.

In tal modo, il governatore coloniale si è dato la zappa sui piedi?

Le colonie comunque nella forma in cui le esigenze della metropoli erano imposte con la forza a prescindere degli interessi della popolazione locale, tesero a scomparire. L'approccio di Sir Hume non ha pertanto precipitato il declino delle colonie. Invece, coinvolgendo le élite indiane, gli inglesi riuscirono a indorare la pillola del loro dominio.

Quale è il ruolo dell'Islam in questo nuovo modo di governare le colonie?

A Sokoto per esempio, una colonia del nord della Nigeria, la Gran Bretagna ha consentito all'aristocrazia locale di far rispettare le sue leggi di ispirazione islamica. Tutto in un quadro supervisionato da regole coloniali, naturalmente.

Dopo la sconfitta di Abdelkader in Algeria, la Francia ha seguito la medesima via cercando di allearsi con i leader religiosi per pacificare la colonia. Ma per meglio imporre la cultura francese, Parigi ha parallelamente provveduto a eliminare gli intellettuali musulmani che assicuravano la trasmissione delle tradizioni locali e la lingua araba.

In Somalia, un capitano italiano approdò nei primi anni del 20° secolo e pagò i leader religiosi perché pronunciassero una fatwa, cioè una condanna contro il tradizionalista Mohammed Abdullah Hassan. Questa fatwa gettò la resistenza nella confusione. Ugualmente coinvolti nel conflitto, gli inglesi colsero al volo l'opportunità per soprannominare Hassan il "Mullah pazzo".

In conclusione, possiamo dire che l'Islam non è un problema per le potenze coloniali fintatno che possano trarre vantaggio nel loro interesse. Gli imperialisti contano su leader religiosi e sull'aristocrazia locale, di solito provenienti dalle classi rurali, per governare meglio i territori conquistati.

Dici che gli islamisti tradizionalisti non volevano essere spinti verso pratiche coloniali. Questi leader religiosi e dell'aristocrazia locale non temevano la stessa cosa?

Queste classi erano destinate ad essere influenzate dal processo di colonizzazione e dall'introduzione del capitalismo emergente. Ma non avevano paura di collaborare con le forze di occupazione fintanto che traevano qualche beneficio da questo parternariato. Fu così che lo sviluppo del capitalismo nelle colonie ha trasformato le élite rurali tradizionaliste in borghesia compradora. La borghesia compradora si è arricchita attraverso le importazioni ed esportazioni senza sviluppare le basi di un'economia nazionale.

Parallelamente allo sviluppo della borghesia compradora, l'introduzione del capitalismo nelle colonie poteva anche dar luogo alla nascita di una borghesia nazionale che volesse l'indipendenza. Come gestirono questo fenomeno gli imperialisti?

Anche in questo caso, le potenze coloniali si servirono dell'Islam. Ma non si trattava più, in questo caso, di pacificare le colonie attirando i favori dei dignitari locali. La religione diventava piuttosto un fattore di divisione per prevenire l'insorgere di una borghesia nazionale troppo forte da controllare.

Divide et impera?

Sempre! In India, ad esempio, gli inglesi temevano fortemente che una borghesia nazionale prendesse il controllo di questo paese in posizione strategica e con molte risorse. Per evitare questo pericolo, Londra favorì la frammentazione del paese in centinaia di principati, a volte induisti a volte musulmani. Le elezioni, tenutesi sotto l'egida dell'amministrazione coloniale, agevolava tali divisioni tenendo elezioni separate per indù e musulmani.

Nel tardo 19° secolo, gli inglesi hanno anche sostenuto la creazione di una nuova setta nel Punjab: l'Ahmadiyya. Questa corrente si richiama all'islam e ora conta parecchi milioni di seguaci. Ma l'Organizzazione della cooperazione islamica non riconosce gli ahmadisti come musulmani. Cosa che sucità nella Gran Bretagna una regale indifferenza. Il suo obiettivo principale rimaneva quello di creare divisioni. Il colpo migliore di Londra resta la creazione del Pakistan.

Tuttavia, alcuni rapporti dell'epoca rilevavano che la metropoli britannica era piuttosto riluttante alla creazione del Pakistan.

Lo fu finché l'indipendenza dell'India divenne inevitabile. Lo sviluppo del capitalismo nella colonia aveva fatto nascere una borghesia musulmana che temeva di essere messa da parte con l'indipendenza dell'India. Dagli anni '30, questa borghesia ha quindi espresso il desiderio di creare uno specifico stato per i musulmani indiani. Gandhi si oppose. Voleva mantenere l'unità del paese e la pace tra le due comunità. Quanto agli inglesi, cauti in un primo momento, cambiarono idea e decisero di sostenere la creazione del Pakistan per rendere questo paese un bastione reazionario al loro soldo. Inoltre, poco dopo l'indipendenza, il Pakistan aderì al Patto di Baghdad, un'alleanza araba guidata da Londra per contenere l'ascesa del comunismo in Medio Oriente.

Il Pakistan è stato quindi un alleato prezioso delle potenze coloniali?

Sì, ma il loro favorito rimane l'Arabia Saudita. Abbiamo visto come gli inglesi abbiano utilizzato l'Islam per dividere l'India. La stessa tecnica è stata applicata in Medio Oriente. È questo è il teatro d'intervento dell'Arabia Saudita. Quì entra in gioco la seconda figura per importanza che io distinguo tra gli islamisti: i reazionari.

Segue: I reazionari: questa "meravigliosa" Arabia Saudita

http://www.resistenze.org/sito/os/mp/osmphd10-019096.htm

sabato 22 aprile 2017

L’indipendenza nazionale, unica via d’uscita possibile, di Frantz Fanon

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di Frantz Fanon

Giornale El Moudjahid (Il Partigiano), organo ufficiale del FLN, n°10, settembre 1957

Ringraziamo Mohamed Walid Grine per la segnalazione e la traduzione di questo scritto di Frantz Fanon

Il termine di indipendenza da solo è sufficiente per aizzare contro di noi l’unanimità dei Francesi. Se ha il dono di far arrabbiare gravemente gli imperialisti accaniti, non manca anche di suscitare la furia degli uomini di sinistra le cui reazioni scioviniste sono diventate incontrollabili. L’opinione francese non ci perdona di rivendicare con tanta convinzione la sovranità piena ed intera del nostro paese. Ci accusa di infantilismo e ci rimprovera di avere questa passione idolatra che ci renderebbe schiavi di una parola.

Confrontata con una spinta nazionalista, questa stessa opinione non esita a mettere in questione l’idea di indipendenza nazionale in generale. Il concetto sarebbe antiquato e non corrisponderebbe più alle esigenze della nostra epoca in cui prevalgono i grandi blocchi politici, a scapito delle piccole potenze. Non coglie l’opportunità dell’indipendenza, che non sarebbe più una promozione, ma una regressione per l’Algeria situata alle porte dell’Europa e avendo tutto da beneficiare restando nelle mani della Francia.

Un obiettivo fondamentale e non una rivendicazione tattica

Ci si è impadroniti in Francia del problema algerino per oscurarne i dati e presentarlo in termini inintelligibili. Una moltiplicazione di soluzioni spesso contraddittorie, sempre illusorie, sono state presentate. In questo flusso di progetti, la soluzione valida, l’unica che importi per la pace, ovvero l’indipendenza dell’Algeria, è prevista soltanto per essere sistematicamente disapplicata. Ne conseguono tutte le controversie e discussioni che si sono instaurate tra i responsabili francesi, che è una soluzione ingiustificata e dopotutto arbitraria.

Rivendicandola, gli Algerini manifesterebbero una posizione estremista e essenzialmente passionale. La Francia non sarebbe obbligata a sottoscriverla e non si lascerebbe trascinare in questo estremismo. Inoltre, ci sarebbero degli Algerini, ragionevoli, che pensano in privato che la rivendicazione dell’indipendenza sia solo un gioco di fumo e specchi, un artificio di propaganda, sebbene la realtà sia completamente diversa. Nell’attesa che questi “moderati” possano alzare la voce, occorre continuare la guerra. Con l’affaticamento del popolo, si raggiungerebbe una fase di negoziazione in cui la Francia, in posizione di forza, imporrebbe lo statuto “liberale” che toglierebbe l’adesione di una frazione sostanziale dell’opinione algerina, seno della sua unanimità.

Tale concezione è ovviamente sbagliata; esprime desideri e auguri, però non corrisponde allo spirito reale che stimola il FLN [1]. Il suo errore è di ridurre ad una rivendicazione tattica ciò che si presenta fin da subito come un obiettivo fondamentale della rivoluzione. Questa concezione mostra l’incapacità della Francia di comprendere il problema algerino nei suoi dati effettivi, e la soluzione che reclama. Questo problema non può essere isolato dal contesto rivoluzionario nel quale si inserisce costantemente dal primo novembre 1954 [2], e la soluzione che richiede non potrebbe essere trovata fuori dei limiti di questo contesto.

Il popolo algerino pensa i suoi rapporti con la Francia in termini di opposizione irriducibile fra i suoi interessi e quelli della presenza coloniale. Non si tratta per lui di aspettare che il colonialismo si riformi, che si mostri meno avido e meno feroce, che allenti la sua morsa. Il sistema viene condannato in blocco, e la sua caduta può essere consumata realmente soltanto per via dell’indipendenza. Riprendendo e precisando questo punto di vista, il FLN lo ha esposto nel novembre 1954; l’indipendenza, fin da quella data, veniva presentata come una rivendicazione-limite al di sotto della quale nessun accordo potrebbe intervenire tra il popolo algerino e la Francia.

Un’idea iscritta nella realtà algerina

L’opinione francese non può nascondere la sua sorpresa nel vedere un paese come l’Algeria, considerato come una «provincia francese», sollevarsi con un unico movimento ad una esistenza nazionale oggettivata in uno stato indipendente. Nazioni cui la situazione giuridica presentava minori difficoltà dovettero compire attraverso tappe il cammino che le conduceva verso l’indipendenza. Il balzo unico che l’Algeria vuole compiere non conterrebbe nessuna nozione razionale e corrisponderebbe dunque ad una faccenda sospetta e avventurosa.

In ogni caso, l’opinione francese non vuole prendere lucidamente coscienza del cambiamento che si sta realizzando in Algeria. Si accontenta di negarlo. Le arriva unicamente la rivendicazione stupefacente che il FLN formula in termini coraggiosi. Ne è scioccata e la imputa a gente appassionata che tradurrebbe in politica i suoi sogni deliranti. Non capisce che il popolo algerino non può accettare la necessità delle transizioni che lo condurrebbero progressivamente alla sua autonomia. È perché non tiene conto in misura sufficiente della natura specifica dell’oppressione colonialista in Algeria, oppressione che ha contributo all’avvio del processo rivoluzionario.

Dichiarare l’Algeria dipartimento francese, significa instaurarci un’oppressione totale, eliminare una nazione dalla mappa, spersonalizzare un popolo, ridurlo alla decadenza e alla morte; ma è anche determinare in questo paese una situazione esplosiva, uno stato di tensione permanente e dare vita a contraddizioni la cui profondità sarà tale che il sistema che le ha generate si troverà nell’impossibilità di assumerle.

In altre parole, la forma estrema che ha assunto il colonialismo francese in Algeria- colonialismo basato sugli insediamenti di tipo sudista- ha determinato fra il popolo reazioni non meno estreme. Esse non si riducono ad accessi di violenza collettiva e a movimenti incontrollabili di rivolta e di disperazione. Esse si traducono in una lenta maturazione della coscienza politica che cresce assumendo una dimensione rivoluzionaria. Interiorizzate e sviluppate in profondità, essa hanno determinato nel popolo l’apparizione di una lucidità progressiva che, dando allo stesso tempo un’idea precisa delle loro possibilità di sopravvivenza e dei suoi interessi essenziali, offre la possibilità di una rimessa in questione implacabile del sistema coloniale, non in una qualsiasi forma particolare che assume, ma nella sua essenza e nei suoi fondamenti obiettivi.

È sotto la straordinaria pressione che si esercitava su di esso, che escludeva ogni possibilità di evoluzione normale, che il popolo algerino ha potuto compiere la propria educazione politica. Sostenuta alla base da una pedagogia rivoluzionaria, essa costituisce una esperienza originale che giocherà un ruolo determinante nell’avvenire dell’Algeria.

Il nucleo del neocolonialismo è di prevenire le situazioni rivoluzionarie, introducendo nel suo sistema metodi in evoluzione. L’esperienza mostra che vi è spesso riuscito e che ha dunque potuto mantenere a lungo situazioni coloniali anche disperate. In Algeria, la situazione è precisamente disperata, e il neocolonialismo ha mancato la sua occasione storica. Una discrepanza storica è nata fra il popolo algerino e la Francia; mentre essa solleva il problema in termini di evoluzione, il popolo si esprime in termini di rivoluzione e interpreta la situazione effettiva nella quale si trova coinvolto.

Un obiettivo realista

L’idea di indipendenza trova la sua forza meno a livello della coscienza psicologica dei dirigenti del FLN che nella realtà coloniale obiettiva nella quale si inserisce dialetticamente. Sarebbe intransigenza astratta e vuota di contenuto, se non fosse, come la rivoluzione che la rivendica, il frutto di una profonda maturazione ed il risultato di un lungo progresso sotterraneo.

In tempo “normale”, il rifiuto di riforme di struttura e di modi seri di evoluzione avrebbe espresso un’assenza totale d’intelligenza da parte dei responsabili. In periodi di impegno rivoluzionario, tale rifiuto traduce una esigenza fondamentale. Accettare una formula centrata su un’altra cosa che non sia l’indipendenza, è rinunciare ad abbattere il colonialismo mentre si ha la possibilità di farlo, è lasciare sussistere i germi virulenti che ben presto genererebbero un sistema di oppressione più mostruoso che il precedente.

La rivoluzione è essenzialmente nemica delle mezze misure, dei compromessi, dei passi indietro. Se è portata a termine, salva i popoli; se è bloccata lungo il percorso, li distrugge e li rovina. Il processo rivoluzionario è irreversibile ed inesorabile. Il senso politico comanda di non pregiudicarlo del tutto nella sua marcia.

L’intransigenza del FLN ha quindi un contenuto. È una intransigenza rivoluzionaria che non si accontenta delle parole. Lungi dal tradurre un irrealismo politico, essa è l’esigenza di un realismo rivoluzionario. Quello che fa la forza del popolo algerino, è che sa quello che vuole e a dove va. Egli vuole la propria indipendenza e sa che è una possibilità a portata di mano che finirà per conseguire.

La Francia, al contrario, non sa quello che vuole, neppure sa dove va. Rifiuta di riconoscere la fondatezza di tale obiettivo, ma il suo atteggiamento rimane negativo e sterile, incapace di convertirsi in condotta dinamica ed effettiva. Si accontenta di rifiutare l’indipendenza, ma ignora la nuova realtà creata in Algeria; definisce piani, elabora leggi quadro, però ragiona in un contesto pre-rivoluzionario e avanza fuori dalla realtà, nel empireo delle idee di prestige, di grandeur, di legami permanenti ed indissolubili.

In tale contesto, l’indipendenza algerina sembra una chimera, e gli Algerini sono descritti come sognatori. Quello che viene considerato come una impossibilità in Francia, viene recepito in Algeria. È sicuramente partire da un’analisi ben fragile della realtà e precipitarsi nell’avventura che fa dichiarare, a M. Mauriac, che nessun governo francese concederà l’indipendenza per l’Algeria.

Un obiettivo pienamente realizzabile

Qualsiasi cosa abbia detto M. Mauriac, l’indipendenza non si conferisce e non dipende neppure della volontà dei governi francesi di farlo o di rifiutarlo. Non è un bene che si dà, ma una realtà viva che si costruisce.

Tre anni di guerra rivoluzionaria hanno minato profondamente il sistema coloniale. Esso non è più che un edificio patetico che sta crollando. È su questa materia, in piena disaggregazione, che i tecnici della “pacificazione” contano di consolidare le loro riforme. Mentre provano a mantenere dei muri che crollano da tutte le parti, nuove basi si stabiliscono dovunque nella terra algerina dalla quale si alza l’edificio potente dell’indipendenza nazionale.

L’indipendenza è scesa dal cielo delle possibilità ideali. Si è fatta carne e vita, si è incorporata alla sostanza del popolo. Egli esercita ormai la propria sovranità nel quadro del proprio esercito e della propria amministrazione. È qui che si può toccare con mano il successo straordinario della rivoluzione algerina.

Dall’Algerino del periodo coloniale è emerso un uomo nuovo, l’Algerino dell’epoca dell’indipendenza. Egli recupera la propria personalità nell’azione, nella disciplina, nel senso delle responsabilità, e scopre di nuovo il reale che affronta a piene mani e trasforma avvicinandosi nuovamente a rapporti effettivi. Diventa organizzatore, amministratore, soldato e cittadino responsabile.

L’unica via d’uscita possibile

Mantenendo l’indipendenza come condizione per la pace, il FLN non obbedisce ad un estremismo gratuito. Progettando la propria politica in una prospettiva rivoluzionaria, ha sviluppato i mezzi per realizzarla. Il problema algerino ha smesso da molto tempo di essere una questione di uomini politici. Qualora le scelte siano fatte da entrambe le parti, si presenta in termini militari, e la sua risoluzione dipende essenzialmente dallo sviluppo del rapporto delle forze presenti.

È un fatto ben conosciuto che il nemico non può aspettarsi una vittoria decisiva e che la guerra può durare indefinitamente. È un fatto meno conosciuto, ma che finirà per esserlo, che le condizioni di un disastro militare per le truppe imperialiste sono sempre più a portata di mano. A meno che finisca di riprendere i suoi diritti in Francia, il quarto anno della rivoluzione sarà segnato da una intensificazione della guerra, in cui non è da escludere la possibilità di un disastro francese.

D’altra parte, l’idea di indipendenza ha compiuto enormi progressi sul piano internazionale. Questa evoluzione è percepibile persino nell’opinione americana e europea; mostra chiaramente che il FLN non è l’unico oggi a rivendicare l’indipendenza e che la stragrande maggioranza delle nazioni gli fanno eco . La Francia non potrà resistere più a lungo alla marea internazionale che la sua ostinazione ha scatenato. Dovrà uscire dal suo immobilismo precario e pronunciare la parola tabù di cui ha paura oggi.

L’Algeria è diventata un paese che sfugge al controllo della Francia. Essa avrà anche elaborato alternative, stati nuovi che le salvaguarderebbero la sua vecchia colonia; i suoi sforzi sono tardivi e vani. La nazione algerina ha recuperato la propria libertà e ha fermamente imboccato la strada verso l’indipendenza.

* Mohamed Walid Grine, professore di traduzione all’Istituto di Traduzione (Algeri, Algeria), blogger e scrittore algerino. 

Titolo del testo originale: “L’indépendance nationale, seule issue possible”

https://almarto.wordpress.com/NOTE

1 FLN : Fronte di Liberazione Nazionale Algerino, principale forza e movimento politici che ha condotto la guerra de indipendenza dell’Algeria. Il FLN è stato creato in ottobre 1954. I membri fondatori sono: Krim Belkacem, Mohammed Larbi Ben M’hidi, Mostefa Ben Boulaïd, Mohamed Boudiaf, Rabah Bitat, Mourad Didouche, (nota del traduttore).
2 1 novembre 1954: data dell’avvio della guerra di liberazione nazionale Algerina (1954-1962), (nota del traduttore)

http://www.marx21.it/index.php/storia-teoria-e-scienza/storia/27958-lindipendenza-nazionale-unica-via-duscita-possibile